Avanzi

22 gennaio 2021

I porcellini d’India, creature deliziose, non hanno notoriamente niente a che vedere né con i porcellini né con l’India (e per questo qualcuno, con una deprecabile battutaccia sessista, li ha paragonati alle donne matematiche): sono roditori originari del Sudamerica, tassonomicamente più vicini ai giganteschi capibara che ai topolini e ai criceti, ai quali invece sembrano assomigliare a uno sguardo superficiale.

Nonostante siano conosciuti anche con il nome di cavie (Cavia porcellus è il nome scientifico), oggi non sono tanto diffusi nei laboratori quanto nelle case private, allevati come teneri animali da compagnia.
È il caso della mia amica Henriette-Augustine (il nome è di fantasia – molta fantasia), che ne ha adottati due qualche settimana fa.


Un giorno però, dopo aver riempito le loro ciotole con le solite zucchine, di cui sono molto ghiotti, si è accorta che, anziché avventarcisi su come di consueto con entusiasmo e acuti gridolini di gioia, non le avevano neanche toccate. Leggermente preoccupata, è andata a controllare sulla sua guida all’alimentazione delle cavie. E lì ha scoperto che, per quanto voraci, le bestiole sono anche molto esigenti in fatto di qualità: mangiano solo verdura di giornata.

Così è scesa al mercato sotto casa a comprare derrate freschissime. E le altre zucchine che aveva già messo in frigorifero? Be’, ovvio: se le è cucinate per sé. In pratica, ha mangiato lei gli scarti dei suoi animaletti.
Non fatelo sapere ai vostri cani e gatti.

Interessante…!

14 gennaio 2021

Ha senso dire che un numero è interessante? Dipende: per un appassionato di Beethoven è sicuramente interessante il 9, mentre per un giocatore di biliardo è interessante il 15.

E per un matematico? Be’, l’1 è molto interessante: è l’unico numero che moltiplicato per un altro numero lo lascia invariato. Il 2 è interessante perché raddoppiandolo o elevandolo al quadrato si ha lo stesso risultato, e 3 perché è il numero minimo di lati di un poligono. Anche numeri più grandi possono essere interessanti. Per esempio, il numero 142.857: moltiplicandolo per 2, per 3, per 4, per 5 e per 6, si ottengono sempre numeri che hanno le sue stesse cifre, ma ogni volta in un ordine diverso. E moltiplicato per 7 fa 999.999.

In sintesi, si possono trovare molti criteri matematici per cui un numero è interessante. La domanda a questo punto è: qual è il più piccolo numero che non è interessante? Secondo alcuni matematici, il più piccolo numero a non avere nessuna proprietà particolare è il 39. Ma il fatto di essere il più piccolo numero non interessante sì che è una proprietà particolare! Quindi il 39 diventa interessante per questo motivo, e dunque è allo stesso tempo interessante e non interessante.

Ma c’è un altro paradosso. Qual è il successivo numero non interessante? Se (mettiamo) è il 43, allora il 43 diventa il più piccolo numero non interessante, dato che il 39 è stato promosso fra quelli interessanti. Ma allora lo stesso deve valere per il 43, che quindi viene promosso a sua volta. E così all’infinito: in questo modo tutti i numeri sono interessanti!

(Tratto dal mio libro Insalate di matematica2, Sironi, Milano 2007).


I paradossi del coronavirus / 8

28 dicembre 2020

Matematici criminali

14 dicembre 2020

Nell’immaginario comune i matematici sono spesso pazzi, ma in genere inoffensivi. Invece non sono pochi quelli che si sono dedicati al crimine, alcuni effettivamente in modo squilibrato, altri in modo lucido e sistematico: se nell’Ottocento il fiorentino Guglielmo Libri si limitava a trafugare volumi preziosi dalle biblioteche (*), più recentemente l’americano Theodore Kaczynski si è guadagnato l’appellativo di Unabomber per la sua abitudine di spedire pacchi bomba.

Quello del francese André Bloch è uno dei casi più misteriosi (e più paradossali, visto l’esito finale). I suoi studi matematici vennero interrotti dalla chiamata alle armi per la prima guerra mondiale. Tornato a casa in seguito a una ferita, il 17 novembre 1917 uccise il fratello, lo zio e la zia. Non sono mai stati chiariti del tutto i motivi della strage, ma secondo una testimonianza Bloch voleva compiere un atto di eugenetica, eliminando i rami della famiglia affetti da malattia mentale. Ironicamente, fu lui a essere internato in un ospedale psichiatrico.


(Tratto dal mio articolo “I matematici dalla parte sbagliata” pubblicato sul numero di dicembre 2020 di Prisma, in edicola)

(*) La maggior parte dei commentatori non resiste giustamente alla tentazione di associare la sua specialità criminale al suo cognome

Uno di noi

9 dicembre 2020

Pochi politici al mondo possono dire di aver fatto del bene al proprio popolo come Tabaré Vázquez, presidente dell’Uruguay dal 2005 al 2010 e dal 2015 al 2020. Eletto con il Frente Amplio, è stato il primo presidente di sinistra del Paese e il primo a interrompere l’alternanza fra i due partiti tradizionali, il Partido Colorado e il Partido Nacional; nell’intervallo tra i suoi due mandati è stato presidente il suo compagno di partito José Mujica, molto popolare anche per il suo passato da rivoluzionario e per il suo stile di vita morigerato (devolveva in beneficenza il 90% del suo appannaggio presidenziale e per spostarsi usava un vecchio Maggiolino Volkswagen che gli era stato regalato).

Tabaré Ramón Vázquez Rosas era un uomo di un altro tipo, meno pittoresco ma altrettanto se non più deciso. Laureato in medicina, si era specializzato in oncologia e radioterapia, e prima di entrare in politica aveva lavorato a lungo come medico e ricercatore. Una volta eletto presidente, ha fatto coerentemente “qualcosa di sinistra”: politiche contro la disoccupazione, un progetto per diffondere l’alfabetizzazione informatica anche fra le fasce più svantaggiate della popolazione e una riforma in senso assistenziale, “europeo”, del sistema sanitario nazionale – forse quella che, in quanto medico, gli stava più a cuore.

Ma soprattutto ha portato nella politica la più ovvia missione di un oncologo, a prescindere dalla sua ideologia e dal suo schieramento parlamentare: combattere il fumo. La sua legge antifumo, nel 2006, è stata la prima in America Latina e la settima al mondo. Come quella italiana, non si è limitata a proibire il fumo nei luoghi pubblici, per tutelare i non fumatori, né a scoraggiare l’abitudine del fumo, per proteggere tutta la popolazione: la legge ha agito anche a monte, contro le aziende del tabacco, proibendone la pubblicità, obbligandole a dichiarare in evidenza i rischi del fumo, vietando sui pacchetti le indicazioni truffaldine come “light” e limitando molto la possibilità di distribuire campioni gratuiti (ora una ditta può regalare un pacchetto di sigarette solo in cambio di un altro, in modo da permettere ai fumatori di provare un’altra marca ma senza poter fare proselitismo fra i non fumatori).


Tabaré Vázquez se n’è andato domenica scorsa. Il destino beffardo se l’è portato via con un tumore al polmone. Non è certo un caso anomalo: il “big killer” colpisce circa 2 milioni di persone ogni anno uccidendone la grande maggioranza (per due terzi fumatori: quindi porta alla morte ogni anno anche centinaia di migliaia di non fumatori). Quello che è dolorosamente paradossale è che stavolta è capitato a un uomo che aveva fatto della lotta al fumo una delle sue bandiere professionali e politiche.

L’ex-presidente può essere però orgoglioso della sua vita: con la sua legge ha ottenuto importanti riconoscimenti, fra cui nel 2006 l’onore più alto dell’Organizzazione mondiale della Sanità, il Premio speciale del direttore generale. E sicuramente saranno stati motivi di soddisfazione per lui anche il grande apprezzamento da parte della popolazione per la sua legge e la guerra che gli ha mosso la lobby del tabacco.

Poi sarà stato molto contento di vedere in tutto il mondo norme antifumo sempre più numerose e sempre più restrittive, a livello nazionale e locale; siamo ancora lontani dall’eradicazione del fumo ma, se guardiamo a com’era la situazione appena pochi anni fa, i passi avanti compiuti sono vertiginosi. Lui, da oncologo e da politico, ha fatto il suo dovere, adesso il suo Paese e il mondo intero portano avanti la sua opera. Prendendo in prestito le gloriose parole di Heine, lo si può ben definire «un soldato nella lotta per la liberazione dell’umanità».

¡Tu palabra levanto, tu ejemplo vivirá!

Questi ungheresi

4 dicembre 2020

I politici ungheresi, in questo periodo, si sono conquistati la fama dei più incalliti sovranisti d’Europa. Ma a volte ci regalano qualche soddisfazione. Prima è stata la volta dell’antisemita che ha scoperto di avere origini ebraiche: Csanád Szegedi, dirigente del partito neonazista Jobbik, che si è dimesso (per la vergogna?) quando si è diffusa la voce. Gustosa notizia di cronaca ma di poco peso politico, considerando la modesta caratura del soggetto.

Adesso invece è toccato a un pezzo più grosso: un esponente del partito di governo Fidesz (quello del primo ministro Orbán) e addirittura europarlamentare. József Szájer si è dimesso dopo essere stato scoperto, con pasticche di ecstasy nella borsa, in un locale di Bruxelles dove era in corso un’orgia (secondo alcune fonti omosessuale) con altre 24 persone.

Ora, gli scandali sessuali sono frequenti in politica: dai numerosi casi piccanti inglesi che fanno la felicità dei tabloid a quelli eclatanti di Bill Clinton e Dominique Strauss-Kahn. Solo che Szájer è noto per le sue idee molto rigide sulla famiglia tradizionale e contrarie a ogni apertura alle unioni gay.

L’incoerenza ideologica è palese, ma è ancora più divertente quella dei modi. Szájer si fa passare per un politico sobrio, e una volta ha giustificato le sue posizioni reazionarie affermando posatamente: «Non penso che il concetto di matrimonio tradizionale sia cambiato solo perché siamo entrati in un altro millennio». Ora il raffinato sofista è stato pizzicato mentre scappava nudo dalla grondaia per non essere identificato (purtroppo le foto disponibili rispecchiano solo il primo aspetto).


La polizia infatti aveva fatto irruzione nel locale perché il ritrovo violava le norme anti-covid. E a pensarci bene, in effetti, ipocrisia a parte, questo era l’unico aspetto veramente dannoso e deprecabile del suo comportamento.

Bel ringraziamento!

27 novembre 2020

Questo è un paradosso talmente plateale che l’avevo notato da piccolo e non l’ho mai segnalato qui proprio perché mi sembrava troppo scontato. Ma ci ho ripensato oggi, visto che quest’anno l’onda del “Black Lives Matter” ha portato a ripensare la storia dell’America in un’ottica meno eurocentrica, con tanto di statue di Cristoforo Colombo abbattute.

L’inverno del 1620 era stato durissimo per i Padri Pellegrini, la semina non aveva dato i frutti sperati e metà dei coloni non arrivarono a vedere la primavera. L’anno successivo le cose andarono meglio grazie all’aiuto della gente del posto, che li aveva riforniti di cibo ma soprattutto li aveva istruiti a coltivare e allevare le specie locali anziché quelle portate dall’Europa.

Nello spirito del tempo, i sopravvissuti ringraziarono Dio per questo. Al primo Giorno del Ringraziamento, nel 1621, furono invitati anche i nativi (era il minimo! Anzi, semmai dovevano ringraziare loro più che Dio, o almeno oltre a Dio).

Com’è noto, quelli che li seguirono non dimostrarono la stessa gratitudine. Fra il ’600 e il ’900 i nativi furono sistematicamente e intenzionalmente sterminati, tanto che secondo alcuni storici la strage può essere complessivamente definita un genocidio (più precisamente, una parte del genocidio che coinvolse tutti i popoli originari del contenente, dall’Alaska alla Terra del Fuoco).

In base ad alcune stime il conto totale dei morti, nei soli territori corrispondenti agli attuali 48 Stati contigui degli Stati Uniti, è di 12 milioni (ma subirono persecuzioni anche le popolazioni indigene degli altri territori attualmente parte degli Stati Uniti, come l’Alaska e Portorico).

A parte i numeri, l’aspetto che personalmente trovo più agghiacciante erano i modi: per esempio l’uso di armi biologiche, come la prassi di introdurre negli accampamenti dei nativi le coperte usate dai vaiolosi.

Bel ringraziamento!


Prima che l’attuale ricorrenza del Giorno del Ringraziamento fosse ufficializzata da Abraham Lincoln nel 1863, la festa veniva celebrata in date diverse, in modi diversi e anche con pretesti diversi a seconda degli Stati o anche delle contee. E qui il paradosso raggiunge il colmo: nel 1676 – quindi pochi decenni dopo i primi sbarchi europei e un secolo prima della nascita degli Stati Uniti – il governatore della contea di Charlestown, in Massachusetts, aveva deciso di indire un giorno di ringraziamento per celebrare la vittoria contro gli «indigeni pagani».

Se adesso il Columbus Day è osteggiato da una parte della popolazione americana, a maggior ragione dovrebbe esserlo il Thanksgiving. Ma oggi, i nativi americani lo hanno festeggiato?

Come Totti e Omero

17 novembre 2020

C’è chi è ancora restio a leggere e-book, o per pigrizia o perché è troppo affezionato al vecchio formato cartaceo, o semplicemente per abitudine.
Lo ammetto (senza snobismi e anzi quasi con un senso di colpa): sono uno di questi lettori retrogradi.
In compenso uno dei miei libri di “divulgazione narrativa”, Macedonia di matematica, è stato pubblicato qualche anno fa solo in e-book.

Se Totti e Omero sono forse le uniche persone nella storia di cui si dice che abbiano scritto più libri di quanti ne hanno letti, per la categoria degli e-book sono finora l’unico (che io sappia).

Hi facebook!

6 novembre 2020

Il 19 ottobre 2016 la sonda Schiaparelli dell’Agenzia Spaziale Europea si è schiantata su Marte, distruggendosi. In seguito, le indagini hanno portato alla conclusione che, per un errore nei dati inviati dai sensori, il computer di bordo aveva dedotto troppo presto di trovarsi sul suolo marziano e aveva perciò disattivato il paracadute quando invece la sonda si trovava ancora a 3 km di altitudine.

Sono cose che succedono quando si lascia agli algoritmi la decisione finale (o unica), senza un controllo umano. Se ci fosse stato un astronauta alla guida non sarebbe mai precipitato.

Non succede solo nello spazio. Su facebook, l’immagine di sfondo è quella con cui si dà agli altri utenti, anche quelli con cui non si è in contatto, una prima informazione su di sé. La mia immagine era una famosa fotografia scattata in Germania sotto il nazismo.
In mezzo a una folla di persone che facevano il saluto a Hitler, August Landmesser rimase – lui solo – ostentatamente a braccia incrociate. La mia immagine di sfondo era appunto quella vecchia foto in bianco e nero, con tanto di circoletto a evidenziare il suo coraggioso comportamento unico.


L’algoritmo di facebook, vedendo tutti quei saluti romani, deve aver concluso che la mia fosse un’apologia di nazismo, anziché l’esatto contrario, e mi ha cancellato la foto.

Più recentemente, commentando un post di un amico, deridevo i naziskin che, nella loro ignoranza, scrivono sui muri “Hi Hitler!”. Una dabbenaggine divertente, anche secondo i lettori del post. Ma non per l’algoritmo di facebook, che a quanto pare è almeno tanto sprovveduto quanto le teste rasate, perché ha interpretato la mia osservazione nel senso diametralmente opposto e l’ha catalogata come “violazione agli standard della community”.

Ora, poco male per me: a parte la rimozione del mio commento, per questa volta non mi hanno sanzionato, perché «sappiamo che gli errori possono succedere» (!); la minaccia è che, alla prossima “infrazione”, sarò sospeso da facebook per un giorno. Un danno da nulla rispetto alla distruzione di una sonda da centinaia di milioni di euro (e fra l’altro senza facebook si sta benissimo). Però, caro Mark, lasciatelo dire, un controllo umano non farebbe male. O forse gli standard della community vogliono tutelare il buon nome dei naziskin?

I paradossi del coronavirus / 7

28 ottobre 2020

Il luogo: la gelateria sotto casa (ottima, devo dire).
Il tempo: una sera subito dopo cena, un paio di Dpcm fa.

La commessa, gentilissima, dopo avermi riempito la coppetta mi chiede se la mangio lì o la porto via. Rispondo che la mangio fuori: cerco sempre di ridurre al minimo le soste nei luoghi chiusi. Al che lei mi dice che deve incartarmela, come se la portassi a casa (c’è chi ama mangiare il gelato squagliato, immagino).

Il problema è che le norme attuali vietano di togliersi la mascherina all’aperto, anche per mangiare un gelato (e – come è noto – è veramente molto difficile mangiare un gelato senza togliersi la mascherina).


Quindi la commessa, diligentemente, non ha fatto altro che rispettare le regole: se io ero disposto a correre il rischio di una multa per ostinarmi a voler mangiare il gelato per strada erano fatti miei, lei giustamente non voleva rischiare una sanzione per il suo locale.

Dov’è l’aspetto paradossale? Nel fatto che, se avessi scelto di mangiare il gelato all’interno, non ci sarebbero stati problemi. Insomma, per cercare di ridurre i contagi la legge vieta di togliersi la mascherina all’aperto per mangiare il gelato e invece permette (anzi, indirettamente consiglia) di fare lo stesso all’interno di un piccolo locale di 2 metri per 4, in compagnia di altri disgraziati avventori.

Schumann e i paradossi del tempo

19 ottobre 2020

Lipsia, dicembre 1841. Robert Schumann, che ha già al suo attivo la Sinfonia n. 1 op. 38, ne presenta al pubblico una nuova, oggi considerata da molti critici la migliore anche per l’originale struttura ciclica che la rende più simile a un poema sinfonico romantico che a una sinfonia classica. La prima esecuzione però non ottiene grande successo e l’autore, scoraggiato, ritira la composizione. La riprende, rielaborandola, solo dieci anni dopo, quando nel frattempo ha già scritto altre due sinfonie (la n. 2 op. 61 nel 1846 e la n. 3 op. 97 nel 1850). Alla fine viene pubblicata nel 1851 come Sinfonia n. 4 op. 120, pur essendo in realtà la seconda.


Non è la prima volta che l’ordine cronologico di composizione delle opere di un autore non coincide con quello della loro pubblicazione. Già Beethoven per esempio aveva composto il Concerto per pianoforte n. 2 op. 19 prima del Concerto n. 1 op. 15. E lo stesso Schumann non era nuovo a situazioni del genere. Il caso delle sue tre sonate per pianoforte è anche più ingarbugliato perché le stesure delle tre composizioni, con rielaborazioni e aggiunte, si erano parzialmente sovrapposte. Il risultato – caso più unico che raro – è che la numerazione delle sonate è incongrua con i loro numeri d’opera: dopo la Sonata n. 1 op. 11 ecco la Sonata n. 2 op. 22 e poi (poi?) la Sonata n. 3 op. 14. Così oggi si tende spesso a citare le sonate solo con il numero d’opera per evitare confusioni.

Ma il paradosso vero qui è un altro. Nella Sonata op. 22 il primo movimento porta all’inizio l’indicazione “So rasch wie möglich” (Il più rapidamente possibile): il tempo non è prescritto dall’autore ma lasciato all’estro dei singoli interpreti. Solo che, nella coda dello stesso movimento, l’indicazione diventa “Schneller” (più veloce), e più avanti “Noch schneller” (ancora più veloce): è un po’ come il paradosso delle uova fresche. Ma come può regolarsi un povero pianista? Deve far finta all’inizio di non poter suonare più veloce di così, per poi stupire il pubblico con un’accelerazione, magari dando l’impressione di aver perfezionato la propria tecnica nel corso dell’esecuzione?

(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

I paradossi del coronavirus / 6

2 ottobre 2020

La notizia arriva dalla Francia, uno dei Paesi europei più colpiti dal coronavirus in questa fase di inizio autunno.
Il prefetto di Nizza, per arginare i contagi, ha preso una decisione coraggiosa: proibire i raduni con più di dieci persone in tutti i parchi, le ville e le spiagge del dipartimento delle Alpi Marittime (in particolare in tutta la Costa Azzurra). Iniziativa lodevole, tanto più che, a differenza della maggior parte delle scelte del governo di Parigi, mira a tutelare la salute delle persone a rischio di essere impopolare.

Peccato che, come spesso succede oltralpe, una misura lungimirante sia stata messa in pratica con poca elasticità e ancora meno buonsenso. Così il divieto viene applicato anche alle scolaresche in gita.

Risultato: i bambini di una stessa classe, che ogni giorno si ritrovano tutti insieme nella stessa aula, non possono andare una mattina in gita in un parco all’aperto, dove correrebbero molti meno rischi (o meglio, non cambierebbe niente, visto che se qualche contagio poteva esserci c’era già stato a scuola).

Alcuni insegnanti accompagnatori, non potendo organizzare una gita all’aperto, hanno ripiegato su una visita a qualche museo (non essendoci un divieto esplicito, lì si può fare). Così il rischio aumenta anche per gli altri visitatori. Ma almeno, se il museo ha un giardino, i bambini possono pranzare lì? Ovviamente no, la direttiva del prefetto parla chiaro. Dovranno mangiare nei locali chiusi all’interno del museo.

 

Aforismi paologici / 10

21 settembre 2020

Io sono abbastanza estremista

Falsissimi amici / 4

28 agosto 2020

(Grazie a Francesco Ugolini per la segnalazione)

Ineffabile antivirus

17 luglio 2020

Definitiva

25 giugno 2020

Collezione di ossimori / 12 – speciale Verbalia

1 giugno 2020

Chi ama i giochi di parole non ha difficoltà a trovare online pane per i suoi denti: i siti sono innumerevoli. Uno di questi è Verbalia, che ha tre versioni (spagnola, catalana e italiana); attualmente è piuttosto statico avendo spostato le proprie attività interattive su facebook, ma all’inizio degli anni 2000 ospitava un vivace forum di ludolinguistica, con una sezione dedicata agli ossimori.

Si potevano trovare spunti interessanti, come la serie dei falsi ossimori: oscuro lustro (= buio quinquennio), antica novella (= leggenda), affettati genuini (= salumi DOC), costante passeggero (un pendolare in treno), stazione mobile, stabili pericolanti, ambulanti fermi, piante di riso, domestici stranieri.

Ancora più sbilanciate sul versante enigmistico erano le sciarade ossimoriche, con esempi (non sempre memorabili) come TURBOlento, PIANOforte, SINCERAmente, VAsta, aSIno, ODIami.

Il capolavoro del forum secondo me era un ossimoro doppio: Centro periferico di permanenza temporanea (una struttura d’accoglienza per gli extracomunitari a Milano).

Si passava poi ai grandi classici, come aria pesante, libertà vigilata, ricco pover’uomo, profondamente superficiale, dolce violenza, muto dialogare, perfetti irregolari, tacito tumulto, cambiamenti costanti, immobilismo dinamico, féstina lente, dolcezza amara, lucida follia, rabbia positiva, luce oscura, corri piano (esortazione di una mamma apprensiva), bomba intelligente, agro-dolce, pane fresco caldo caldo, vivissime condoglianze.

Un partecipante aveva creato un notevole filone monotematico dedicato ai musicisti:
Pianista virtuoso: Il piano è il suo forte.
Flautista esigente: Vuole il traverso di diritto. Il dolce l’amareggia. Primeggia nell’ottavino.
Attaccati ai loro strumenti: Uno rigorosamente viola, un altro fedele al corno.

I paradossi del coronavirus / 5

19 maggio 2020

Dopo la chiusura di buona parte delle attività produttive da parte del governo Conte, in tutta Europa l’espressione “misure all’italiana” non significa più blande, all’acqua di rose o peggio raffazzonate, ma provvedimenti draconiani (grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione).
E questo post potrebbe finire qui (sperando che la riapertura non porti a una recrudescenza dell’epidemia).

In compenso alcuni politici italiani si sono dimostrati all’altezza della loro fama. Quando Virginia Raggi ha invitato i romani a stare a casa, lo ha fatto con un tweet corredato da una foto di lei… in un parco.


Analogo nei contenuti l’appello da parte della parlamentare grillina Rosalba De Giorgi, ma diverso nella location: la sua automobile.


Anche i normali cittadini del resto non sempre hanno dato prova di comportamenti razionali: poco prima del confinamento, in fase di epidemia conclamata, si riversavano sulle piste da sci, con pericolosi affollamenti, mentre gli agriturismi avevano registrato un calo delle presenze fino al 50%, con tutto che le campagne – dove la densità abitativa è molto bassa – erano le zone più sicure da frequentare.

Ma non sono solo i singoli turisti a prendere decisioni irrazionali. La più assurda è stata quella del governo austriaco, che nel pieno dell’emergenza ha invitato i propri concittadini in Italia a tornare urgentemente in Austria: il modo migliore per importare il virus! Altre volte i rapporti internazionali fra Paesi confinanti hanno visto invertirsi curiosamene le parti: la Turchia ha chiuso i confini con l’Unione Europea, e pare che il Messico abbia preso in considerazione l’idea di chiudere quello con gli Stati Uniti.

A proposito di Stati Uniti: sono state registrate lunghe code non ai supermercati ma nei negozi di armi. Un fenomeno che ha destato molta preoccupazione, tanto che il sindaco di Baltimora, Bernard Jack Young, ha invitato la popolazione a evitare «situazioni inutili e dannose come le sparatorie». Motivazione: «In questo momento ogni ospedale e ogni pronto soccorso devono essere impegnati esclusivamente nella lotta al coronavirus».

Fra i politici di tutto il mondo, quello che si aggiudica la palma del paradosso più amaro nella lotta al coronavirus è naturalmente il tristo presidente del Brasile Jair Bolsonaro, che si è detto contrario alle strategie di isolamento chiamandole “la politica della terra bruciata”: oltre a essere un comportamento spaventosamente irresponsabile nei confronti della popolazione, suona anche tragicamente grottesco considerato che l’espressione viene pronunciata dal più grande difensore di chi appicca gli incendi nella foresta amazzonica.

Si è segnalato anche il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana: per celebrare l’inaugurazione del nuovo ospedale della Fiera di Milano costruito a tempo di record proprio in occasione della pandemia e presentato come «il simbolo della battaglia vinta contro il coronavirus», ha imbastito una cerimonia pericolosamente affollata. Un caso simile si era verificato in precedenza a Bergamo, epicentro dell’epidemia in Italia, dove era stato organizzato un incontro con tutti i sindaci della provincia per fare il punto sul contagio, ma il loro affollamento ha aumentato i rischi di contagio.

La maggior parte delle volte invece la paura del contagio ha spinto le autorità ad annullare eventi anche di grande importanza (come le Olimpiadi). Nella Svizzera italiana uno di questi era la giornata del malato, prevista in origine per il primo marzo. Paradosso ancora più plateale: a causa del coronavirus sono stati annullati convegni sul coronavirus. È successo per esempio a Vigevano (Pavia) e più recentemente a New York.

Il record però spetta probabilmente alla Francia, che per ridurre i rischi ha chiuso il santuario di Lourdes per la prima volta nella storia: una speranza di guarigione in meno per i malati di coronavirus di tutto il mondo. Restando in ambito religioso, ha fatto notizia la vicenda del rabbino israeliano Yaakov Litzman: dalla sua poltrona di ministro della Salute (!) ha dichiarato che il coronavirus è una punizione per gli omosessuali (e perché non per gli assassini, già che c’era?). Paradosso nel paradosso: qualche settimana dopo lui stesso è stato trovato positivo al tampone. Forse il rabbino pensa che l’ira divina si abbatte indiscriminatamente, e che lui paga per i peccati degli altri, come una sorta di moderno agnello di Dio? O dobbiamo forse prenderlo come un caso estremo di coming out?

Da dove viene la poesia

14 maggio 2020

«La dottrina romantica di una Musa che ispira i poeti fu quella che professarono i classici; la dottrina classica della poesia come un’operazione dell’intelligenza fu enunciata da un romantico, Poe, verso il 1846. Il fatto è paradossale»

Jorge Luis Borges, La rosa profonda


Intanto, in America

5 maggio 2020

Anche stavolta a cominciare era stato Trump: pur affermando pubblicamente che il riscaldamento globale è una bufala, ha deciso di costruire un muro (una sua fissazione) per proteggere un suo golf club in Irlanda, minacciato dall’innalzamento del livello del mare.

Ora altri muri del genere stanno nascendo lungo la costa del Texas, come difesa dagli effetti degli uragani, sempre più dirompenti a causa dei cambiamenti climatici. A sollecitare la costruzione di queste barriere (con fondi pubblici) sono soprattutto i proprietari delle numerose raffinerie di petrolio della zona, recentemente danneggiate dalla violenza dell’uragano Harvey. Anche se, in pubblico, è improbabile che smetteranno di minimizzare (nel migliore dei casi) la portata della crisi climatica.


(Grazie a Marco Ferrari per la segnalazione)