I paradossi del coronavirus / 2 – Italia-Cina

24 marzo 2020

Chi volesse sfogliare oggi i giornali di qualche settimana fa, troverebbe molte notizie sulla paura degli italiani di essere contagiati dagli orientali (in maniera indiscriminata, dato che notoriamente la maggior parte di noi non distingue i popoli asiatici fra di loro), battute sul cinese con la tosse in affitto, dati sul crollo delle presenze nei ristoranti cinesi. E già qui c’era qualche paradosso: abbiamo iniziato a indossare le mascherine e subito abbiamo scoperto che le fabbricano a Wuhan (questo non vuol dire che fossero poco sicure o peggio infette, ma l’aspetto paradossale è evidente).


Da quando il virus ha iniziato a diffondersi velocemente in Italia, i paradossi sono aumentati a un ritmo altrettanto rapido. La Cina ha imposto la quarantena a tutti i viaggiatori provenienti dall’Italia, considerata una zona a rischio. In compenso i cinesi hanno avviato una raccolta di fondi per aiutare l’Italia ad affrontare l’emergenza, mentre la comunità cinese in Italia ha donato uno stock di mascherine alla regione Lombardia e un altro alla città di Gorizia.

Sull’asse Italia-Cina sono molte le realtà economiche caratterizzate da situazioni paradossali. L’azienda Mta, specializzata nella produzione di congegni elettronici, ha chiuso la fabbrica di Codogno ma non la filiale di Shanghai. Prima ancora della chiusura dei locali decisa dal governo Conte, a Roma uno dei più famosi ristoranti cinesi aveva dichiarato la chiusura fino alla fine di aprile: è vero, la clientela era in contrazione, ma il problema vero era il timore dei dipendenti di essere contagiati dagli italiani. Saracinesche abbassate per lo stesso motivo anche nei negozi cinesi di varie città, come Milano e Tortona, in Piemonte. Stessa misura anche a Palermo, per paura dei turisti provenienti dall’Italia del Nord. Chissà se la stessa inversione delle parti si verificherà anche fra l’Italia e gli altri paesi occidentali.

Paulo meliora canamus (O Freunde, nicht diese Töne…)

16 marzo 2020

In un frangente drammatico, un intermezzo poetico (la traduzione è sotto)

Ballade du concours de Blois

Je meurs de seuf auprès de la fontaine,
Chault comme feu, et temble dent a dent;
En mon païs suis en terre loingtaine;
Lez ung brasier frissonne tout ardent;
Nu comme ung ver, vestu en president,
Je ris en pleurs et attens sans espoir;
Confort reprens en triste desespoir;
Je m’esjouÿs et n’ay plaisir aucun;
Puissant je suis sans force et sans pouvoir,
Bien recueully, debouté de chascun.

Rien ne m’est seur que la chose incertaine;
Obscur, fors ce qui est tout evident;
Doubte ne fais, fors en chose certaine;
Sience tiens a soudain accident;
Je gaigne tout et demeure perdent;
Au point du jour dis : « Dieu vous doint bon soir ! »
Gisant envers, j’ay grant paour de cheoir;
J’ay bien de quoy et si n’en ay pas ung;
Eschoitte attens et d’omme ne suis hoir,
Bien recueully, debouté de chascun.

De riens n’ay soing, si mectz toute ma peine
D’acquerir biens et n’y suis pretendent;
Qui mieulx me dit, c’est cil qui plus m’attaine,
Et qui plus vray, lors plus me va bourdent;
Mon amy est, qui me fait entendent
D’ung cigne blanc que c’est ung corbeau noir;
Et qui me nuyst, croy qu’il m’ayde a povoir;
Bourde, verté, au jour d’uy m’est tout un;
Je retiens tout, rien ne sçay concepvoir,
Bien recueully, debouté de chascun.

Prince clement, or vous plaise sçavoir
Que j’entens moult et n’ay sens ne sçavoir:
Parcial suis, a toutes loys commun.
Que sais je plus? Quoy? Les gaiges ravoir,
Bien recueully, debouté de chascun.

(François Villon)


Ballata del concorso di Blois

Muoio di sete accanto alla fontana,
caldo di fuoco e i denti sto battendo;
e il mio paese mi è terra lontana;
presso un braciere abbrividisco ardendo;
nudo qual verme, in ricco vestimento,
rido nel pianto e sto senza sperare;
mi dà conforto il triste disperare;
gioisco eppur non ho piacere alcuno;
sono potente e nulla posso fare,
bene accolto, respinto da ciascuno.

Niente mi è certo quanto l’incertezza;
oscuro, se non ciò ch’è più evidente;
dubbi non ho se non nella certezza;
stimo la scienza casuale accidente;
io vinco tutto e mi trovo perdente;
all’alba, «Buona sera!» vo dicendo;
paura ho di cadere se mi stendo;
ho beni miei e di scudi non uno;
erede di nessuno, lasciti attendo,
bene accolto, respinto da ciascuno.

Di niente ho cura, pur sempre m’affanno
di far ricchezze, e ad esse non pretendo;
chi più mi dice il vero, più mi inganna;
chi meglio parla, è quel che più m’offende;
è amico mio colui che mi fa credere
d’un cigno bianco che sia un corvo nero;
chi nuoce, credo m’aiuti a dovere;
il falso, il vero, oggi mi sono tutt’uno;
ricordo tutto, e pur niente so intendere,
bene accolto, respinto da ciascuno.

Prence clemente, or vogliate comprendere
che molto intendo e non ho senno alcuno:
fazioso sono, a ogni legge obbediente.
Che fare più? I miei pegni riprendere,
bene accolto, respinto da ciascuno.

I paradossi del coronavirus / 1

8 marzo 2020

In mezzo a un mare magnum di informazioni poco chiare sul coronavirus, finalmente arrivano dei dati certi: la fonte è un comunicato dell’Istituto superiore di sanità (Iss) che confronta la letalità del virus, misurata come percentuale dei decessi sul totale dei casi confermati, in Italia e in Cina. I dati sono aggiornati al 4 marzo per l’Italia e al 24 febbraio per la Cina; nel frattempo le cifre potrebbero essere cambiate leggermente, e potrebbero farlo ancora in futuro, ma la sostanza è che, per nostra fortuna, da noi i valori sono più bassi per tutte le fasce d’età.

I dati sono riassunti nella tabella:


Dall’ultima colonna, quella sulla popolazione generale, risulta però che nel complesso la letalità è superiore in Italia rispetto alla Cina. Ma come è possibile, se è inferiore in ogni fascia d’età? A prima vista, qualcuno potrebbe pensare che quelli dell’Iss si sono bevuti il cervello.

La spiegazione è che la popolazione italiana è molto più vecchia di quella cinese: l’età media è di 44,3 anni contro 37,4. Perciò le cifre relative alle fasce d’età più avanzate pesano molto di più sul totale.

Per fare maggiore chiarezza si può estremizzare la situazione pensando a due Paesi immaginari: l’Oldania, che ha le stesse percentuali di letalità dell’Italia per tutte le fasce d’età, e la Youngania, che ha quelle della Cina. Ora, in Oldania il 99% della popolazione ha più di 79 anni, e quindi la letalità complessiva è superiore al 10%, perché il restante 1% di “giovani” è insufficiente a influire sul totale. Analogamente in Youngania, dove il 99% della popolazione ha meno di 70 anni, la letalità complessiva è di circa l’1,3% perché l’1% di anziani è ininfluente. Ciò non toglie che ogni oldaniano contagiato dal virus abbia una minore probabilità di esito letale rispetto a uno younganiano della stessa età.

Titoli di giornale / 23

5 marzo 2020


Questo più che un paradosso rientra nella serie delle tautologie, come la tigre asiatica, gli oscar del cinema, un pirata dell’acqua, la guerra delle armi, l’Olocausto degli animali.

Ma come spiego qui, sono anche il risultato paradossale di un diffuso fenomeno giornalistico: un’espressione, prestata da un contesto a un altro, chiude il circolo tornando all’origine senza che chi scrive se ne accorga. In questo caso, l’uso del nome Pablo Escobar per indicare in genere i boss del narcotraffico.

Aforismi paologici / 9

17 febbraio 2020

Fare generalizzazioni sulle donne e considerarle in blocco è un atteggiamento che tutte le donne odiano (Lisa Simpson)

TYXH

6 febbraio 2020

È purtroppo una storia vera, ma sembra quasi un intreccio da tragedia greca. Come se il Fato avesse stabilito che Denis sarebbe morto quella sera su quella strada di provincia.
Quando il giovane perde il controllo della sua vettura e si schianta contro un albero, la sua sorte sembra segnata. Invece no. L’automobile è semidistrutta ma lui è praticamente illeso, e riesce a uscire da solo dalle lamiere. Pericolo scampato?

Secondo atto. Un camionista vede la macchina accartocciata e si ferma a prestare soccorso. Chiama l’ambulanza, poi parla con Denis che gli dice di stare bene. A quel punto si rende conto che la sua presenza lì non è più necessaria e si rimette in moto. È tranquillo, ha fatto il suo dovere.

Terzo atto. Poco dopo sente uno strano rumore provenire da fuori. Si ferma di nuovo e scende a controllare. Il povero Denis era lì per terra, sotto il camion che si era fermato per salvarlo e che invece, ripartendo, l’ha agganciato e ucciso.

Sparare sugli spazzaneve

30 gennaio 2020

A volte le situazioni paradossali sono così appariscenti che sembra quasi ingeneroso riportarle qui, un po’ come sparare sulla Croce Rossa (in questo caso sugli spazzaneve).
D’altra parte, sarebbe un peccato tacerle.
Il Centro Fondo Carlomagno è un complesso per lo sci di fondo sulla Sila, in Calabria, a 1500 metri di quota. È uno dei maggiori del Centro-sud ed è anche il più meridionale d’Europa: si potrebbe pensare che il rischio sia la scarsità di neve. Errore. A gennaio il centro è rimasto chiuso per alcuni giorni a causa della troppa neve che bloccava l’unica strada di accesso, senza che nessuno sapesse chi aveva l’incarico di rimuoverla.

Falsissimi amici / 3

21 gennaio 2020

– L’inglese black e il francese blanc

– In georgiano papà si pronuncia mama e mamma deda

– Due esempi perfetti fra russo e polacco:
1) In polacco uroda vuol dire “bellezza” e in russo урод (urod) sta per “persona brutta, deforme”.
2) In polacco zapomnieć significa “dimenticarsi” e in russo запомнить (zapomnit’) “ricordarsi”.

(Grazie a Nataša per la segnalazione)

E soprattutto…

– Nella mitologia nordica i nibelunghi sono nani

Collezione di ossimori / 11

13 gennaio 2020

Letti o sentiti recentemente:
Salumi vegani, mischia ordinata, Osservatorio Europeo Australe, resistenza nazista (riferito agli ultimi gruppuscoli dell’esercito tedesco che ancora controllavano parte della Germania nel 1945), carbone pulito, un piano solido, militante pacifista, frattali 3D, una copia autentica (della Sindone*), lumache croccanti (c’è il trucco: sono fritte), il dehors interno, pubblico qualificato, formaggio magro, gorghi quieti, la riviera danese (loro la chiamano così!), seitan alla vaccinara, catacombe che risplendono (così pubblicizzate dopo un restauro), emergenza cronica, Latomia del Paradiso (era una cava per lavori forzati), amichevole Roma-Juventus, un selfie serio, una pena soave, possente mucchietto (detto del Gruppo dei Cinque, i compositori russi slavofili dell’Ottocento), una morte graziosa, rovine rinascimentali (forse il più bello), stupidità intelligente, società razionale, umile genio (potrebbe essere una definizione adatta a Grigorij Perel’man), treno regionale veloce, arti marziali, misteri manifesti (Goethe), obbligo flessibile (questa è del governo italiano), seminterrato luminosissimo, terraferma, dolce disprezzo (Manganelli), una rivoluzione tranquilla (parlando della politica sociale giapponese), l’astrologia vera, geologi lunari (gli scienziati che studiano la composizione della Luna), provincia capitale (titolo – volutamente ossimorico – di una trasmissione televisiva), una lasagna leggera, la Dacca bene, vetrate oscuramente luminose (Émile Verhaeren), santo pagano, copia unica (riferito al romanzo Tristano di Nanni Balestrini, di cui ogni “copia” è diversa dalle altre), totale parziale, chiesa puttana (Manganelli)

(*) Quindi un ossimoro al quadrato!

Paradossi matematici

19 dicembre 2019

Ogni tanto fa bene anche ripassare la teoria

Quando l’intuito sbaglia: i paradossi matematici

Senza parole

17 dicembre 2019


(Grazie a Elena Tosato per la segnalazione)

Scusi, mi farebbe un selfie?

3 dicembre 2019

Spesso la portata rivoluzionaria di un’invenzione viene apprezzata solo molto tempo dopo. All’inizio la fotografia era considerata come una versione realistica del ritratto: le persone venivano fotografate in vestiti eleganti e in pose serie e studiate. Solo molto tempo dopo è nato il concetto di istantanea, e ancora più tardi quello di autoscatto – una sorta di ripiego, in cui si cercava di fare una foto decente anche in assenza di un fotografo.

Oggi la parola autoscatto è in via di estinzione: il selfie è il nuovo standard fotografico, ed è addirittura diventato il punto di forza della campagna elettorale di Elizabeth Warren, una delle stelle emergenti nel panorama del Partito democratico americano e una delle più promettenti per evitare una catastrofica rielezione di Trump.

In occasione di ogni comizio, la Warren si presta a un selfie con tutti i fan che glielo chiedono, a costo di perdere tempo e stancarsi: il senso della sua candidatura è appunto quello di essere vicina “alla gente”. E poco male se il selfie non è tecnicamente un selfie: l’importante è che sia considerato tale, anche se per motivi organizzativi bisogna ripiegare su una foto scattata dai collaboratori della senatrice.

Qual buon vento?

28 novembre 2019

All’inizio si parlava di effetto serra (la causa) ma presto si è passati alla conseguenza: il riscaldamento globale. Un’espressione comunque riduttiva, visto che i cambiamenti climatici (o la crisi climatica, come si preferisce dire oggi) non si limitano all’aumento delle temperature: è cambiato anche il regime dei venti, che a sua volta ha provocato effetti paradossali come un calo delle temperature in Antartide e le ondate di freddo in Europa e America.

Ora si scopre che, in media, i venti sono anche più forti di prima; questo favorisce una maggiore produzione di energia eolica, che però è giustamente celebrata nel mondo come uno degli strumenti migliori proprio per contrastare i cambiamenti climatici. Forse, in cuor loro, i gestori di parchi eolici sperano che l’effetto benefico sull’ambiente non sia così efficace…


(Grazie a Giovanni Cocconi per la segnalazione)

Il tabacco ogm fa male?

14 novembre 2019

L’impatto ecologico e sanitario delle sigarette disperse nell’ambiente è incalcolabile, e va sotto il nome di “fumo di quarta mano” (dopo quello inalato direttamente, quello passivo e quello – altrettanto dannoso – che impregna vestiti e arredi). Ma il fumo inquina il pianeta già a monte del consumo, perché le coltivazioni di tabacco richiedono numerosi trattamenti fitosanitari.

Questo specifico problema si potrebbe ridurre sensibilmente grazie a una varietà geneticamente modificata sviluppata di recente negli Stati Uniti. Il futuro di questo prodotto è però in forse, perché un gigante come la Philip Morris ha dichiarato di volersi rifornire solo da piante convenzionali per venire incontro alle preoccupazioni dei consumatori.


Insomma, i fumatori pagano volentieri per inalare 400 sostanze tossiche e altre 400 notoriamente cancerogene, ma non vogliono il tabacco modificato con tecniche genetiche che non comportano nessun rischio aggiuntivo per la salute.

(Grazie a Luca Simonetti per la segnalazione)

Aforismi paologici d’autore

8 novembre 2019

– L’unica certezza è che nulla è certo (Plinio il vecchio)
– Scusami se ti ho scritto una lettera lunga. Non ho avuto il tempo per scriverla più corta (Blaise Pascal)
– Vado piano perché ho fretta (attribuito a Napoleone Bonaparte)
– Niente è più necessario del superfluo (Oscar Wilde)
– Porto addosso tutte le ferite delle battaglie che ho evitato (Fernando Pessoa)
– A me i gatti mi guardano in cagnesco (Totò)
– L’uomo è condannato a essere libero (Jean-Paul Sartre)
– Perché resti tutto com’è, bisogna che tutto cambi (Giuseppe Tomasi di Lampedusa)
– Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me (Groucho Marx)
– La malinconia è la gioia di sentirsi tristi (Victor Hugo)
– Per guidare gli altri, cammina alle loro spalle (Lao Tzu)
– Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato (George Best)
– La cosa più incomprensibile di questo mondo è che esso sia comprensibile (Albert Einstein)
– Beati coloro che soffrono (Gesù di Nazareth)

Medicina di genere e neurosessismo

21 ottobre 2019

Sotto il nazismo si era creata una distinzione fra scienza “ariana” (sana, solida, tradizionale) e scienza “ebraica” (teorie balorde come la relatività dell’ebreo Einstein).
Anche nell’Unione Sovietica, quando una teoria scientifica andava contro il dettame di qualche uomo di punta del regime, veniva bollata come frutto del sistema capitalistico (tecnicamente era anche vero: la maggior parte delle teorie scientifiche sono nate in un sistema capitalistico, ma questo non dice niente né a favore né contro la loro validità).
Certo, la scienza è un’impresa umana e quindi non può essere scollegata dal contesto di chi la fa, ed è comprensibile che le ideologie vogliano in qualche modo incanalarla, o almeno mettere dei paletti. Questo valeva per le ideologie sconfitte del Novecento, ma sembra valere anche per un’ideologia oggi trionfante, il femminismo.

Uno dei grandi risultati dei movimenti femministi in campo scientifico è la nascita della medicina di genere, che studia le patologie tenendo conto delle differenze fra uomini e donne. Lo sintetizza la nota divulgatrice Sylvie Coyaud: «Adesso che la ricerca biomedica non è più riservata ai soli portatori di un cromosoma Y per esempio, in vitro tiene conto molto più spesso del fatto che alcune cellule hanno due cromosomi X, in vivo che gli organi di un maschio non sono uguali a quelli di una femmina e di altre differenze già note ad Agnodice e alle sue pazienti nel IV secolo a.C.». Perfetto (a parte il discutibile sarcasmo, rivolto presumibilmente verso ignoti oppositori della medicina di genere).

«Assumendo che i farmaci vengono testati prevalentemente sui maschi, come se il paziente finale fosse sempre tale, non si tiene conto dei casi nei quali le donne sono più a rischio. Ma non si tiene conto neppure di quelli nei quali hanno vantaggi fisiologici che potrebbero estendersi alle cure per tutti, portando a passi in avanti anche nella cura degli uomini», spiega la grande virologa ed ex-deputata Ilaria Capua, che si spinge anche oltre: «Anche per quanto riguarda le malattie infettive c’è una sensibilità molto differente tra uomo e donna, con alcune forme di patologie virali che colpiscono principalmente le donne». Addirittura, secondo Ilaria Capua, «nelle sperimentazioni dei farmaci i topi dovrebbero essere sempre metà maschi e metà femmine».
Insomma, uomini e donne sono diversi non solo negli apparati riproduttivi, ma in tutte le manifestazioni fisiologiche. Giusto? A quanto pare no.

Sono ovviamente numerosissimi gli studi sulle differenze fra il cervello maschile e quello femminile, con risultati non sempre concordi ma spesso eclatanti nell’evidenziare notevoli difformità. In tutto ciò, non è chiaro quanto le cause siano innate e quanto siano invece acquisite: da un lato è evidente che i ruoli di genere imposti dalla società influenzano il modo in cui funziona il nostro cervello, dall’altro questo non esclude che ci siano delle differenze a monte.
Le polemiche sono aspre, anche perché c’è evidentemente la paura che se fosse scientificamente provata anche una minima differenza innata, questo potrebbe indurre qualcuno a pensare che magari è vero che le donne sono per natura più portate per l’empatia e gli uomini per il ragionamento astratto.
Le ricerche condotte dallo psicologo inglese Simon Baron-Cohen sui neonati (soggetti non ancora esposti a influenze culturali) hanno evidenziato come alti livelli di testosterone fetale siano correlati a una maggiore attenzione ai dettagli e a un minore sviluppo sociale e linguistico.
I suoi lavori sono stati però oggetto di varie critiche, e del resto le neuroscienze in generale non sono ancora in una fase matura: siamo lontani dall’avere conclusioni convincenti. Sapere di non sapere, il motto socratico, guida il lavoro degli scienziati: se Ilaria Capua parlando della medicina di genere afferma che «quello che va approfondito prima di tutto sono le vere e proprie basi biologiche, biochimiche e metaboliche, perché è già a quel livello che mancano le conoscenze», questo vale a maggior ragione per il cervello. Ma la scienza deve essere aperta ad accettare qualsiasi risultato empirico, anche se questo dovesse andare contro un dettame ideologico.

Nel libro Gendered Brain: the new neuroscience that shatters the myth of the female brain, la neuroscienziata Gina Rippon smentisce le presunte differenze innate fra il cervello maschile e quello femminile: tutti gli studi in proposito sarebbero viziati dalla volontà non dichiarata da parte dei ricercatori di trovare “finalmente” la differenza vera (una sintesi-recensione del libro è l’articolo pubblicato su Nature da Lise Eliot e intitolato “Neurosexism: the myth that men and women have different brains”).

Insomma, secondo Gina Rippon le differenze fra il cervello maschile e quello femminile sono «un mito»: una posizione che però va oltre la critica agli studi condotti da altri, e che a sua volta sa di “neurosessismo” mosso da ragioni ideologiche. Bisogna giustamente rivendicare l’importanza di studiare le differenze fra il cuore maschile e quello femminile, e così per il fegato, la vescica, le ossa, il sistema immunitario; possibile che solo il cervello sia assolutamente identico?

Dal punto di vista della medicina di genere, e quindi dei diritti delle donne, sarebbe un grosso passo indietro: vorrebbe dire che, per quanto riguarda le malattie del sistema nervoso, non c’è bisogno di prestare attenzione alle specificità di genere.

Volendo, da un punto di vista puramente logico, Gina Rippon avrebbe un’altra possibile scappatoia: ipotizzare che anche le altre differenze fisiologiche fra uomini e donne siano culturali e non innate. Ma questo fa pensare al candore politically correct del ragazzino che scriveva: «In America c’è molto razzismo contro i neri. Ma sono solo pregiudizi, in realtà sono bianchi come gli altri».

Quanti ossimori ci sono in questo sonetto?

15 ottobre 2019

Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

Francesco Petrarca

Il museo degli ossimori di John Atkinson

27 settembre 2019

Fumo negli occhi

11 settembre 2019

Oggi ogni azienda che si rispetti sbandiera la sua “mission”. Ci tengono tutti molto, e ovviamente nelle mission non si parla mai di soldi. Anzi, di solito sono obiettivi molto ambiziosi, tipo salvare il mondo.
C’è però chi esagera con la faccia tosta. La mission della Philip Morris, ben visibile anche sulla home page del sito, recita: “Designing a Smoke-Free Future”.
Starebbero cercando – dicono – di sostituire le sigarette tradizionali con prodotti alla nicotina meno nocivi, come le sigarette Iqos (brevettate appunto dalla Philip Morris). Sarebbe anche un intento lodevole. Solo che c’è il forte sospetto che sia una mossa pubblicitaria per confondere un po’ le acque (anche perché nel frattempo continuano eccome a vendere le solite sigarette).
Di più: grazie a questa patina salutista la Philip Morris riesce a intrufolare i suoi esperti nelle conferenze scientifiche sui danni del fumo e senza dichiarare conflitti di interesse. Voi vi fidereste?

La sudditanza psicologica generalizzata

27 agosto 2019

Quando nel 2006 la Juventus è stata retrocessa in Serie B, molti italiani hanno esultato: giustizia era fatta. In realtà non era fatta, e anzi gli unici che avrebbero dovuto veramente esultare erano gli juventini: la pena inizialmente prevista comprendeva, fra le altre cose, la retrocessione in Serie C; in seguito è stata mitigata con motivazioni inconsistenti e anzi paradossali.

Lo spiega bene Paola Cantù nel suo saggio E qui casca l’asino sugli errori di ragionamento nel dibattito pubblico: un capitolo, intitolato “I falli della Vecchia Signora”, è dedicato appunto al processo alla Juventus. Un brano della sentenza recita: «A fronte di tali pesantissimi elementi negativi appare equo porre, con il dovuto effetto mitigativo della pena, rispetto a quella inflitta in primo grado, l’importante e prestigiosa storia sportiva, di cui ha sempre percepito i frutti anche la prima squadra nazionale, della società (elemento di cui l’ordinamento sportivo tende, sempre più spesso, a tener conto, come dimostra il favore verso la riammissione in campionati immediatamente meno elevati di quello di competenza, di società dichiarate fallite, ma portatrici di un glorioso passato atletico), nonché la rimozione, o la mancata opposizione alle dimissioni, dei dirigenti responsabili della condanna».


Qui Paola Cantù individua tre argomenti: il prestigio sportivo della squadra, l’interesse nazionale e l’adozione di provvedimenti disciplinari interni. Se il terzo può avere un senso, il secondo è un puro appello alle emozioni degli italiani, entusiasti per la recente vittoria al Mondiale. Fin qui nessun paradosso, ma solo una fallacia logica: i giocatori della Juventus potevano continuare a giocare in una serie inferiore e contemporaneamente nella nazionale (come alcuni di loro hanno fatto), oppure cambiare squadra, senza arrecare il minimo danno alla nazionale stessa.

Inconsistente anche l’analogia con le società fallite (il riferimento più ovvio è alla Fiorentina, ripescata in Serie B nel 2003 “per meriti sportivi e territoriali”): il fallimento societario e la frode sportiva sono due cose completamente diverse, e non ha senso usarne una come precedente giuridico per l’altra.

L’aspetto più scandaloso, sottolinea l’autrice, è quello del prestigio sportivo: «Proprio chi condanna il condizionamento del settore arbitrale a favore della Juventus è poi a sua volta soggetto a tale condizionamento, dato che mitiga la pena ricorrendo come attenuante al prestigio della squadra». Il sistema «basato anche (o soprattutto) sull’abuso intenzionale della sudditanza psicologica degli arbitri» si dimostra quindi capace di influenzare anche i giudici. Paola Cantù fa l’esempio (ipotetico?) di un arbitro che nel momento di fischiare un rigore si fa condizionare dal prestigio di una squadra: una condotta illecita (anche secondo la condanna inflitta alla Juventus), ma viceversa in linea con le motivazioni addotte per concedere l’attenuante. Forse, suggerisce l’autrice, in casi come questi sarebbe il caso di chiedere ai giudici per quale squadra tifano.

Nel suo saggio però non evidenzia un altro paradosso, ancora più a monte: il “prestigio sportivo” si era affermato anche grazie alle azioni illecite come quelle appena scoperte e condannate. Quindi dovrebbe essere non un’attenuante, ma semmai un’aggravante. A qualcuno verrebbe in mente di considerare un’attenuante la ricchezza accumulata da Al Capone con i suoi traffici?