Il più plateale di tutti i paradossi

9 febbraio 2018

«All men are created equal» è una delle frasi più importanti e rivoluzionarie della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, redatta dal futuro presidente Thomas Jefferson. Eppure, all’epoca, era normale per i ricchi possidenti delle colonie americane (compreso lo stesso Jefferson) essere proprietari di un certo numero di schiavi – e questo spiega anche perché dalla Dichiarazione furono stralciati i riferimenti critici verso la schiavitù.


Il paradosso è talmente plateale che anche ai contemporanei appariva stridente. Per eliminarlo, qualcuno fra gli estensori della Dichiarazione era arrivato a proporre di aggiungere una parola alla frase e scrivere «All free men are created equal». La variante non fu accettata, forse perché il risultato finale, anche se meno paradossale, sarebbe stato ancora più ipocrita.

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Rimedi omeopatici

2 febbraio 2018

Per Salvini, la Lega è l’unico antidoto al razzismo.
Come se al-Baghdadi ci spiegasse che Daesh è il baluardo contro l’integralismo, e Luciano Moggi si proclamasse argine contro la corruzione.

Sherlock Holmes non ci sarebbe arrivato

24 gennaio 2018

Un anziano signore viene trovato morto. Sul muro accanto al corpo, nelle migliori tradizioni del racconto poliziesco, c’è scritto col sangue un nome: verosimilmente il nome dell’assassino.

L’investigatore però non ci casca: capisce che è un tentativo di depistaggio. «È chiaro», si dice, «che il vero assassino ha scritto lui il nome. Ma ha commesso un errore: ricostruendo la scena del delitto, infatti, risulta che la vittima avrebbe scritto il nome con la mano sinistra».

Il detective allora prosegue le indagini, fino a incastrare il vero colpevole. E gli spiega come ha fatto a non cadere nella trappola. Ma l’assassino, disperato per l’ironia della sorte, gli spiega a sua volta di aver preparato tutto fin troppo bene: la vittima era mancina, e lui lo sapeva (a differenza del detective); la messa in scena quindi era veramente perfetta fino ai minimi dettagli.

In definitiva, il poliziotto è riuscito a risolvere il caso solo perché è stato troppo approssimativo, e l’assassino troppo raffinato.

Da: Le Petit Vieux des Batignolles, di Émile Gaboriau

Citizen Sophia

17 gennaio 2018

Sophia è nata pochi mesi fa, ma sa già camminare e parlare con disinvoltura. È certamente un fenomeno, ma un fenomeno tecnologico: è un robot di generazione avanzata.

Recentemente ha fatto notizia non solo per le sue doti considerate quasi umane, ma per un evento politico: le è stata conferita la cittadinanza saudita. Del resto, è da tempo che si parla di roboetica e di eventuali diritti per i robot: questo era solo il passo successivo. «Sono molto onorata e orgogliosa per questo riconoscimento unico. Essere il primo robot al mondo a cui viene riconosciuta la cittadinanza è un evento storico», ha dichiarato la stessa Sophia.

La decisione, che ha suscitato sorpresa e polemiche, rientra nella strategia del principe ereditario Moḥammad bin Salmān, che punta a presentare l’Arabia Saudita come un Paese all’avanguardia della modernità (ma il cammino era già stato intrapreso dal vecchio re Abdullah, che aveva costruito cattedrali tecnologiche nel deserto, fra cui la King Abdullah University of Science & Technology).

Il principe però sembra non aver pensato a qualche dettaglio. Innanzitutto, secondo la legge saudita, solo i musulmani possono ricevere la cittadinanza. Sophia avrà abbracciato l’Islam?

Ma soprattutto, è un robot femmina: lo dimostrano inequivocabilmente il nome, l’aspetto (pare che i suoi creatori si siano ispirati a Audrey Hepburn!) e la voce. Perfino la gestualità è spiccatamente femminile. Perciò si trova a dover sottostare, proprio nel Paese di cui è cittadina, a forti restrizioni che molto poco hanno a che vedere con la modernità.

Per esempio non può uscire senza un accompagnatore maschio – e il problema diventa enorme se l’accompagnatore dev’essere un parente, a meno di considerare i suoi creatori come i genitori legali, con tutto quello che ne segue in termini di diritti e doveri.

Inoltre deve mantenere un abbigliamento adeguato, con tanto di velo integrale, non può incontrare estranei e in molti locali può accedere solo negli spazi dedicati alle donne. È programmata per avere opinioni, ma non sempre le sarà consentito esprimerle.

Sophia prima e dopo

Forse, paradossalmente, aveva addirittura più diritti quando era un semplice robot! A meno che qualcuno, con un colpo di genio, non l’abbia iscritta all’anagrafe come maschio. In quanto travestito, chissà, magari rischia al massimo qualche frustata indolore.

 

Trump vs Climate Change – parte seconda

8 gennaio 2018

Qualche anno fa l’allora presidente russo Dmitrij Medvedev, visitando d’inverno una località in Siberia, ha scherzato: «Quando vengo qui, a meno venti gradi, mi chiedo se il riscaldamento globale non sia una campagna orchestrata a scopi commerciali».

Quella di Medvedev era chiaramente una battuta, ma ora il presidente americano Trump ha ripetuto il concetto prendendolo sul serio. In occasione della recente ondata di gelo sulla costa orientale degli Stati Uniti, ha twittato: «Nell’est potrebbe essere il capodanno più freddo mai registrato. Forse potremmo usare un po’ di quel buon vecchio riscaldamento globale per contrastare il quale il nostro Paese (a differenza di altri) sta pagando trilioni di dollari».

Anche Trump aveva chiaramente un intento ironico, ma al contrario: derideva quelli che credono ai cambiamenti climatici (come gli scienziati), mentre Medvedev derideva quelli che non ci credono (come Trump).

In realtà Trump, oltre a essere ignorante in materia, ha (lui sì!) un conflitto di interessi: tende a screditare i cambiamenti climatici anche in quanto rappresentante dell’industria petrolifera (ma non quando lui rischia di pagarne le conseguenze, come ha dimostrato quando si è trattato di proteggere il suo campo da golf in Irlanda).

Comunque, Trump ha sbagliato in pieno nelle categorie kantiane di spazio, tempo e causalità. Per l’aspetto temporale, ha confuso il clima (un fenomeno che si studia sul lungo periodo) con il tempo che fa. Per l’aspetto spaziale, ha considerato solo la costa est, senza pensare che nello stesso momento in varie parti del mondo (e anche nel suo stesso Paese, come in Alaska) le temperature medie sono sensibilmente più alte rispetto alla media.

Per l’aspetto causale (e qui sta il paradosso), non sapeva che l’ondata di gelo è proprio conseguenza dei cambiamenti climatici. Il responsabile è il cosiddetto vortice polare, un circuito di venti in quota che ruotano intorno alla calotta artica. A causa del riscaldamento globale il vortice sta rallentando e l’aria fredda tende a scendere più facilmente verso sud.

Se Trump non si fida degli scienziati, poteva chiedere ai suoi amici nel mondo politico russo: gli avrebbero spiegato che l’ondata di gelo in Nordamerica è appunto una prova del riscaldamento globale in atto.

 

Metafora, ossimoro, sineddoche

19 dicembre 2017

L’uso del termine “uccello” per indicare il membro virile è una delle metafore più curiose della lingua italiana. Curiosa non solo per le varie e discusse teorie sulla sua origine, ma anche per un notevole ossimoro.
A quanto pare, infatti, nel 97% delle specie di uccelli (intesi come pennuti), i maschi non hanno il pene, o se ce l’hanno non è funzionale alla penetrazione.
Quindi, volendo, la figura retorica si può interpretare come una sineddoche al contrario: il tutto per la parte (mancante).

(Grazie a Matteo Bisanti per la segnalazione)

Sì, forse c’è ancora da migliorare

6 dicembre 2017

«Con riferimento alla normativa già in essere avente per oggetto i rapporti tra intermediari e clientela, il mondo bancario ha la piena consapevolezza che sussistano ancora significativi spazi di intervento sul piano sia della normativa primaria sia secondaria per dare nuovo impulso all’opera di semplificazione in Italia e in Europa»
(Associazione bancaria italiana)

 

Caffè scorretto

22 novembre 2017

(È una pubblicità affissa nella metropolitana di Roma, inopinatamente alla fermata Cavour. Sarebbe stata più opportuna a Spagna)

(Grazie a Giovanni Sabato per la segnalazione)

Carpe menses

15 novembre 2017

«Lunga vita al governo provvisorio!»
Dal film Ottobre, di Sergej Ėjzenštejn

 

Piezz’e core

10 novembre 2017

Quando un anziano trasloca in una casa di riposo, la sua speranza è che i parenti lo vadano a trovare spesso. Il sogno che neanche osa formulare è che qualcuno di loro addirittura si stabilisca lì con lui. È senz’altro un’eventualità rara, ma è proprio quello che è successo al fortunato Tom Keating di Liverpool, di 80 anni: si è trasferita da lui, per accudirlo e fargli compagnia, sua mamma Ada (anni 98).

 

Bianco che più bianco si può

20 ottobre 2017

Come definire il referendum consultivo del 22 ottobre sull’autonomia di Lombardia e Veneto?

Pericoloso? Sì, perché rischia di alimentare i risorgenti particolarismi e nazionalismi, vale a dire i peggiori mali della storia d’Europa.
Frainteso? Certo: molti pensano che sia vincolante, altri addirittura che sia in gioco la secessione.
Superfluo? Certo, le Regioni possono chiedere maggiori competenze senza bisogno di referendum.
Inutile? Probabile. È consultivo e difficilmente avrà conseguenze reali (anche per i motivi appena citati).
Dispendioso? Non c’è neanche bisogno di dirlo.
Propagandistico? Ovvio, è l’unico motivo per cui lo si tiene.

Io, a parte tutto ciò, lo definirei paradossale.
O meglio, a essere paradossale non è il referendum in sé, ma la scheda che – se l’immagine presa dal sito della regione Lombardia è veritiera – si troveranno in mano i cittadini lombardi (quelli che decideranno che vale la pena andare a votare, nonostante tutto): a fianco delle caselle “SI” (senza accento) e “NO” c’è la casella “scheda bianca” (tutto minuscolo).

Ora, se uno non sa cosa votare o non vuole votare o vuole boicottare il referendum, può benissimo restarsene a casa o fare una gita, tanto più che il referendum è solo consultivo e non ci sono clausole legate al quorum.

Ma ammettiamo che qualcuno per qualche motivo voglia andare a votare e votare scheda bianca. Cosa deve fare? Se barra la casella “scheda bianca”, la sua scheda non sarà più bianca. Evidentemente la presenza stessa di quella casella è paradossale.

L’elettore caparbiamente deciso a votare scheda bianca può però lasciare la scheda veramente bianca (anche se la presenza della terza casella fa pensare che i promotori del referendum abbiano cercato proprio di scoraggiare questa eventualità, per qualche ragione). In questo caso come sarà conteggiato il suo voto? Cioè, le schede bianche saranno sommate a quelle in cui è stata barrata la casella “scheda bianca”? Oppure ci saranno le “schede bianche” e le “schede veramente bianche”?

(Grazie a Lalo per la segnalazione)

Edit: vengo a sapere solo ora che il voto si svolgerà solo per via elettronica, e che il motivo per cui nella scheda è stata inserita la voce “scheda bianca” è che senza un clic la procedura di voto non va a buon fine. Quindi chi vuole lasciare la scheda veramente bianca non viene conteggiato, e in pratica viene assimilato agli astenuti. Questo nulla toglie all’aspetto paradossale della faccenda: per votare scheda bianca in maniera valida l’elettore deve comunque mettere una croce sulla scheda stessa

 

Secondo Reich e mezzo

11 ottobre 2017

La Repubblica di Weimar è passata alla storia come una parentesi di democrazia fra il secondo e il terzo Reich. E sicuramente è stato così: la Costituzione era fra le più avanzate dell’epoca e garantiva ampie libertà ai cittadini. Però iniziava con un ossimoro notevole:

Artikel 1. Das Deutsche Reich ist eine Republik
(Articolo 1. Il Regno tedesco è una Repubblica)

 

Da antologia!

6 ottobre 2017

Per definizione, un’antologia (dal greco anthos, fiore) è una scelta “fior da fiore”, cioè un florilegio, da una raccolta più ampia.

Oggi, nella tendenza commerciale sempre più compulsiva verso la totalità, si parla a volte di antologie “esaustive”, che cioè comprendono non una scelta ma la totalità delle opere in questione.

Un esempio è la cosiddetta Alien Anthology: la raccolta dei film della serie Alien, pubblicizzata con una contraddizione in termini: «the Anthology was designed to be the definitive collection of the films in the Alien franchise».

In questi casi bisognerebbe parlare non di un’antologia ma di un thesaurus: appunto un integrale e non una selezione, cioè quanto di più vicino ci possa essere al contrario di un’antologia.

Ma non finisce qui.

Dopo la pubblicazione dell’“antologia”, è uscito il film Alien: Covenant, “sequel del prequel” Prometheus (e questo di per sé non è un paradosso ma ci assomiglia).

Adesso quindi la definizione di “definitive collection” non è più valida: manca un film, l’ultimo. Ma proprio per questo l’antologia non è più completa e quindi è di nuovo – involontariamente – un’antologia a tutti gli effetti.

(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

 

I tre cavalieri dell’apocalisse

22 settembre 2017

La scena: le paludi insidiose e profonde della Pomerania, regione all’epoca sotto il dominio prussiano ma animata da movimenti indipendentisti polacchi.

Una strada attraversa le paludi: stretta e solitaria, costruita su un terreno rialzato, dai lati ripidi e scoscesi.

A un’estremità della strada, il quartier generale dell’esercito prussiano; all’altra, una città polacca dove è stato da poco arrestato un famoso poeta e patriota.

Il maresciallo prussiano vuole che il poeta sia giustiziato. In tutta fretta invia perciò un cavaliere in città con l’ordine di esecuzione firmato di suo pugno: altrimenti, in assenza di ordini, il prigioniero verrebbe rilasciato.

Poco dopo arriva al quartier generale Sua Altezza il principe: più clemente del suo ufficiale, decide di graziare il prigioniero: invia un secondo messaggero, con il cavallo più veloce, con la revoca dell’ordine firmata da lui stesso.

Ma il maresciallo non ci sta: di nascosto, ordina a un terzo cavaliere di inseguire il secondo, e impedire in ogni modo che raggiunga il primo.

Ci sono così tre cavalieri su una strada rettilinea.

Quando finalmente il terzo messaggero vede un cavaliere in lontananza sulla strada, gli spara da lontano e torna indietro contento di aver eseguito gli ordini.

Anche il maresciallo è soddisfatto, ma in seguito viene a sapere che il poeta gira libero per la città. Come è possibile?

Il maresciallo non poteva immaginare l’abnegazione nei suoi confronti del primo cavaliere: quando si era visto inseguito, aveva capito che era in arrivo un contrordine e, per fare in modo che i desideri del suo maresciallo fossero eseguiti, aveva sparato all’inseguitore.

Così il terzo cavaliere, quando spara a sua volta, crede di aver raggiunto il secondo, mentre invece è il primo. Ed è lui che uccide. Alla fine nessun cavaliere arriva in città.

In sostanza, il motivo per cui la volontà del maresciallo non è stata eseguita è che i suoi due cavalieri gli erano entrambi eccessivamente fedeli.

Da: Gilbert Keith Chesterton, “The Three Horsemen of Apocalypse”. In: The Paradoxes of Mr. Pond

Dante e l’ipercorrettismo

13 settembre 2017

Un ipercorrettismo è un errore commesso da chi pensa di correggerne un altro. Per esempio quando qualcuno scrive tegliera, pensando che “teiera” sia una storpiatura dialettale.

La mia professoressa di latino del liceo – donna peraltro di grande cultura – aveva il vezzo di usare la pronuncia classica anziché quella tradizionale diffusa in Italia: pronunciava Kikero anziché Cicero, Kaësar anziché Cesar, consecutio anziché consecuzio, uoluit anziché voluit, eccetera. Del resto sembra che fosse proprio questa la pronuncia degli antichi romani: l’altra si sarebbe diffusa gradualmente solo dal Medioevo (e solo in Italia).

Che per lei fosse però più uno snobismo che un’attenzione filologica era evidente. Citando (a memoria) l’intestazione originale della Divina Commedia, recitava: «Diuina Comoëdia Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus». A parte l’imprecisione (la versione corretta è «Libri titulus est: Incipit Comoedia Dantis Allagherii, Florentini natione, non moribus»), la pronuncia era del tutto anacronistica: al tempo di Dante la pronuncia classica era solo un ricordo.

Agenzia di scollocamento

8 agosto 2017

Stéphane, Cathy e Thierry lavorano per un’agenzia di collocamento, la più efficiente della città. Tanto efficiente che la disoccupazione scende praticamente a zero. E così sono i loro posti di lavoro a diventare a rischio. Per salvarli, i tre devono mettersi a creare disoccupazione (degli altri).

È la trama del film francese Les Têtes de l’emploi (2016)

Forse per compensare

26 luglio 2017

I Paesi sono Bassi, ma la gente è alta: gli olandesi sono il popolo primatista per quanto riguarda la statura media. Gli uomini di età superiore ai 20 anni sono alti in media 180,8 cm e le donne 167,8. Restringendo la fascia d’età all’intervallo 25-45 anni, il dato sale a 182,9 e 169,7.

L’eredità di Caravaggio

14 luglio 2017

Caravaggio è stato uno dei pochissimi fra i grandi pittori della sua epoca – se non l’unico – a non avere avuto una bottega di allievi. E si capisce, vista la vita irregolare che conduceva, sempre in fuga. Però nessuno ha avuto più seguaci di lui, tanto che si definiscono caravaggeschi molti dei pittori del Seicento (e non solo in Italia).

Aforismi paologici / 7

27 giugno 2017

Come al solito si cambia!

Perché l’unanimità è sbagliata

20 giugno 2017

Secondo Rousseau, più la maggioranza dei cittadini si avvicina all’unanimità, meglio approssima la “volontà generale”, cioè la scelta razionalmente migliore per il corpo sociale.

Non so se Rousseau aveva pensato all’eventualità di una decisione presa dal 100% dei votanti: un caso decisamente improbabile, tanto che anche le maggioranze “bulgare” nei Paesi del blocco sovietico si limitavano al massimo al 99% o poco più.

Al contrario, nell’antico diritto ebraico, valeva un principio in un certo senso opposto: se un imputato veniva giudicato colpevole da tutti i giudici, nessuno escluso, allora doveva essere rilasciato. L’idea dietro questa regola era che l’unanimità, essendo molto rara, di solito è la conseguenza di un’anomalia di fondo, un po’ l’analogo di quello che in fisica si chiama errore sistematico.

Una ricerca recente conferma che gli antichi legislatori ebrei avevano ragione. Più aumenta il numero dei testimoni che indicano all’unanimità lo stesso sospettato, più diminuisce la probabilità che sia il vero colpevole. Se invece uno dei testimoni indica un altro individuo (magari il poliziotto), allora torna a crescere la probabilità che quello additato dalla maggioranza sia il colpevole.

Il fatto è che i fenomeni sociali non si spiegano con la matematica, ma appunto con la probabilità: proprio perché l’unanimità è così rara, quando capita c’è da pensare che sia dovuta a qualche errore. Come se lanciando una moneta un gran numero di volte uscisse sempre testa: chiunque penserebbe che in qualche modo la moneta è truccata (e forse per questo i regimi bulgari ammettevano un margine di elettori che “sbagliavano” a votare).

Anche nella scienza, un esperimento che riesce troppe volte e in modo troppo pulito fa scattare il dubbio dell’errore sistematico. E se non lo fa, si può arrivare a conclusioni sbagliate. Fra il 1993 e il 2008, una stessa donna misteriosa avrebbe ucciso 15 persone tra Germania, Francia e Austria: era sempre la prova del dna a inchiodarla. Eppure l’assassina sfuggiva alla polizia di mezza Europa. Solo in seguito si è scoperto che tutti i campioni di dna erano stati contaminati per errore da una donna che lavorava nel laboratorio di analisi.

Insomma, un margine di imprecisione e di “sporcizia” fa parte della realtà: se ci viene presentato un reperto etrusco troppo integro e pulito, subito sospettiamo (giustamente) che sia falso.

In un mondo matematico l’unanimità sarebbe giusta. Nel mondo reale è sbagliata.