Caffè scorretto

22 novembre 2017

(È una pubblicità affissa nella metropolitana di Roma, inopinatamente alla fermata Cavour. Sarebbe stata più opportuna a Spagna)

(Grazie a Giovanni Sabato per la segnalazione)

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Carpe menses

15 novembre 2017

«Lunga vita al governo provvisorio!»
Dal film Ottobre, di Sergej Ėjzenštejn

 

Piezz’e core

10 novembre 2017

Quando un anziano trasloca in una casa di riposo, la sua speranza è che i parenti lo vadano a trovare spesso. Il sogno che neanche osa formulare è che qualcuno di loro addirittura si stabilisca lì con lui. È senz’altro un’eventualità rara, ma è proprio quello che è successo al fortunato Tom Keating di Liverpool, di 80 anni: si è trasferita da lui, per accudirlo e fargli compagnia, sua mamma Ada (anni 98).

 

Bianco che più bianco si può

20 ottobre 2017

Come definire il referendum consultivo del 22 ottobre sull’autonomia di Lombardia e Veneto?

Pericoloso? Sì, perché rischia di alimentare i risorgenti particolarismi e nazionalismi, vale a dire i peggiori mali della storia d’Europa.
Frainteso? Certo: molti pensano che sia vincolante, altri addirittura che sia in gioco la secessione.
Superfluo? Certo, le Regioni possono chiedere maggiori competenze senza bisogno di referendum.
Inutile? Probabile. È consultivo e difficilmente avrà conseguenze reali (anche per i motivi appena citati).
Dispendioso? Non c’è neanche bisogno di dirlo.
Propagandistico? Ovvio, è l’unico motivo per cui lo si tiene.

Io, a parte tutto ciò, lo definirei paradossale.
O meglio, a essere paradossale non è il referendum in sé, ma la scheda che – se l’immagine presa dal sito della regione Lombardia è veritiera – si troveranno in mano i cittadini lombardi (quelli che decideranno che vale la pena andare a votare, nonostante tutto): a fianco delle caselle “SI” (senza accento) e “NO” c’è la casella “scheda bianca” (tutto minuscolo).

Ora, se uno non sa cosa votare o non vuole votare o vuole boicottare il referendum, può benissimo restarsene a casa o fare una gita, tanto più che il referendum è solo consultivo e non ci sono clausole legate al quorum.

Ma ammettiamo che qualcuno per qualche motivo voglia andare a votare e votare scheda bianca. Cosa deve fare? Se barra la casella “scheda bianca”, la sua scheda non sarà più bianca. Evidentemente la presenza stessa di quella casella è paradossale.

L’elettore caparbiamente deciso a votare scheda bianca può però lasciare la scheda veramente bianca (anche se la presenza della terza casella fa pensare che i promotori del referendum abbiano cercato proprio di scoraggiare questa eventualità, per qualche ragione). In questo caso come sarà conteggiato il suo voto? Cioè, le schede bianche saranno sommate a quelle in cui è stata barrata la casella “scheda bianca”? Oppure ci saranno le “schede bianche” e le “schede veramente bianche”?

(Grazie a Lalo per la segnalazione)

Edit: vengo a sapere solo ora che il voto si svolgerà solo per via elettronica, e che il motivo per cui nella scheda è stata inserita la voce “scheda bianca” è che senza un clic la procedura di voto non va a buon fine. Quindi chi vuole lasciare la scheda veramente bianca non viene conteggiato, e in pratica viene assimilato agli astenuti. Questo nulla toglie all’aspetto paradossale della faccenda: per votare scheda bianca in maniera valida l’elettore deve comunque mettere una croce sulla scheda stessa

 

Secondo Reich e mezzo

11 ottobre 2017

La Repubblica di Weimar è passata alla storia come una parentesi di democrazia fra il secondo e il terzo Reich. E sicuramente è stato così: la Costituzione era fra le più avanzate dell’epoca e garantiva ampie libertà ai cittadini. Però iniziava con un ossimoro notevole:

Artikel 1. Das Deutsche Reich ist eine Republik
(Articolo 1. Il Regno tedesco è una Repubblica)

 

Da antologia!

6 ottobre 2017

Per definizione, un’antologia (dal greco anthos, fiore) è una scelta “fior da fiore”, cioè un florilegio, da una raccolta più ampia.

Oggi, nella tendenza commerciale sempre più compulsiva verso la totalità, si parla a volte di antologie “esaustive”, che cioè comprendono non una scelta ma la totalità delle opere in questione.

Un esempio è la cosiddetta Alien Anthology: la raccolta dei film della serie Alien, pubblicizzata con una contraddizione in termini: «the Anthology was designed to be the definitive collection of the films in the Alien franchise».

In questi casi bisognerebbe parlare non di un’antologia ma di un thesaurus: appunto un integrale e non una selezione, cioè quanto di più vicino ci possa essere al contrario di un’antologia.

Ma non finisce qui.

Dopo la pubblicazione dell’“antologia”, è uscito il film Alien: Covenant, “sequel del prequel” Prometheus (e questo di per sé non è un paradosso ma ci assomiglia).

Adesso quindi la definizione di “definitive collection” non è più valida: manca un film, l’ultimo. Ma proprio per questo l’antologia non è più completa e quindi è di nuovo – involontariamente – un’antologia a tutti gli effetti.

(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

 

I tre cavalieri dell’apocalisse

22 settembre 2017

La scena: le paludi insidiose e profonde della Pomerania, regione all’epoca sotto il dominio prussiano ma animata da movimenti indipendentisti polacchi.

Una strada attraversa le paludi: stretta e solitaria, costruita su un terreno rialzato, dai lati ripidi e scoscesi.

A un’estremità della strada, il quartier generale dell’esercito prussiano; all’altra, una città polacca dove è stato da poco arrestato un famoso poeta e patriota.

Il maresciallo prussiano vuole che il poeta sia giustiziato. In tutta fretta invia perciò un cavaliere in città con l’ordine di esecuzione firmato di suo pugno: altrimenti, in assenza di ordini, il prigioniero verrebbe rilasciato.

Poco dopo arriva al quartier generale Sua Altezza il principe: più clemente del suo ufficiale, decide di graziare il prigioniero: invia un secondo messaggero, con il cavallo più veloce, con la revoca dell’ordine firmata da lui stesso.

Ma il maresciallo non ci sta: di nascosto, ordina a un terzo cavaliere di inseguire il secondo, e impedire in ogni modo che raggiunga il primo.

Ci sono così tre cavalieri su una strada rettilinea.

Quando finalmente il terzo messaggero vede un cavaliere in lontananza sulla strada, gli spara da lontano e torna indietro contento di aver eseguito gli ordini.

Anche il maresciallo è soddisfatto, ma in seguito viene a sapere che il poeta gira libero per la città. Come è possibile?

Il maresciallo non poteva immaginare l’abnegazione nei suoi confronti del primo cavaliere: quando si era visto inseguito, aveva capito che era in arrivo un contrordine e, per fare in modo che i desideri del suo maresciallo fossero eseguiti, aveva sparato all’inseguitore.

Così il terzo cavaliere, quando spara a sua volta, crede di aver raggiunto il secondo, mentre invece è il primo. Ed è lui che uccide. Alla fine nessun cavaliere arriva in città.

In sostanza, il motivo per cui la volontà del maresciallo non è stata eseguita è che i suoi due cavalieri gli erano entrambi eccessivamente fedeli.

Da: Gilbert Keith Chesterton, “The Three Horsemen of Apocalypse”. In: The Paradoxes of Mr. Pond

Dante e l’ipercorrettismo

13 settembre 2017

Un ipercorrettismo è un errore commesso da chi pensa di correggerne un altro. Per esempio quando qualcuno scrive tegliera, pensando che “teiera” sia una storpiatura dialettale.

La mia professoressa di latino del liceo – donna peraltro di grande cultura – aveva il vezzo di usare la pronuncia classica anziché quella tradizionale diffusa in Italia: pronunciava Kikero anziché Cicero, Kaësar anziché Cesar, consecutio anziché consecuzio, uoluit anziché voluit, eccetera. Del resto sembra che fosse proprio questa la pronuncia degli antichi romani: l’altra si sarebbe diffusa gradualmente solo dal Medioevo (e solo in Italia).

Che per lei fosse però più uno snobismo che un’attenzione filologica era evidente. Citando (a memoria) l’intestazione originale della Divina Commedia, recitava: «Diuina Comoëdia Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus». A parte l’imprecisione (la versione corretta è «Libri titulus est: Incipit Comoedia Dantis Allagherii, Florentini natione, non moribus»), la pronuncia era del tutto anacronistica: al tempo di Dante la pronuncia classica era solo un ricordo.

Agenzia di scollocamento

8 agosto 2017

Stéphane, Cathy e Thierry lavorano per un’agenzia di collocamento, la più efficiente della città. Tanto efficiente che la disoccupazione scende praticamente a zero. E così sono i loro posti di lavoro a diventare a rischio. Per salvarli, i tre devono mettersi a creare disoccupazione (degli altri).

È la trama del film francese Les Têtes de l’emploi (2016)

Forse per compensare

26 luglio 2017

I Paesi sono Bassi, ma la gente è alta: gli olandesi sono il popolo primatista per quanto riguarda la statura media. Gli uomini di età superiore ai 20 anni sono alti in media 180,8 cm e le donne 167,8. Restringendo la fascia d’età all’intervallo 25-45 anni, il dato sale a 182,9 e 169,7.

L’eredità di Caravaggio

14 luglio 2017

Caravaggio è stato uno dei pochissimi fra i grandi pittori della sua epoca – se non l’unico – a non avere avuto una bottega di allievi. E si capisce, vista la vita irregolare che conduceva, sempre in fuga. Però nessuno ha avuto più seguaci di lui, tanto che si definiscono caravaggeschi molti dei pittori del Seicento (e non solo in Italia).

Aforismi paologici / 7

27 giugno 2017

Come al solito si cambia!

Perché l’unanimità è sbagliata

20 giugno 2017

Secondo Rousseau, più la maggioranza dei cittadini si avvicina all’unanimità, meglio approssima la “volontà generale”, cioè la scelta razionalmente migliore per il corpo sociale.

Non so se Rousseau aveva pensato all’eventualità di una decisione presa dal 100% dei votanti: un caso decisamente improbabile, tanto che anche le maggioranze “bulgare” nei Paesi del blocco sovietico si limitavano al massimo al 99% o poco più.

Al contrario, nell’antico diritto ebraico, valeva un principio in un certo senso opposto: se un imputato veniva giudicato colpevole da tutti i giudici, nessuno escluso, allora doveva essere rilasciato. L’idea dietro questa regola era che l’unanimità, essendo molto rara, di solito è la conseguenza di un’anomalia di fondo, un po’ l’analogo di quello che in fisica si chiama errore sistematico.

Una ricerca recente conferma che gli antichi legislatori ebrei avevano ragione. Più aumenta il numero dei testimoni che indicano all’unanimità lo stesso sospettato, più diminuisce la probabilità che sia il vero colpevole. Se invece uno dei testimoni indica un altro individuo (magari il poliziotto), allora torna a crescere la probabilità che quello additato dalla maggioranza sia il colpevole.

Il fatto è che i fenomeni sociali non si spiegano con la matematica, ma appunto con la probabilità: proprio perché l’unanimità è così rara, quando capita c’è da pensare che sia dovuta a qualche errore. Come se lanciando una moneta un gran numero di volte uscisse sempre testa: chiunque penserebbe che in qualche modo la moneta è truccata (e forse per questo i regimi bulgari ammettevano un margine di elettori che “sbagliavano” a votare).

Anche nella scienza, un esperimento che riesce troppe volte e in modo troppo pulito fa scattare il dubbio dell’errore sistematico. E se non lo fa, si può arrivare a conclusioni sbagliate. Fra il 1993 e il 2008, una stessa donna misteriosa avrebbe ucciso 15 persone tra Germania, Francia e Austria: era sempre la prova del dna a inchiodarla. Eppure l’assassina sfuggiva alla polizia di mezza Europa. Solo in seguito si è scoperto che tutti i campioni di dna erano stati contaminati per errore da una donna che lavorava nel laboratorio di analisi.

Insomma, un margine di imprecisione e di “sporcizia” fa parte della realtà: se ci viene presentato un reperto etrusco troppo integro e pulito, subito sospettiamo (giustamente) che sia falso.

In un mondo matematico l’unanimità sarebbe giusta. Nel mondo reale è sbagliata.

Sexy = sexist?

12 giugno 2017

Sembrava che la liberazione sessuale e il femminismo ci avessero definitivamente traghettato dal pudore veterocattolico a un’epoca più serena e con meno vincoli, con il diritto per tutti di disporre del proprio corpo.
Ora purtroppo arriva la controtendenza. E non arriva dal risorgere degli integralismi religiosi, ma da dove meno te l’aspetti.

Scelgo l’esempio più recente e sintomatico, non certo l’unico o il più importante: le proteste contro la pubblicità di una linea di biancheria. Il motivo: si mostra una bellissima modella in reggiseno. Nella pubblicità di un reggiseno, pazzesco!

Di fronte a un tale scandalo c’è addirittura chi chiede una legge contro le pubblicità sessiste. Giusto, dobbiamo proibire di mostrare i reggiseni. Per pubblicizzarli andrà benissimo far vedere l’immagine di un cibo per gatti, di una bicicletta o di una vernice industriale.

Ma a quanto pare c’è di peggio: il sessismo più grave non sta tanto nel reggiseno in sé, bensì nella scelta di una modella dal fisico statuario, che non corrisponde alle “donne reali” (come se fossero tutte uguali). «Anche questa è violenza», sostengono le ultrafemministe. Giusto anche questo, bisognava fare la campagna pubblicitaria con una modella vecchia e grassa. E – per equità – le pubblicità di jeans da uomo con un modello anche lui rugoso e con una grossa pancia debordante.

Già oggi negli Stati Uniti sono arrivati alla follia di proibire di portare in spiaggia bambine indecentemente abbigliate solo con gli slip (ok, tecnicamente è un topless, ma lo è anche per i bambini maschi). Dobbiamo aspettarci che domani in Europa sarà vietato girare in minigonna? Sarà il femminismo a imporci il burqa?

Però non cyber

29 maggio 2017

Devo confessare che, nella mia ignoranza in materia di televisione, fino alla settimana scorsa conoscevo un solo Paolo Ruffini, il matematico. Sono venuto a sapere dell’esistenza dell’attore omonimo leggendo un articolo su Wired. Chiamato come ospite speciale a un evento organizzato dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca contro il cyberbullismo, Ruffini ha pensato bene di rivolgersi al pubblico di studenti nel modo più diretto e spigliato possibile, per non annoiarli. A quanto pare però ha esagerato con le parolacce, arrivando a sfottere e insultare proprio gli studenti. Insomma, ha fatto il bullo.

L’arte dei leccapiedi

16 maggio 2017

«Nessun divieto può abolire il lecchinaggio. L’imperatore Ko lo proibì. Gli scritti che lo elogiano per questo decreto sono tra i più sublimi capolavori di quest’arte»

Bertolt Brecht, Il romanzo dei Tui

Ci cade un mito

11 maggio 2017

Chi ci difenderà dalle fake news, cioè dalle bufale? «Noi», rispondono quelli del New York Times, con un po’ di (giustificata) presunzione.

Quel “noi” però da qualche settimana comprende un nuovo editorialista, Bret Stephens, famoso per essersi schierato ripetutamente in passato con i negazionisti del riscaldamento globale: secondo lui i cambiamenti climatici sono un «nemico immaginario» (come il razzismo!) e la paura per le possibili conseguenze è un’«isteria». E chi crede agli scienziati segue un metodo totalitario paragonabile allo stalinismo e all’antisemitismo.
E adesso come facciamo a credere ancora al New York Times?

Continuiamo a farci del male

3 maggio 2017

La sinistra italiana è famosa per il suo masochismo, che ha contribuito a escluderla praticamente sempre dal governo e a spianare ripetutamente la strada alla destra. Ora l’economista Emiliano Brancaccio, con un ragionamento virtuosistico quanto paradossale pubblicato sull’Espresso, estende questa perversione alle elezioni francesi: se fosse in Francia, non andrebbe a votare per il ballottaggio. Il motivo è che «Macron incarna l’estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l’Unione Europea», ma «la sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli». La conseguenza, secondo Brancaccio, sarebbe controproducente: «Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».
Sintetizzando: secondo Brancaccio, per paura che la destra neofascista guadagni consensi, conviene mandarla al governo adesso.

Come si diventa jihadisti

12 aprile 2017

Palazzo Yacoubian è un romanzo dello scrittore egiziano ʿAlāʾ al-Aswānī, del 2002 (quindi ben prima dell’avvento di Daesh e della nuova fase del terrorismo islamista). Ambientato in un palazzo del Cairo, racconta le storie intrecciate dei suoi inquilini, una delle quali è molto istruttiva.

Il giovane Taha ha un grande sogno: diventare poliziotto. Un po’ per l’orgoglio di portare l’uniforme, ma soprattutto per essere utile al suo Paese.

All’esame per entrare all’accademia di polizia risponde brillantemente, ma non viene preso perché suo padre non è abbastanza importante: di lavoro fa il semplice portiere. Così a quanto pare funziona in Egitto (e sicuramente non solo lì). Per lo stesso motivo, neanche il suo ricorso ha successo.

Deluso, Taha decide di consolarsi iscrivendosi all’università. Lì, poco considerato dai colleghi dell’alta società, lega con alcuni studenti come lui – poveri e indignati.

Ansioso di fare qualcosa per rinnovare la società, inizia a frequentare la moschea e a seguire gli insegnamenti di un imam carismatico: onesto, puro e sicuro di sé – tutto il contrario dei giovani borghesi che si vedono in giro.

Taha giunge alla conclusione che solo la religione potrà risanare una società così corrotta, ed entra nella cerchia sempre più intima dell’imam.

Durante una retata viene arrestato e torturato – senza motivo – dai poliziotti: quelli che ammirava tanto, che per lui erano un modello. Quando viene rilasciato, qualcosa in lui è cambiato per sempre. Ora ha di nuovo un sogno, uno scopo nella vita, ma ben diverso da quello infantile: vendicarsi, fare una strage, morire in un attentato suicida.

L’ex aspirante poliziotto è diventato un aspirante terrorista.

Collezione di ossimori / 10 – Speciale tassonomia (2)

7 aprile 2017

Chi mai chiamerebbe pygmaeus una specie di scimmia alta fino a 1,70 m e pesante fino a 120 kg? Linneo, scegliendo il nome scientifico dell’orango.


Da allora in poi, gli ossimori tassonomici sono numerosissimi (e spesso inspiegabili). Alcuni li avevo catalogati qui, ma ce ne sono molti altri. Per esempio i roditori del genere Arvicola sono tutti terragnoli tranne una specie, che è acquatica, ed è stata battezzata… Arvicola terrestris (in questo caso però qualcuno dev’essersi reso conto dell’assurdità della faccenda, e il nome è stato cambiato: oggi si chiama in modo più equilibrato Arvicola amphibius).

Ci sono poi due uccelli molto simili tra loro, la pettegola (che ha le zampe rosse) e il totano moro (che ha le zampe nere, almeno d’estate): uno è Tringa totanus e l’altro è Tringa erythropus. Ovviamente la pettegola è totanus e il totano moro erythropus.

Restando fra gli uccelli: quaglia, coturnice e pernice appartengono ai generi Perdix, Coturnix e Alectoris. A occhio, la pernice è Perdix, la coturnice Coturnix e la quaglia (per esclusione) Alectoris. E invece la quaglia è Coturnix, la coturnice è Perdix e la pernice Alectoris.

Passando agli insetti, due comuni specie di libellule del genere Orthetrum sono molto simili tra loro, ma si distinguono dal colore del torace (dei maschi). Inutile dire che quello dell’Orthetrum brunneum è celeste e quello dell’Orthetrum coerulescens è bruno.

E infine le piante: la rovere e la farnia sono due specie di quercia, genere Quercus, specie robur e petraea. La rovere è robur? Certo che no. Il genere Washingtonia poi comprende due specie di palme molto utilizzate nei parchi italiani, la robusta e la filifera. Una ha tronco possente, largo e tarchiato, l’altra tronco sottilissimo e altissimo. Quale delle due sarà la robusta e quale la filifera?

(Grazie per la segnalazione a Come dico rimando)