VQA (Vexata Quaestio Acronimorum)

1 agosto 2019

Quella degli acronimi è una vexata quaestio. L’esempio tipico della querelle è l’acido desossiribonucleico, che originariamente veniva scritto D.N.A. (dall’inglese DeoxyriboNucleic Acid). Oggi la parola è entrata nell’uso comune e sui giornali compare spesso scritta Dna o anche dna (con grande scandalo di alcuni scienziati puntigliosi). Del resto, non c’è una legge che stabilisce come vadano scritte le sigle: a decidere sono le norme redazionali dei singoli editori, e spesso i giornali italiani, privilegiando la scorrevolezza della lettura, preferiscono non esagerare con le maiuscole (è normale leggere “Unesco”, e naturalmente il quartiere nato per ospitare l’Esposizione Universale di Roma del 1942 si chiama Eur).

Anche i personaggi famosi vengono a volte indicati con l’acronimo delle loro iniziali. In Italia è famoso il PPP di Pasolini, ma la moda è diffusa ancora di più in Francia (DSK per Dominique Strauss-Kahn, BHL per Bernard-Henri Lévy) e in ambito anglosassone (JFK su tutti).

Negli ultimi tempi uno dei nomi più citati sui giornali è quello di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.


Il suo acronimo naturale sarebbe UvdL ma, forse per analogia con gli altri esempi famosi triletterali, si usa in genere VdL. I giornali che hanno optato per la grafia con la sola iniziale maiuscola scrivono perciò Vdl: così però si scrive maiuscola la v di von e minuscola la L di Leyen.

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Brexit: istruzioni per l’uso

10 luglio 2019

Dopo una lunga serie di votazioni al Parlamento di Westminster in cui veniva bocciata praticamente qualsiasi proposta, anche quelle che si contraddicevano fra di loro, finalmente è arrivata la tanto attesa svolta di Corbyn: chiede un secondo referendum sulla Brexit e annuncia che farà campagna per il Remain. Una posizione nuova per lui, salutata con entusiasmo dagli europeisti al di qua e al di là della Manica.


Attenzione però, non è tutto oro quello che luccica: qualcuno ha osservato che la mossa del leader laburista è un passo nella direzione giusta, ma il suo partito è ancora a metà del guado.

Corbyn ha detto che rimanere è preferibile rispetto a un’uscita senza accordo o all’accordo negoziato dai conservatori, ma non si è espresso sulle sue intenzioni nel caso in cui andasse al governo. Lo ha fatto al posto suo Clive Lewis, ministro ombra laburista del Tesoro: ha detto che se vincessero le elezioni cercherebbero di negoziare un altro accordo per uscire. Insomma, purtroppo non è la Brexit a non piacere ai laburisti, ma solo la Brexit dei conservatori.

Ammesso e non concesso che l’Unione Europea sia disposta ad altre trattative, i conservatori a quel punto avrebbero due possibilità. Se veramente il loro obiettivo è la Brexit e non il potere, dovrebbero approvare l’accordo laburista.
Anzi: se veramente volessero la Brexit a tutti i costi, dovrebbero cedere immediatamente e spontaneamente il potere a Corbyn, senza neanche andare alle urne: lo metterebbero con le spalle al muro, impedendogli di approdare alla sponda del Remain, e lo manderebbero a negoziare un qualunque accordo a Bruxelles con alle spalle un forte blocco parlamentare per l’uscita.

In alternativa potrebbero chiedere a loro volta di sottoporre l’accordo laburista a un terzo referendum. In questo caso la speranza è che, dopo la bocciatura dell’accordo dei conservatori nel secondo referendum, l’accordo dei laburisti venga bocciato dai conservatori nel terzo, e così via, congelando la Brexit indefinitamente. Finché le future generazioni, quando si saranno dimenticate del motivo del contendere e non ricorderanno neanche i nomi dei politici attuali, lasceranno cadere ogni tentativo di accordo e chiederanno alla vecchia regina Elisabetta di mettere fine una volta per tutte a questa follia.

Il vecchio e il nuovo / 2

3 luglio 2019

“Nuovo” è uno dei concetti più relativi che ci siano: ogni cosa nuova a un certo punto diventa vecchia. Lo sanno bene i fiorentini: la splendida basilica di Santa Maria Novella (cioè appunto “nuova”) è stata chiamata così perché costruita dove prima sorgeva la “vecchia” chiesetta di Santa Maria delle Vigne (la quale però a sua volta, appena costruita, avrebbe potuto fregiarsi del titolo di “nuova”). Ironia della sorte, pochi anni dopo – e non troppo lontano da lì – è stata costruita la cattedrale di Santa Maria del Fiore: oggi quindi, fra le due più famose chiese di Firenze dedicate a Santa Maria, quella “Novella” è la più antica.

Il paradosso è portato al culmine a Parigi, dove il Pont Neuf è il ponte più vecchio della città (c’è il trucco: ce n’erano ovviamente di più antichi ma non sono arrivati ai nostri giorni). Sui nomi dei ponti erano stati più accorti proprio i fiorentini: il Ponte Vecchio non potrà mai essere superato in anzianità.

Ritratto del matematico da giovanissimo

17 giugno 2019

Quando avevo sei anni non ho chiesto alla mamma come nascono i bambini, ma se l’onnipotenza di Dio gli permette di far sì che due più due faccia cinque. Non deve essere stato facile crescermi. La risposta però è stata prontissima e da fare invidia ai teologi: «Certo che può, ma dovrebbe rifare daccapo il mondo». Lì per lì mi era bastata, ma purtroppo si presta a un’altra domanda paradossale: «Può Dio fare in modo che due più due faccia cinque senza rifare daccapo il mondo?».

Molto tempo dopo ho scoperto che il mio interrogativo era stato già affrontato in altre forme. Un enunciato tipico è: «Può Dio creare una pietra così pesante che neanche lui può sollevarla?». Oppure, in una variante diffusa nelle scuole rabbiniche: «Può Dio costruire una prigione dalla quale neanche lui può evadere?». O ancora, nella versione definitiva dello Pseudo-Dionigi Areopagita (V secolo): «Può Dio negare sé stesso?»(*).

Sono state proposte molte soluzioni al paradosso da parte di logici e teologi (Abelardo, Pietro Lombardo, Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Guglielmo di Occam, Nicola Cusano, Cartesio), e la maggior parte girano intorno alla definizione del concetto di onnipotenza. Da un punto di vista puramente logico, però, l’unica via di uscita è riconoscere che non esiste l’onnipotenza.

La risposta più convincente è quindi quella di Pier Damiani: la logica è una categoria umana, e noi non possiamo che ragionare in termini logici. Ma Dio è al di sopra delle categorie umane e quindi anche della logica. Perciò per lui non esistono paradossi, solo che noi con la nostra limitata ragione umana non possiamo capire in che modo (è un ragionamento simile a quello con cui Leibniz spiegava l’esistenza del male nel mondo).

(*) Il paradosso dell’onnipotenza compariva anche nella religione dell’antica Grecia, ed era stato risolto in modo molto elegante, anche se senza pretese di coerenza logica: oggi diremmo che avevano pensato “out of the box”.

Mettete un arcobaleno nei vostri idranti

6 giugno 2019

Risale al 1978 la prima apparizione della bandiera arcobaleno come simbolo del movimento omosessuale (poi diventato LGBT, poi LGBTI, poi LGBTIQ o anche LGBT+; il concetto comunque è chiaro, anche se le sigle lo sono sempre meno).
Oggi la bandiera arcobaleno è il vessillo di tutti i gay pride del mondo, anche quelli organizzati nei Paesi (sì, ancora tanti e sempre troppi) dove gli omosessuali sono osteggiati o addirittura considerati criminali.
Poi ci sono i Paesi in bilico, dove in teoria la Costituzione li tutela ma in pratica la politica ha ricominciato a discriminarli: esempio tipico la Turchia.
Proprio a Istanbul, nel 2015, i partecipanti al gay pride sono stati dispersi dalla polizia con l’uso di cannoni ad acqua.
Le leggi della fisica però sono più inesorabili di quelle umane, e i getti d’acqua degli idranti hanno dato luogo al classico effetto della rifrazione luminosa. In altre parole, i poliziotti, nella loro azione contro gli attivisti omosessuali, hanno creato uno splendido arcobaleno.


N.B. Il giornale inglese Independent, che riporta la notizia, afferma di non essere in grado di verificare l’autenticità della foto. Dal punto di vista del paradosso comunque non cambia niente: in un caso è stato creato casualmente, nell’altro caso consapevolmente.

(Grazie a Simona Borioni per la segnalazione)

Etilisti su Marte

20 maggio 2019

Le più antiche tracce documentate di viticoltura risalgono a 7-8000 anni fa e provengono dal sito neolitico di Shulaveris-Gora, sul Caucaso (nell’attuale Georgia). Ora i viticoltori georgiani stanno pensando di stabilire un altro record: essere i primi anche a coltivare il vino su Marte, per rendere più piacevole il soggiorno ai futuri astronauti-colonizzatori.
Non sarà facile, ma è stato già individuata l’uva più indicata in base alle caratteristiche climatiche e geologiche: è la rkatsiteli, poco conosciuta in Italia ma diffusa in Georgia da millenni.
Così il primo vino prodotto sul Pianeta rosso sarà… un vino bianco.

Piccola antologia salviniana

3 maggio 2019

Il nostro ministro dell’Interno è un vero fuoriclasse nel generare paradossi (per esempio questo, questo e questo). Ecco alcuni casi recenti in cui l’ha dimostrato pienamente.

1) L’11 gennaio, anniversario della morte di De André, ha voluto twittare un pensiero in linea con i sentimenti degli italiani. Molto originale l’idea di citare il testo di una canzone e ancora più originale il commento: «Ciao Fabrizio, grazie poeta!». Però il verso citato era «All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore», l’incipit della bellissima canzone “Il pescatore”. Quella che poi dice «Ma versò il vino, spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame»: uno dei tanti esempi dell’attenzione di De André per gli ultimi (in particolare gli zingari!).

2) In occasione del 25 aprile, ha deciso di non partecipare a nessun tipo di festeggiamento, perché secondo lui la festa “si è tinta un po’ troppo di rosso” e dovrebbe tornare a essere la “festa di tutti”. Motivo in più per lui per partecipare, no?

3) Pochi giorni dopo, si è congratulato con il partito sovranista spagnolo Vox, che ha ottenuto il 10% alle elezioni politiche: un partito di estrema destra che sulle orme di Franco vorrebbe ridurre l’autonomia della Catalogna e del Paese Basco. Appoggio singolare, da parte del leader di un partito nato come movimento autonomista e che ancora oggi si chiama ufficialmente “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”.

Fratello fisico, sorella chimica

30 aprile 2019

Mi capita spesso, parlando con amici o conoscenti, di sentir dire che la scienza e la religione sono inconciliabili. A chi me lo dice vorrei consigliare il libro dello scienziato e divulgatore israeliano Amir Aczel Perché la scienza non nega Dio. Da parte mia, gli ricordo che scienza e religione si occupano di sfere diverse (la scienza dei fenomeni naturali, la religione del sovrannaturale). L’opposto della religione non è la scienza ma l’ateismo, che di per sé non ha niente di scientifico – tanto è vero che il mondo è pieno di scienziati credenti e viceversa di atei superstiziosi o comunque del tutto refrattari alla mentalità scientifica.

Detto questo, bisogna comunque tenere presente che la scienza e la religione differiscono, oltre che nell’ambito di indagine, anche nel metodo: la religione non può, non vuole e non deve seguire il metodo scientifico (e viceversa, ovviamente).

Fa quindi un po’ effetto sapere che c’è chi studia le scienze delle religioni(*): per esempio al Corso di Laurea Magistrale in Scienze delle religioni delle università di Padova e Venezia e al Corso di Laurea Magistrale in Scienze delle religioni dell’Università Roma 3: sembrano quasi i corsi del Dipartimento di Ossimorica inventati da Umberto Eco!

Cosa c’è di più paradossale delle scienze delle religioni? Semplice: le scienze religiose. Quelle che si studiano al Corso Superiore di Scienze Religiose della Pontifica Università della Santa Croce, o nei 47 Istituti Superiori di Scienze Religiose che ci sono in Italia.

(*) Esiste viceversa anche la religione della scienza: è così che chiamo la fede cieca di chi è convinto che la scienza ha tutte le risposte (i vetero-positivisti) e che il progresso prima o poi eliminerà definitivamente la religione

Balla coi loop

23 aprile 2019

Homer Simpson, sentendo citare i nativi americani, pensa che ci si riferisca a lui, perché è nato in America.
Fa ridere, eppure siamo abituati a chiamare nativi digitali non i primi abitanti dell’informatica, cioè gli ingegneri e i nerd, ormai un po’ attempati, che sanno com’è fatto un computer, che hanno visto nascere la rete e anzi l’hanno fatta loro. Al contrario, chiamiamo nativi digitali gli adolescenti smartphone-dipendenti, che sono in realtà la generazione degli invasori, i visi pallidi che ormai hanno il controllo del territorio, gli Homer Simpson dell’informatica.



(Grazie a Maurizio Codogno per la segnalazione)

La città più bella del mondo

10 aprile 2019

A chi sostiene che Roma è la città più bella del mondo è difficile ribattere: la città eterna raccoglie una quantità di bellezze artistiche e di ricchezze storiche e archeologiche – in buona parte sconosciute ai più – praticamente inesauribile e senza paragoni al mondo.

Chi afferma che anche la qualità della vita a Roma non ha rivali, è senza dubbio qualcuno che non deve muoversi per la città se non per brevi tragitti a piedi: qualcuno che non ha mai preso la macchina per sobbalzare a ogni buca e ritrovarsi prima o poi in uno degli innumerevoli ingorghi quotidiani; qualcuno che non ha mai aspettato tre quarti d’ora un autobus per poi vederlo arrivare strapieno, salirci a fatica, essere bistrattato dall’autista interpellato per qualsiasi motivo ed essere sballottato (nei pochi momenti senza imbottigliamenti) dalla guida spericolata, rischiando contusioni se non fratture; qualcuno che non ha mai atteso 20 minuti la metropolitana più inadeguata d’Europa (3,5 linee per quasi 3 milioni di abitanti, con numerosi quartieri completamente sprovvisti) in una stazione dove piove dentro, per poi entrare in una carrozza sporca e maleodorante; qualcuno che non ha mai preso un taxi guidato da un tassista fascista e razzista, dopo aver faticato per prenotarlo (l’unico modo del resto per avere una chance di trovarne uno).

Suona dunque come un amaro ossimoro il nome che il Comune di Roma ha scelto per il proprio sito web dedicato ai trasporti: “Muoversi a Roma”.

L’uomo nero

20 marzo 2019

Nel film di Spike Lee BlacKkKlansman, un agente di polizia afroamericano riesce incredibilmente a infiltrarsi nel Ku Klux Klan (i suoi rapporti con l’organizzazione razzista sono solo telefonici, mentre dal vivo è sostituito da un collega bianco – ed ebreo, per colmo dell’ironia).

Il film è tratto da una storia vera, ma ce n’è un’altra ancora più sorprendente.
Il protagonista è l’afroamericano James Stern, pastore della Chiesa battista e attivista per i diritti degli afroamericani.


Durante un periodo in carcere per frode postale, Stern conosce Edgar Ray Killen, ex leader del Ku Klux Klan condannato per omicidio. Nonostante la sua pelle nera, Stern riesce a legare con Killen e tramite lui entra in contatto con Jeff Schoep, presidente dell’Nsm (National Socialist Movement – un movimento neonazista già dal nome).

Quando Schoep si trova in difficoltà per le denunce contro l’Nsm, Stern gli propone di liberarlo dalle cause legali assumendosi lui stesso il controllo del movimento.

La dinamica non è del tutto chiara, ma il risultato è che alla fine Stern riesce nel suo intento e subentra a Schoep, diventando presidente dell’Nsm. Il primo di colore, senza dubbio. E molto probabilmente anche l’ultimo: il suo intento dichiarato è quello di far sparire definitivamente il movimento. Niente male per un infiltrato. Un po’ come se Totti diventasse presidente della Lazio.

Sionista a chi?

5 marzo 2019

Alain Finkielkraut, noto filosofo francese, ha avuto parole di elogio nei confronti dei gilè gialli: «Questa insurrezione improvvisa, questa rivolta della gente che appartiene a un luogo contro la gente di nessun luogo, mi ha effettivamente reso felice. La classe dominante, quella che non appartiene a nessun luogo, ha fallito».

Poco tempo dopo, qualche esponente degli stessi gilè gialli ha dimostrato di non ricambiare la simpatia, urlandogli un poco amichevole «Sporco sionista tornatene in Israele».
Di fronte a questa reazione si può capire l’imbarazzo di Finkielkraut, ma non è questo il paradosso principale.
Il sionismo è il movimento che propugna l’aliyah (cioè il “ritorno”) degli ebrei della diaspora nello Stato di Israele. Quindi chi invita un ebreo a “tornarsene” in Israele è pienamente sionista, e lo è molto più di un ebreo che invece vuole restare nel suo Paese.

(Grazie a Luca Simonetti e Scellero Fulmini/Antonio Mosca per la segnalazione)

Primum non nocere

1 marzo 2019

… quelle volte che ti va di traverso lo sciroppo per la tosse e prendi a tossire furiosamente…

Il buongoverno

11 febbraio 2019

Come si fa a pensare contemporaneamente che “In Italia si fanno pochi figli, bisogna incentivare le famiglie” e “Siamo troppi, non possiamo accogliere tutti questi immigrati”?

(Grazie a Luca Simonetti per la segnalazione)

Quattro a zero, parità

29 gennaio 2019

L’Arabia Saudita, si sa, è il più potente ma anche il più arretrato socialmente dei Paesi arabi, soprattutto sulle questioni di genere. È solo da poco che le donne hanno ottenuto il diritto di guidare (e poco prima di pilotare un aereo!), ma devono sempre essere velate, e a volte non basta: anche un semplice sguardo femminile può essere considerato una tentazione malefica per un uomo dalla carne debole.

Nel resto del mondo arabo notoriamente la situazione è più evoluta: i limiti per le donne sono molto minori, e quasi ovunque chi non è musulmano può acquistare e consumare bevande alcoliche.

Questo è vero specialmente negli Emirati Arabi Uniti, il più occidentalizzato dei Paesi arabi, dove il 42% delle donne lavora (un dato poco inferiore alla media mondiale del 49%) e due terzi dei lavoratori nel settore pubblico sono donne.

Per stimolare ulteriormente l’emancipazione femminile, nei giorni scorsi Mohammed bin Rashid al-Maktoum, emiro di Dubai, ha premiato le migliori iniziative in favore della parità di genere in quattro categorie: il riconoscimento per “la personalità che ha sostenuto meglio la parità di genere” è stato attribuito a Saif bin Zayed al-Nahyan, ministro dell’Interno, per le sue politiche a favore della maternità, quello per “la migliore iniziativa a favore della parità di genere” a Nasser bin Thani Juma Al Hamli (in rappresentanza del Ministero delle risorse umane), quello per “l’autorità federale che ha sostenuto di più la parità di genere” ad Abdulla Nasser Lootah (in rappresentanza dell’Autorità federale per la competitività e la statistica) e quello per “l’ente governativo che ha sostenuto di più la parità di genere” a Hamdan bin Rashid Al Maktoum (in rappresentanza del Ministero delle finanze). Le foto mostrano la nutrita partecipazione femminile alla cerimonia.



(Grazie a Barbara Moretti per la segnalazione)

Inversioni

22 gennaio 2019

1) Su Marte, di giorno, il cielo è spesso di un colore rossastro, mentre i tramonti sono di un bel blu intenso.

2) La parola francese hôtel, cioè albergo, ha la stessa etimologia di “ostello”. E ostello si dice auberge.

3) Il Mausoleo di Santa Costanza, a Roma, è uno dei migliori esempi di chiesa a pianta circolare. E se le tipiche chiese a navate rettangolari hanno l’abside semicircolare, la chiesa rotonda ha un’abside rettangolare.

Do it yourself

9 gennaio 2019

In Italia, è il ministro degli Interni Matteo Salvini il più entusiasta sostenitore del diritto a possedere armi. In pratica, suggerisce agli italiani di difendersi da soli anziché fidarsi delle forze di polizia (che fanno capo al Ministero degli Interni). Come se un dentista dicesse ai suoi pazienti di togliersi i denti da soli perché lui non è in grado di farlo.

La poesia degli ossimori

17 dicembre 2018

La poesia degli ossimori più famosa e paradigmatica (la traduzione è sotto)

Ballade des contre verites

Il n’est soing que quant on a fain,
Ne service que d’ennemy,
Ne maschier qu’ung botel de foing,
Ne fort guet que d’homme endormy,
Ne clemence que felonnie,
N’asseurence que de peureux,
Ne foy que d’homme qui regnie,
Ne bien conseillé qu’amoureux.

Il n’est engendrement qu’en boing,
Ne bon bruit que d’homme banny,
Ne ris qu’après ung coup de poing,
Ne lotz que debtes mettre en ny,
Ne vraye amour qu’en flaterie,
N’encontre que de maleureux,
Ne vray rapport que menterie,
Ne bien conseillé qu’amoureux.

Ne tel repos que vivre en soing,
N’honneur porter que dire : « Fi ! »,
Ne soy vanter que de faulx coing,
Ne santé que d’homme bouffy,
Ne hault vouloir que couardie,
Ne conseil que de furieux,
Ne doulceur qu’en femme estourdie,
Ne bien conseillé qu’amoureux.

Voulez vous que verté vous die?
Il n’est jouer qu’en maladie,
Lettre vraye que tragédie,
Lasche homme que chevalereux,
Orrible son que melodie,
Ne bien conseillé qu’amoureux.

(François Villon)


Ballata delle controverità

Non c’è vigore che avendo fame,
né buon servigio che di nemico,
né masticare che un po’ di strame,
né buona guardia che di assopito,
né clemenza che di prepotente,
né sicurezza che di vigliacco,
né fede che di miscredente,
né saggezza che d’innamorato.

Né bel generare che in postribolo,
né buon nome che d’uomo bandito,
né riso che dopo un pugno in viso,
né stima che a negare un debito,
né amor vero che nell’adulazione,
né buon incontro che a scalognato,
né stretto vincolo che finzione,
né saggezza che d’innamorato.

Né riposo che vivendo in ansia,
né buon saluto che dire: «Crepa!»,
né vanto che di falsa moneta,
né salute che in gonfia pancia,
né grande audacia che codardia,
né buon senno che in forsennato,
né dolcezza che in donna stupida,
né saggezza che d’innamorato.

Verità chi udirla da me vuole?
Il piacer non è che in malattia,
La storia vera, che nelle fole,
L’uomo vile, che il prode soldato,
Orrendo suono, che melodia,
Né saggezza che d’innamorato.

Il cavallo di Grecia

6 dicembre 2018

Sul cavallo di Troia Omero (o chi per lui) non ce la racconta giusta. Com’è possibile che in una città gloriosa come Troia tutti gli abitanti (tranne uno) trovassero normale che i greci avessero levato l’assedio da un giorno all’altro? E anche ammesso che l’avessero fatto, che bisogno avevano di lasciare al loro posto un enorme cavallo di legno? E possibile che non si erano accorti di niente mentre lo stavano costruendo? E soprattutto, perché portarlo in città? (Sarebbe stato più logico da parte troiana distruggere il cavallo, o almeno proporre di farlo, come succede in un film parodistico dove i troiani urlano “Bruciamolo!” e i greci stipati dentro il cavallo si girano verso Ulisse, presente anche lui all’interno, guardandolo malissimo) (*).

E com’è possibile che, trasportandolo, non si accorgessero che era cavo e un po’ sferragliante? E, a monte di tutto ciò, com’è possibile che Ulisse avesse previsto un comportamento così miope e scellerato? E poi, perché un cavallo? (**).

Gli interrogativi sono tanti. Probabilmente non sapremo mai se c’è stato un episodio storico all’origine del mito, e, nel caso, quale. Fatto sta che ancora oggi si usa l’espressione “cavallo di Troia” per indicare uno stratagemma con il quale si introduce una testa di ponte all’interno del territorio nemico per espugnarlo. La metafora è usata anche in ambito informatico, dove un “trojan horse” (***) è un malware che si inserisce nel computer di un utente con la sua involontaria collaborazione.


Come spesso succede, poi, l’espressione di due parole viene ridotta per brevità alla prima, e il software subdolo viene chiamato anche in italiano “un trojan” (cioè un troiano). Come se a introdursi dentro le mura di Troia fosse stato un troiano, come se i troiani fossero stati gli autori e non le vittime del tranello! Sarebbe più sensato semmai chiamarlo “un greek”.

(*) Non riesco a ricordami qual è il film: qualcuno mi può aiutare?

(**) Alcuni studi recenti sostengono non trattarsi di un cavallo bensì di una nave, ma questa teoria sposta solo il problema, non lo risolve.

(***) Altro mistero: perché in inglese l’aggettivo relativo alla città di “Troy” è “trojan” e non “troyan”?

Ricchi e poveri

23 novembre 2018

«Di che colore è la tua macchina? Come, non ce l’hai? Ma allora sei proprio uno sficato!» (o uno sfigato, nella versione settentrionale). È una frase che non pochi ragazzi italiani ed europei si sono sentiti dire nella seconda metà del Novecento, specialmente a partire dagli anni Sessanta, quando l’automobile era diventata il classicissimo status symbol. Ecco invece una possibile versione attuale: «Non hai la macchina? Interessante, racconta!»: nelle zone socialmente più evolute d’Europa come l’Olanda, la Germania e la Svizzera, è di tendenza andare in bicicletta. La macchina è considerata volgare e antiecologica: ormai è il sogno dei popoli di più recente industrializzazione come i cinesi – quelli che negli anni Settanta andavano in bicicletta.

Non è solo una questione di trasporti. «Il digital divide riguardava l’accesso alla tecnologia, e adesso che tutti ce l’hanno, il nuovo digital divide è limitare l’accesso alla tecnologia. Quello che può succedere ora è che i figli dei più poveri e del ceto medio cresceranno con gli schermi, mentre i figli dell’elite di Silicon Valley torneranno ai giocattoli di legno e al lusso delle interazioni umane»: lo racconta l’ex direttore di Wired Chris Anderson, citato da Forbes.

Ma tutto è cominciato col cibo: negli Stati Uniti l’obesità da junk-food è una piaga soprattutto negli Stati più poveri, tra gli afroamericani e gli ispanici, mentre le classi elevate di New York e della California si possono permettere il lusso di una dieta salutare e dell’attività fisica (magari con un personal trainer).


In generale, nei Paesi occidentali, quando una persona si china a fare l’elemosina a un’altra, è molto probabile che la più magra delle due sia la prima. Del resto, anche nei telegiornali italiani è più facile vedere un eccesso di peso in una casalinga di Secondigliano che in una manager milanese: non ci vuole molto a immaginare quale delle due vada più spesso dal dietologo. E qui il paradosso sociale raggiunge l’estremo con una battuta che gira in rete: «Cosa direbbe mia nonna se sapesse che spendo più per dimagrire che per mangiare?».