Kidd(napp)ing

14 aprile 2021

Per la legge italiana, e in generale nei sistemi di diritto nei Paesi civili, una persona è considerata innocente fino alla sentenza di colpevolezza.
La ricostruzione dei fatti che segue, come riportata dalla stampa italiana, potrebbe non essere riconosciuta in sede legale, e quindi i soggetti coinvolti potrebbero risultare estranei alle accuse. Questo però non cambia l’aspetto paradossale della vicenda, vera o falsa che sia.

Nell’ottobre 2016 arriva una notizia drammatica: Alessandro Sandrini, un imprenditore bresciano, è stato rapito in Turchia da parte di un gruppo di ribelli. Solo molto tempo dopo, il 22 maggio 2019, Sandrini viene liberato.

In seguito, però, emergono diverse anomalie e incongruenze, che portano gli inquirenti all’ipotesi del finto rapimento a scopo di riscatto: ora Sandrini è indagato per simulazione di reato e tentata truffa. A quanto pare Sandrini, in condizioni economiche precarie, era stato contattato da un certo Alberto Zannini che aveva organizzato la frode insieme a due complici: secondo un testimone, «contava di fare molti soldi».

Il finto rapimento è un classico, nei film ma anche nella realtà. In questo caso però è successo qualcos’altro. Giunto in Turchia per inscenare il sequestro, Sandrini viene effettivamente consegnato da Zannini a un gruppo islamista locale. Insomma, il rapimento da fittizio diventa vero. Ovviamente a insaputa della vittima: pare che Sandrini non abbia opposto resistenza, convinto che fosse tutta una messa in scena. Sarebbe interessante sapere a che punto della storia si sia reso conto della trappola (e – ora che le cose sono andate a buon fine – si può anche dire che sarebbe stato divertente vedere la sua faccia in quel momento).

Non sappiamo quale sarà il verdetto nei suoi confronti ma, se le cose sono andate così, ci sono diverse possibili letture.
Dal punto di vista puramente morale, possiamo ritenere che abbia già espiato ampiamente la sua colpa: ha scontato una lunga prigionia in condizioni sicuramente peggiori di quelle di un carcere italiano (oltre ovviamente a non aver intascato i soldi su cui contava).
Di più: visto che il rapimento c’è stato, lo si può ancora accusare di averlo simulato?
Alla fine però l’idea del finto rapimento è stata quella che ha permesso quello vero: una specie di profezia che si autoavvera, come l’invenzione di città fittizie che porta alla loro nascita, o come il finto mostro ritrovato nel Loch Ness

Ancora più intricata la posizione di Zannini: potrebbe essere accusato di concorso sia in rapimento simulato sia in rapimento effettivo.

In God we trust

30 marzo 2021

In un documentario sull’Iraq, un capo militare dichiara: «Ci sono ancora estremisti religiosi. Li fermeremo, con l’aiuto di Dio!»

(Grazie a Béatrice Fabre per la segnalazione)

Inversioni linguistiche

25 marzo 2021

1) In diverse regioni dell’Italia settentrionale è normale riferirsi a una donna (o bambina) con l’articolo: “sono la Francesca”, “la Giulia mi ha detto”. Viceversa, nel gergo aziendale (trainato dal Nord), si tende a eliminare l’articolo per i nomi di società. Così anziché dire “Cristina lavora alla Pirelli” si dice “la Cristina lavora in Pirelli”.

2) In molte lingue europee il plurale di un sostantivo si ottiene aggiungendo una “s” alla fine della parola. Perciò a molti risulta poco chiaro il plurale italiano. In Francia per esempio si sente dire “un panini” et “deux cappuccino(s)”.
(Grazie a Ilaria per la segnalazione)

3) In francese “se” si dice “si” (“Si vous êtes d’accord”) e “si” (pronome riflessivo) si dice “se” (“Un rire qui se perd sur sa bouche”). Lo stesso in spagnolo (“Si tú me olvidas”, “Se levanta el clamor popular”), dove l’inversione vale anche per il pronome impersonale: “Aquí no se habla inglés”.
Il motivo è ovvio: è l’italiano che per qualche motivo ha dirazzato dal latino, al quale sono rimaste fedeli le altre lingue: “Si vis pacem para bellum”, “Nemo tenetur se accusare”.
Curiosamente, le forme latine sono rimaste anche nel dialetto romanesco (o in quello che ne resta): “si” diventa “se” (“Che se magna?”), e viceversa “se” diventa “si” (“Si te pijo te sdrumo”). Di più: anche il “sì” affermativo si dice “se” (spesso con le “e” lunga, come nelle espressioni “See, vabbe’” o “See, lallero”).

I paradossi del coronavirus / 9

19 marzo 2021

Otagennir

15 marzo 2021

I romagnoli sono famosi per la loro radicata tradizione anticlericale e per l’abitudine di dare ai figli nomi improbabili. All’inizio del Novecento, a Ravenna, un certo signor Marchesi unì le due cose aggiungendo un tocco di personale passione enigmistica: per evitare che suo figlio avesse un nome in qualche modo riconducibile a un santo, decise di battezz… ehm, di chiamarlo con il bifronte del suo cognome: Isehcram. In questo modo, forse inconsapevolmente, aveva esteso le sue simpatie anarchiche dall’ambito politico anche a quello onomastico.

Molte antologie enigmistiche italiane riportano il caso, e non mancano di ricordare che, per ironia della sorte, Isehcram Marchesi da adulto non solo si convertì al cattolicesimo ma addirittura si fece prete. Forse però non è stata solo la sorte: non è da escludersi che, dietro queste scelte, ci fosse un più o meno cosciente – e comprensibile! – desiderio di rifiutare il modello paterno.

Numeri uno

9 marzo 2021

Uno dei più promettenti portieri italiani si chiama Pierluigi… Gollini. Il suo maggiore exploit finora è stato il rigore parato a Cristiano Ronaldo il 16 dicembre 2020: una speranza per il futuro della nazionale, in cui ha esordito il 15 novembre 2019.

Negli anni fra il 1994 e il 2012 uno dei più bravi portieri tedeschi è stato Hans-Jörg Butt: nonostante la concorrenza di giganti come Kahn, Lehmann e poi Neuer, è riuscito a ritagliarsi anche lui qualche presenza in nazionale (fra cui spicca la finale per il terzo posto ai Mondiali del 2010). Forse nessuno gli ha mai detto che in francese but vuol dire gol.


Ingiustamente meno famoso di lui (almeno nell’Europa continentale) è l’estroso islandese Hannes Þór Halldórsson, noto in patria come regista cinematografico (!) oltre che come portiere: nella sua nazionale ha totalizzato oltre 70 presenze, partecipando da titolare agli Europei del 2016 (dove è risultato il portiere con più parate) e ai mondiali del 2018 (in cui si è dimostrato almeno al livello di Gollini parando un rigore a Messi e guadagnandosi così il premio di “Man of the Match”). Anche l’assonanza con il gol nel suo caso è meno appariscente, ma forse ancora più interessante: il suo secondo nome Þór (che è quello del dio norreno del tuono, in genere translitterato come Thor), richiama il termine tedesco Tor, cioè appunto gol.


Viceversa lui trova forse curiosi i nomi dei portieri Mark Flekken (olandese), Mark Bunn e Mark Gillespie (inglesi), Mark Schwarzer e Mark Bosnich (australiani), Mark Travers (irlandese), Marcos Morales e Marcos Pérez (spagnoli), Marcos Madrigal e Marco Antonio Rojas Porras (costaricani), Marco Raina, Marco Silvestri, Marco Carnesecchi, Marco Tebaldi e Marco Bizzarri (italiani), Marcos (Marcos Roberto Silveira Reis, brasiliano) e Marc-André ter Stegen (tedesco, il più famoso della lista), dato che in islandese gol si dice proprio mark.

La parola proibita

2 marzo 2021

Il fumetto “Il mago Wiz” (in inglese “The Wizard of Id”), di Brant Parker e Johnny Hart (l’autore anche di B.C.), è ambientato in un Medioevo stereotipato, cattivissimo e divertentissimo. Il personaggio eponimo è il mago di corte, cialtrone e incapace, che vive in compagnia di una moglie grassona e brontolona e del suo simpatico spirito maligno alloggiato in una tinozza. Un altro dei protagonisti è il re, famoso per la sua crudeltà e la sua bassezza (di statura fisica, oltre che morale). I contadini, perennemente vessati, lo contestano sempre con lo slogan «Il re è un buffone!» («The King is a fink!» nell’originale inglese).


In questa vignetta, per una volta, la sua severità gli si ritorce contro: è un vecchio paradosso, usato qui a scopi umoristici. Nella realtà, però, a volte gli esiti non sono altrettanto ameni. Come in una scuola superiore del Wisconsin che ha deciso di usare la tolleranza zero verso il razzismo. E zero vuol dire zero. Ne ha fatto le spese Marlon Anderson, un uomo di colore che prestava servizio nella scuola come agente di sicurezza (sì, nelle scuole americane a quanto pare servono).

Nel 2019 l’episodio incriminato. Anche se normalmente Anderson aveva buoni rapporti con gli studenti, quel giorno uno di loro (anche lui di colore) lo ha insultato con vari epiteti, fra cui “negro”. «Non mi chiamare negro!», gli ha risposto, comprensibilmente offeso. Così però ha usato quella parola, contravvenendo alle regole della scuola che la proibiscono «con tolleranza zero», e quindi indipendentemente dal contesto in cui viene usata. Morale: è stato licenziato in tronco (fortunatamente, la notizia ha destato un tale scalpore a livello nazionale che alla fine l’incolpevole Anderson è stato riassunto).

Un cosa del genere è capitata, lo stesso anno, a Mary Jane Leach, musicista americana. Nel corso di un festival a Halifax, in Canada, ha tenuto una conferenza su Julius Eastman, un compositore di colore amico della stessa Leach fino alla morte prematura nel 1990. Alcune delle sue composizioni sono, fin dal titolo, una protesta provocatoria contro il razzismo: per esempio Evil Nigger o Crazy Nigger.

La povera Leach sapeva che usare quelle parole è una faccenda molto delicata, ma alla fine ha deciso di nominare i titoli così come erano, contando sul fatto che le sue intenzioni di omaggiare l’autore risultassero chiare. Si sbagliava, e l’ha pagata: il suo concerto, in programma poco dopo, è stato annullato dalla direzione del festival, che in seguito ha anche pubblicato un lungo messaggio di scuse per aver permesso uno scandalo del genere (gli spettatori hanno comunque confermato che la parola proibita era stata pronunciata sempre e solo all’interno dei titoli, ma questo non conta quando la tolleranza è zero).

Più recentemente un giornalista del New York Times, Donald McNeil, è stato licenziato per aver usato la parola “negro”. Solo che l’aveva pronunciata per spiegare a uno stagista che era una parola da non usare mai. Proprio come il re di Id (in questo caso, in effetti, pare che la punizione non sia stata del tutto ingiustificata: in precedenza McNeil aveva espresso commenti razzisti senza finalità critiche o ironiche).

In ogni caso la vicenda è servita come spunto per un articolo sul sito Quillette che, oltre a denunciare l’assurda deriva del politically correct, si spinge oltre, immaginando un futuro distopico in cui un software installato dal governo intercetta tutte le parole proibite pronunciate da ognuno, anche nel sonno, nel delirio psicotico o in un discorso antirazzista, per provvedere poi all’espulsione o al licenziamento del malcapitato. Sembra uno scenario orwelliano (anche se i dirigenti del festival di Halifax e quelli della scuola del Wisconsin non hanno dimostrato un’elasticità mentale superiore a quella di un computer); l’autore dell’articolo però non sapeva, o non ha pensato, che è già una realtà su Facebook, dove un algoritmo rintraccia e censura, senza intervento umano, tutti i commenti “non consoni alle regole”: è successo a un utente italiano che citava la poetessa Ada Negri, e capita anche che un commento ironico sui naziskin venga preso al contrario come propaganda hitleriana.

“La parola proibita” è il titolo di un bellissimo racconto di Buzzati, inserito in uno dei suoi capolavori, Sessanta racconti. Il protagonista, arrivato da pochi mesi in una nuova città, piano piano si rende conto che lì c’è una parola proibita. Non la si può pronunciare e non la si può neanche scrivere: nel racconto stesso non viene mai nominata e al suo posto c’è uno spazio bianco. Anche in questo caso uno scenario distopico è imitato dalla realtà: ora tutti i giornalisti, anche quelli contrari al proibizionismo lessicale come quello di Quillette, pur di non esporsi scrivono solo “the N-word” o “N****r”.

Fiat lux

23 febbraio 2021

“Illuminante” è l’aggettivo che molte persone usano in società (e ancora di più, pare, sui social network) per definire un articolo di giornale, un’opinione o un parere che conferma le loro idee. E che quindi non le illumina per niente.

What’s my name?

18 febbraio 2021

Irene (il nome è di fantasia) stava preparando un importante concorso pubblico. Al momento di presentare la domanda ufficiale, ha commesso un refuso nel riportare il proprio indirizzo di posta elettronica: mancava una lettera del suo nome. Quando se ne è accorta, anziché precipitare nello sconforto si è affrettata con grande lucidità e inventiva a creare una nuova casella di posta con il proprio nome sbagliato: così l’indirizzo che aveva scritto sul modulo diventava giusto. La sua prontezza è stata premiata, e insieme alla sua ottima preparazione le ha consentito di vincere il concorso. Tutto è bene quel che finisce bene.

Episodi del genere però possono comportare anche conseguenze più radicali e paradossali.

Adam Armstrong (stavolta il nome non è di fantasia), un ragazzo inglese di 19 anni, aveva creato scherzosamente un proprio profilo su Facebook con il nome fittizio di Adam West, l’attore che interpretava Batman nell’omonima serie TV.

Nel 2015 Adam, insieme alla fidanzata e alla sua famiglia, aveva organizzato un weekend a Ibiza. Purtroppo per lui, è incappato in una doppia circostanza sfavorevole. La prima è che a prenotare il volo era stato il patrigno di lei, il quale, conoscendolo poco, aveva pensato ingenuamente che il suo vero cognome fosse West (del resto, a chi sarebbe venuto il sospetto?). La seconda è che la Ryanair, che com’è noto offre ottimi prezzi tariffari ma fa pagare caro qualsiasi extra, richiedeva un supplemento di 220 sterline per il cambio di prenotazione. E il cambio era necessario, visto che il passaporto era a nome di Adam Armstrong. A nulla è servito il tentativo di dimostrare che non cambiava il passeggero ma solo il nome: le regole della compagnia aerea sono rigide (e in questo caso anche sensate, da un certo punto di vista: lo scopo è evitare fenomeni di bagarinaggio).

Ora, un effetto ben documentato delle condizioni imposte dalle compagnie low-cost è il rifiuto da parte dei passeggeri di pagare qualunque extra. Così molti sarebbero stati d’accordo con Adam nel trovare ingiusto il (salato) supplemento. Pochi però (tranne forse la nostra Irene) avrebbero avuto l’elasticità mentale di escogitare una soluzione alternativa.

Se adeguare il cognome sul biglietto a quello sul passaporto era così costoso, forse conveniva fare il contrario. Nel Regno Unito cambiare il proprio nome (in questo caso il cognome) è una pratica gratuita e relativamente rapida. Certo, poi bisogna pagare una tassa per il nuovo passaporto, ma Adam si era informato: in tutto gli sarebbe venuto a costare 103 sterline – meno della metà del sovrapprezzo richiesto dalla Ryanair. Un po’ per convenienza economica, un po’ per puntiglio (e un po’ per divertimento, c’è da scommetterci) Adam in quattro e quattr’otto ha cambiato il proprio cognome in West. E poco dopo si è imbarcato trionfalmente sul volo per Ibiza. Possiamo solo cercare di immaginare la sua faccia al momento di presentarsi al controllo passaporti.


(Grazie a Stefano Pazqo Pascolutti per la segnalazione)

Aforismi paologici / 11

12 febbraio 2021

Beware of advice – even this
Carl Sandburg

Elon Musk contro gli acronimi

8 febbraio 2021

Immaginiamo una persona che, al tempo dei primi faraoni, guadagnasse l’equivalente di 30.000 euro al mese: un reddito notevole, come quasi chiunque converrebbe. Immaginiamo poi, per assurdo, che questa persona abbia continuato ininterrottamente con questo guadagno fino a oggi, e che in tutto questo tempo abbia accumulato i suoi soldi senza mai spendere un nichelino. Be’, questa persona oggi non avrebbe neanche un centesimo della fortuna di Elon Musk.

Fra i meriti di Musk, che ci fanno se non trovare accettabile un tale accumulo folle di ricchezza almeno pensare che se la merita più di qualcun altro, c’è la sua nuova battaglia personale.

Milf, Acab, Goat (*)…: l’uso degli acronimi ci sta completamente sfuggendo di mano. Un tempo si usavano solo per nomi propri di Stati (Usa, Uk), enti (Nasa, Onu) o termini scientifici (Dna); ora si usano normalmente anche per espressioni colloquiali e la lingua sta diventando sempre più sincopata. La deriva è evidente soprattutto in inglese, ma i risultati vengono esportati in tutto il mondo, Italia compresa (sembra ormai inestirpabile l’orribile Lol, ancora più brutto nel superlativo – tutto italiano – Lollissimo).

Ora però, proprio negli Stati Uniti, le menti più acute si stanno accorgendo della brutta piega che ha preso il fenomeno. Fra queste proprio Elon Musk. Come riporta Ashlee Vance, nel libro Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico (Hoepli 2017), Musk intende mettere un freno alla proliferazione di acronimi fra i dipendenti della sua società SpaceX: «Questo andazzo deve cessare all’istante, altrimenti prenderò misure drastiche: ho già dato un numero sufficiente di avvertimenti nel corso degli anni. Se un acronimo non è approvato da me, non deve entrare nel glossario di SpaceX».


L’esempio che cita Musk è Vts-3, entrato nel gergo aziendale per indicare un treppiede. Ora, in inglese treppiede si dice tripod, una parola di due sillabe. Ma per pronunciare Vts-3 (Vee-Tee-Es-Three) occorre articolare quattro sillabe (è un po’ una variante fonetica del paradosso dei gemelli Gullikson). In tutto ciò qualcuno si ricorda ancora che gli acronimi servivano in origine per accorciare le parole?

Resta da vedere – e l’esito non è affatto garantito – se lo spropositato potere personale di Musk sarà sufficiente per debellare la degenerazione linguistica.

(Grazie a Pietro Bassi per la segnalazione)

(*) Questo blog adotta come norma redazionale la scrittura degli acronimi con la sola iniziale maiuscola (come discusso anche qui)

Credo quia absurdum

1 febbraio 2021

Oggi si autodefinisce scettico chi non crede allo sbarco sulla Luna, ai cambiamenti climatici, all’esistenza dell’Aids o del Covid, insomma, chi crede ciecamente alle bufale più inverosimili.

(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

Avanzi

22 gennaio 2021

I porcellini d’India, creature deliziose, non hanno notoriamente niente a che vedere né con i porcellini né con l’India (e per questo qualcuno, con una deprecabile battutaccia sessista, li ha paragonati alle donne matematiche): sono roditori originari del Sudamerica, tassonomicamente più vicini ai giganteschi capibara che ai topolini e ai criceti, ai quali invece sembrano assomigliare a uno sguardo superficiale.

Nonostante siano conosciuti anche con il nome di cavie (Cavia porcellus è il nome scientifico), oggi non sono tanto diffusi nei laboratori quanto nelle case private, allevati come teneri animali da compagnia.
È il caso della mia amica Henriette-Augustine (il nome è di fantasia – molta fantasia), che ne ha adottati due qualche settimana fa.


Un giorno però, dopo aver riempito le loro ciotole con le solite zucchine, di cui sono molto ghiotti, si è accorta che, anziché avventarcisi su come di consueto con entusiasmo e acuti gridolini di gioia, non le avevano neanche toccate. Leggermente preoccupata, è andata a controllare sulla sua guida all’alimentazione delle cavie. E lì ha scoperto che, per quanto voraci, le bestiole sono anche molto esigenti in fatto di qualità: mangiano solo verdura di giornata.

Così è scesa al mercato sotto casa a comprare derrate freschissime. E le altre zucchine che aveva già messo in frigorifero? Be’, ovvio: se le è cucinate per sé. In pratica, ha mangiato lei gli scarti dei suoi animaletti.
Non fatelo sapere ai vostri cani e gatti.

Interessante…!

14 gennaio 2021

Ha senso dire che un numero è interessante? Dipende: per un appassionato di Beethoven è sicuramente interessante il 9, mentre per un giocatore di biliardo è interessante il 15.

E per un matematico? Be’, l’1 è molto interessante: è l’unico numero che moltiplicato per un altro numero lo lascia invariato. Il 2 è interessante perché raddoppiandolo o elevandolo al quadrato si ha lo stesso risultato, e 3 perché è il numero minimo di lati di un poligono. Anche numeri più grandi possono essere interessanti. Per esempio, il numero 142.857: moltiplicandolo per 2, per 3, per 4, per 5 e per 6, si ottengono sempre numeri che hanno le sue stesse cifre, ma ogni volta in un ordine diverso. E moltiplicato per 7 fa 999.999.

In sintesi, si possono trovare molti criteri matematici per cui un numero è interessante. La domanda a questo punto è: qual è il più piccolo numero che non è interessante? Secondo alcuni matematici, il più piccolo numero a non avere nessuna proprietà particolare è il 39. Ma il fatto di essere il più piccolo numero non interessante sì che è una proprietà particolare! Quindi il 39 diventa interessante per questo motivo, e dunque è allo stesso tempo interessante e non interessante.

Ma c’è un altro paradosso. Qual è il successivo numero non interessante? Se (mettiamo) è il 43, allora il 43 diventa il più piccolo numero non interessante, dato che il 39 è stato promosso fra quelli interessanti. Ma allora lo stesso deve valere per il 43, che quindi viene promosso a sua volta. E così all’infinito: in questo modo tutti i numeri sono interessanti!

(Tratto dal mio libro Insalate di matematica2, Sironi, Milano 2007).


I paradossi del coronavirus / 8

28 dicembre 2020

Matematici criminali

14 dicembre 2020

Nell’immaginario comune i matematici sono spesso pazzi, ma in genere inoffensivi. Invece non sono pochi quelli che si sono dedicati al crimine, alcuni effettivamente in modo squilibrato, altri in modo lucido e sistematico: se nell’Ottocento il fiorentino Guglielmo Libri si limitava a trafugare volumi preziosi dalle biblioteche (*), più recentemente l’americano Theodore Kaczynski si è guadagnato l’appellativo di Unabomber per la sua abitudine di spedire pacchi bomba.

Quello del francese André Bloch è uno dei casi più misteriosi (e più paradossali, visto l’esito finale). I suoi studi matematici vennero interrotti dalla chiamata alle armi per la prima guerra mondiale. Tornato a casa in seguito a una ferita, il 17 novembre 1917 uccise il fratello, lo zio e la zia. Non sono mai stati chiariti del tutto i motivi della strage, ma secondo una testimonianza Bloch voleva compiere un atto di eugenetica, eliminando i rami della famiglia affetti da malattia mentale. Ironicamente, fu lui a essere internato in un ospedale psichiatrico.


(Tratto dal mio articolo “I matematici dalla parte sbagliata” pubblicato sul numero di dicembre 2020 di Prisma, in edicola)

(*) La maggior parte dei commentatori non resiste giustamente alla tentazione di associare la sua specialità criminale al suo cognome

Uno di noi

9 dicembre 2020

Pochi politici al mondo possono dire di aver fatto del bene al proprio popolo come Tabaré Vázquez, presidente dell’Uruguay dal 2005 al 2010 e dal 2015 al 2020. Eletto con il Frente Amplio, è stato il primo presidente di sinistra del Paese e il primo a interrompere l’alternanza fra i due partiti tradizionali, il Partido Colorado e il Partido Nacional; nell’intervallo tra i suoi due mandati è stato presidente il suo compagno di partito José Mujica, molto popolare anche per il suo passato da rivoluzionario e per il suo stile di vita morigerato (devolveva in beneficenza il 90% del suo appannaggio presidenziale e per spostarsi usava un vecchio Maggiolino Volkswagen che gli era stato regalato).

Tabaré Ramón Vázquez Rosas era un uomo di un altro tipo, meno pittoresco ma altrettanto se non più deciso. Laureato in medicina, si era specializzato in oncologia e radioterapia, e prima di entrare in politica aveva lavorato a lungo come medico e ricercatore. Una volta eletto presidente, ha fatto coerentemente “qualcosa di sinistra”: politiche contro la disoccupazione, un progetto per diffondere l’alfabetizzazione informatica anche fra le fasce più svantaggiate della popolazione e una riforma in senso assistenziale, “europeo”, del sistema sanitario nazionale – forse quella che, in quanto medico, gli stava più a cuore.

Ma soprattutto ha portato nella politica la più ovvia missione di un oncologo, a prescindere dalla sua ideologia e dal suo schieramento parlamentare: combattere il fumo. La sua legge antifumo, nel 2006, è stata la prima in America Latina e la settima al mondo. Come quella italiana, non si è limitata a proibire il fumo nei luoghi pubblici, per tutelare i non fumatori, né a scoraggiare l’abitudine del fumo, per proteggere tutta la popolazione: la legge ha agito anche a monte, contro le aziende del tabacco, proibendone la pubblicità, obbligandole a dichiarare in evidenza i rischi del fumo, vietando sui pacchetti le indicazioni truffaldine come “light” e limitando molto la possibilità di distribuire campioni gratuiti (ora una ditta può regalare un pacchetto di sigarette solo in cambio di un altro, in modo da permettere ai fumatori di provare un’altra marca ma senza poter fare proselitismo fra i non fumatori).


Tabaré Vázquez se n’è andato domenica scorsa. Il destino beffardo se l’è portato via con un tumore al polmone. Non è certo un caso anomalo: il “big killer” colpisce circa 2 milioni di persone ogni anno uccidendone la grande maggioranza (per due terzi fumatori: quindi porta alla morte ogni anno anche centinaia di migliaia di non fumatori). Quello che è dolorosamente paradossale è che stavolta è capitato a un uomo che aveva fatto della lotta al fumo una delle sue bandiere professionali e politiche.

L’ex-presidente può essere però orgoglioso della sua vita: con la sua legge ha ottenuto importanti riconoscimenti, fra cui nel 2006 l’onore più alto dell’Organizzazione mondiale della Sanità, il Premio speciale del direttore generale. E sicuramente saranno stati motivi di soddisfazione per lui anche il grande apprezzamento da parte della popolazione per la sua legge e la guerra che gli ha mosso la lobby del tabacco.

Poi sarà stato molto contento di vedere in tutto il mondo norme antifumo sempre più numerose e sempre più restrittive, a livello nazionale e locale; siamo ancora lontani dall’eradicazione del fumo ma, se guardiamo a com’era la situazione appena pochi anni fa, i passi avanti compiuti sono vertiginosi. Lui, da oncologo e da politico, ha fatto il suo dovere, adesso il suo Paese e il mondo intero portano avanti la sua opera. Prendendo in prestito le gloriose parole di Heine, lo si può ben definire «un soldato nella lotta per la liberazione dell’umanità».

¡Tu palabra levanto, tu ejemplo vivirá!

Questi ungheresi

4 dicembre 2020

I politici ungheresi, in questo periodo, si sono conquistati la fama dei più incalliti sovranisti d’Europa. Ma a volte ci regalano qualche soddisfazione. Prima è stata la volta dell’antisemita che ha scoperto di avere origini ebraiche: Csanád Szegedi, dirigente del partito neonazista Jobbik, che si è dimesso (per la vergogna?) quando si è diffusa la voce. Gustosa notizia di cronaca ma di poco peso politico, considerando la modesta caratura del soggetto.

Adesso invece è toccato a un pezzo più grosso: un esponente del partito di governo Fidesz (quello del primo ministro Orbán) e addirittura europarlamentare. József Szájer si è dimesso dopo essere stato scoperto, con pasticche di ecstasy nella borsa, in un locale di Bruxelles dove era in corso un’orgia (secondo alcune fonti omosessuale) con altre 24 persone.

Ora, gli scandali sessuali sono frequenti in politica: dai numerosi casi piccanti inglesi che fanno la felicità dei tabloid a quelli eclatanti di Bill Clinton e Dominique Strauss-Kahn. Solo che Szájer è noto per le sue idee molto rigide sulla famiglia tradizionale e contrarie a ogni apertura alle unioni gay.

L’incoerenza ideologica è palese, ma è ancora più divertente quella dei modi. Szájer si fa passare per un politico sobrio, e una volta ha giustificato le sue posizioni reazionarie affermando posatamente: «Non penso che il concetto di matrimonio tradizionale sia cambiato solo perché siamo entrati in un altro millennio». Ora il raffinato sofista è stato pizzicato mentre scappava nudo dalla grondaia per non essere identificato (purtroppo le foto disponibili rispecchiano solo il primo aspetto).


La polizia infatti aveva fatto irruzione nel locale perché il ritrovo violava le norme anti-covid. E a pensarci bene, in effetti, ipocrisia a parte, questo era l’unico aspetto veramente dannoso e deprecabile del suo comportamento.

Bel ringraziamento!

27 novembre 2020

Questo è un paradosso talmente plateale che l’avevo notato da piccolo e non l’ho mai segnalato qui proprio perché mi sembrava troppo scontato. Ma ci ho ripensato oggi, visto che quest’anno l’onda del “Black Lives Matter” ha portato a ripensare la storia dell’America in un’ottica meno eurocentrica, con tanto di statue di Cristoforo Colombo abbattute.

L’inverno del 1620 era stato durissimo per i Padri Pellegrini, la semina non aveva dato i frutti sperati e metà dei coloni non arrivarono a vedere la primavera. L’anno successivo le cose andarono meglio grazie all’aiuto della gente del posto, che li aveva riforniti di cibo ma soprattutto li aveva istruiti a coltivare e allevare le specie locali anziché quelle portate dall’Europa.

Nello spirito del tempo, i sopravvissuti ringraziarono Dio per questo. Al primo Giorno del Ringraziamento, nel 1621, furono invitati anche i nativi (era il minimo! Anzi, semmai dovevano ringraziare loro più che Dio, o almeno oltre a Dio).

Com’è noto, quelli che li seguirono non dimostrarono la stessa gratitudine. Fra il ’600 e il ’900 i nativi furono sistematicamente e intenzionalmente sterminati, tanto che secondo alcuni storici la strage può essere complessivamente definita un genocidio (più precisamente, una parte del genocidio che coinvolse tutti i popoli originari del contenente, dall’Alaska alla Terra del Fuoco).

In base ad alcune stime il conto totale dei morti, nei soli territori corrispondenti agli attuali 48 Stati contigui degli Stati Uniti, è di 12 milioni (ma subirono persecuzioni anche le popolazioni indigene degli altri territori attualmente parte degli Stati Uniti, come l’Alaska e Portorico).

A parte i numeri, l’aspetto che personalmente trovo più agghiacciante erano i modi: per esempio l’uso di armi biologiche, come la prassi di introdurre negli accampamenti dei nativi le coperte usate dai vaiolosi.

Bel ringraziamento!


Prima che l’attuale ricorrenza del Giorno del Ringraziamento fosse ufficializzata da Abraham Lincoln nel 1863, la festa veniva celebrata in date diverse, in modi diversi e anche con pretesti diversi a seconda degli Stati o anche delle contee. E qui il paradosso raggiunge il colmo: nel 1676 – quindi pochi decenni dopo i primi sbarchi europei e un secolo prima della nascita degli Stati Uniti – il governatore della contea di Charlestown, in Massachusetts, aveva deciso di indire un giorno di ringraziamento per celebrare la vittoria contro gli «indigeni pagani».

Se adesso il Columbus Day è osteggiato da una parte della popolazione americana, a maggior ragione dovrebbe esserlo il Thanksgiving. Ma oggi, i nativi americani lo hanno festeggiato?

Come Totti e Omero

17 novembre 2020

C’è chi è ancora restio a leggere e-book, o per pigrizia o perché è troppo affezionato al vecchio formato cartaceo, o semplicemente per abitudine.
Lo ammetto (senza snobismi e anzi quasi con un senso di colpa): sono uno di questi lettori retrogradi.
In compenso uno dei miei libri di “divulgazione narrativa”, Macedonia di matematica, è stato pubblicato qualche anno fa solo in e-book.

Se Totti e Omero sono forse le uniche persone nella storia di cui si dice che abbiano scritto più libri di quanti ne hanno letti, per la categoria degli e-book sono finora l’unico (che io sappia).