Medicina di genere e neurosessismo

21 ottobre 2019

Sotto il nazismo si era creata una distinzione fra scienza “ariana” (sana, solida, tradizionale) e scienza “ebraica” (teorie balorde come la relatività dell’ebreo Einstein).
Anche nell’Unione Sovietica, quando una teoria scientifica andava contro il dettame di qualche uomo di punta del regime, veniva bollata come frutto del sistema capitalistico (tecnicamente era anche vero: la maggior parte delle teorie scientifiche sono nate in un sistema capitalistico, ma questo non dice niente né a favore né contro la loro validità).
Certo, la scienza è un’impresa umana e quindi non può essere scollegata dal contesto di chi la fa, ed è comprensibile che le ideologie vogliano in qualche modo incanalarla, o almeno mettere dei paletti. Questo valeva per le ideologie sconfitte del Novecento, ma sembra valere anche per un’ideologia oggi trionfante, il femminismo.

Uno dei grandi risultati dei movimenti femministi in campo scientifico è la nascita della medicina di genere, che studia le patologie tenendo conto delle differenze fra uomini e donne. Lo sintetizza la nota divulgatrice Sylvie Coyaud: «Adesso che la ricerca biomedica non è più riservata ai soli portatori di un cromosoma Y per esempio, in vitro tiene conto molto più spesso del fatto che alcune cellule hanno due cromosomi X, in vivo che gli organi di un maschio non sono uguali a quelli di una femmina e di altre differenze già note ad Agnodice e alle sue pazienti nel IV secolo a.C.». Perfetto (a parte il discutibile sarcasmo, rivolto presumibilmente verso ignoti oppositori della medicina di genere).

«Assumendo che i farmaci vengono testati prevalentemente sui maschi, come se il paziente finale fosse sempre tale, non si tiene conto dei casi nei quali le donne sono più a rischio. Ma non si tiene conto neppure di quelli nei quali hanno vantaggi fisiologici che potrebbero estendersi alle cure per tutti, portando a passi in avanti anche nella cura degli uomini», spiega la grande virologa ed ex-deputata Ilaria Capua, che si spinge anche oltre: «Anche per quanto riguarda le malattie infettive c’è una sensibilità molto differente tra uomo e donna, con alcune forme di patologie virali che colpiscono principalmente le donne». Addirittura, secondo Ilaria Capua, «nelle sperimentazioni dei farmaci i topi dovrebbero essere sempre metà maschi e metà femmine».
Insomma, uomini e donne sono diversi non solo negli apparati riproduttivi, ma in tutte le manifestazioni fisiologiche. Giusto? A quanto pare no.

Sono ovviamente numerosissimi gli studi sulle differenze fra il cervello maschile e quello femminile, con risultati non sempre concordi ma spesso eclatanti nell’evidenziare notevoli difformità. In tutto ciò, non è chiaro quanto le cause siano innate e quanto siano invece acquisite: da un lato è evidente che i ruoli di genere imposti dalla società influenzano il modo in cui funziona il nostro cervello, dall’altro questo non esclude che ci siano delle differenze a monte.
Le polemiche sono aspre, anche perché c’è evidentemente la paura che se fosse scientificamente provata anche una minima differenza innata, questo potrebbe indurre qualcuno a pensare che magari è vero che le donne sono per natura più portate per l’empatia e gli uomini per il ragionamento astratto.
Le ricerche condotte dallo psicologo inglese Simon Baron-Cohen sui neonati (soggetti non ancora esposti a influenze culturali) hanno evidenziato come alti livelli di testosterone fetale siano correlati a una maggiore attenzione ai dettagli e a un minore sviluppo sociale e linguistico.
I suoi lavori sono stati però oggetto di varie critiche, e del resto le neuroscienze in generale non sono ancora in una fase matura: siamo lontani dall’avere conclusioni convincenti. Sapere di non sapere, il motto socratico, guida il lavoro degli scienziati: se Ilaria Capua parlando della medicina di genere afferma che «quello che va approfondito prima di tutto sono le vere e proprie basi biologiche, biochimiche e metaboliche, perché è già a quel livello che mancano le conoscenze», questo vale a maggior ragione per il cervello. Ma la scienza deve essere aperta ad accettare qualsiasi risultato empirico, anche se questo dovesse andare contro un dettame ideologico.

Nel libro Gendered Brain: the new neuroscience that shatters the myth of the female brain, la neuroscienziata Gina Rippon smentisce le presunte differenze innate fra il cervello maschile e quello femminile: tutti gli studi in proposito sarebbero viziati dalla volontà non dichiarata da parte dei ricercatori di trovare “finalmente” la differenza vera (una sintesi-recensione del libro è l’articolo pubblicato su Nature da Lise Eliot e intitolato “Neurosexism: the myth that men and women have different brains”).

Insomma, secondo Gina Rippon le differenze fra il cervello maschile e quello femminile sono «un mito»: una posizione che però va oltre la critica agli studi condotti da altri, e che a sua volta sa di “neurosessismo” mosso da ragioni ideologiche. Bisogna giustamente rivendicare l’importanza di studiare le differenze fra il cuore maschile e quello femminile, e così per il fegato, la vescica, le ossa, il sistema immunitario; possibile che solo il cervello sia assolutamente identico?

Dal punto di vista della medicina di genere, e quindi dei diritti delle donne, sarebbe un grosso passo indietro: vorrebbe dire che, per quanto riguarda le malattie del sistema nervoso, non c’è bisogno di prestare attenzione alle specificità di genere.

Volendo, da un punto di vista puramente logico, Gina Rippon avrebbe un’altra possibile scappatoia: ipotizzare che anche le altre differenze fisiologiche fra uomini e donne siano culturali e non innate. Ma questo fa pensare al candore politically correct del ragazzino che scriveva: «In America c’è molto razzismo contro i neri. Ma sono solo pregiudizi, in realtà sono bianchi come gli altri».

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Quanti ossimori ci sono in questo sonetto?

15 ottobre 2019

Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

Francesco Petrarca

Il museo degli ossimori di John Atkinson

27 settembre 2019

Fumo negli occhi

11 settembre 2019

Oggi ogni azienda che si rispetti sbandiera la sua “mission”. Ci tengono tutti molto, e ovviamente nelle mission non si parla mai di soldi. Anzi, di solito sono obiettivi molto ambiziosi, tipo salvare il mondo.
C’è però chi esagera con la faccia tosta. La mission della Philip Morris, ben visibile anche sulla home page del sito, recita: “Designing a Smoke-Free Future”.
Starebbero cercando – dicono – di sostituire le sigarette tradizionali con prodotti alla nicotina meno nocivi, come le sigarette Iqos (brevettate appunto dalla Philip Morris). Sarebbe anche un intento lodevole. Solo che c’è il forte sospetto che sia una mossa pubblicitaria per confondere un po’ le acque (anche perché nel frattempo continuano eccome a vendere le solite sigarette).
Di più: grazie a questa patina salutista la Philip Morris riesce a intrufolare i suoi esperti nelle conferenze scientifiche sui danni del fumo e senza dichiarare conflitti di interesse. Voi vi fidereste?

La sudditanza psicologica generalizzata

27 agosto 2019

Quando nel 2006 la Juventus è stata retrocessa in Serie B, molti italiani hanno esultato: giustizia era fatta. In realtà non era fatta, e anzi gli unici che avrebbero dovuto veramente esultare erano gli juventini: la pena inizialmente prevista comprendeva, fra le altre cose, la retrocessione in Serie C; in seguito è stata mitigata con motivazioni inconsistenti e anzi paradossali.

Lo spiega bene Paola Cantù nel suo saggio E qui casca l’asino sugli errori di ragionamento nel dibattito pubblico: un capitolo, intitolato “I falli della Vecchia Signora”, è dedicato appunto al processo alla Juventus. Un brano della sentenza recita: «A fronte di tali pesantissimi elementi negativi appare equo porre, con il dovuto effetto mitigativo della pena, rispetto a quella inflitta in primo grado, l’importante e prestigiosa storia sportiva, di cui ha sempre percepito i frutti anche la prima squadra nazionale, della società (elemento di cui l’ordinamento sportivo tende, sempre più spesso, a tener conto, come dimostra il favore verso la riammissione in campionati immediatamente meno elevati di quello di competenza, di società dichiarate fallite, ma portatrici di un glorioso passato atletico), nonché la rimozione, o la mancata opposizione alle dimissioni, dei dirigenti responsabili della condanna».


Qui Paola Cantù individua tre argomenti: il prestigio sportivo della squadra, l’interesse nazionale e l’adozione di provvedimenti disciplinari interni. Se il terzo può avere un senso, il secondo è un puro appello alle emozioni degli italiani, entusiasti per la recente vittoria al Mondiale. Fin qui nessun paradosso, ma solo una fallacia logica: i giocatori della Juventus potevano continuare a giocare in una serie inferiore e contemporaneamente nella nazionale (come alcuni di loro hanno fatto), oppure cambiare squadra, senza arrecare il minimo danno alla nazionale stessa.

Inconsistente anche l’analogia con le società fallite (il riferimento più ovvio è alla Fiorentina, ripescata in Serie B nel 2003 “per meriti sportivi e territoriali”): il fallimento societario e la frode sportiva sono due cose completamente diverse, e non ha senso usarne una come precedente giuridico per l’altra.

L’aspetto più scandaloso, sottolinea l’autrice, è quello del prestigio sportivo: «Proprio chi condanna il condizionamento del settore arbitrale a favore della Juventus è poi a sua volta soggetto a tale condizionamento, dato che mitiga la pena ricorrendo come attenuante al prestigio della squadra». Il sistema «basato anche (o soprattutto) sull’abuso intenzionale della sudditanza psicologica degli arbitri» si dimostra quindi capace di influenzare anche i giudici. Paola Cantù fa l’esempio (ipotetico?) di un arbitro che nel momento di fischiare un rigore si fa condizionare dal prestigio di una squadra: una condotta illecita (anche secondo la condanna inflitta alla Juventus), ma viceversa in linea con le motivazioni addotte per concedere l’attenuante. Forse, suggerisce l’autrice, in casi come questi sarebbe il caso di chiedere ai giudici per quale squadra tifano.

Nel suo saggio però non evidenzia un altro paradosso, ancora più a monte: il “prestigio sportivo” si era affermato anche grazie alle azioni illecite come quelle appena scoperte e condannate. Quindi dovrebbe essere non un’attenuante, ma semmai un’aggravante. A qualcuno verrebbe in mente di considerare un’attenuante la ricchezza accumulata da Al Capone con i suoi traffici?

 

VQA (Vexata Quaestio Acronimorum)

1 agosto 2019

Quella degli acronimi è una vexata quaestio. L’esempio tipico della querelle è l’acido desossiribonucleico, che originariamente veniva scritto D.N.A. (dall’inglese DeoxyriboNucleic Acid). Oggi la parola è entrata nell’uso comune e sui giornali compare spesso scritta Dna o anche dna (con grande scandalo di alcuni scienziati puntigliosi). Del resto, non c’è una legge che stabilisce come vadano scritte le sigle: a decidere sono le norme redazionali dei singoli editori, e spesso i giornali italiani, privilegiando la scorrevolezza della lettura, preferiscono non esagerare con le maiuscole (è normale leggere “Unesco”, e naturalmente il quartiere nato per ospitare l’Esposizione Universale di Roma del 1942 si chiama Eur).

Anche i personaggi famosi vengono a volte indicati con l’acronimo delle loro iniziali. In Italia è famoso il PPP di Pasolini, ma la moda è diffusa ancora di più in Francia (DSK per Dominique Strauss-Kahn, BHL per Bernard-Henri Lévy) e in ambito anglosassone (JFK su tutti).

Negli ultimi tempi uno dei nomi più citati sui giornali è quello di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.


Il suo acronimo naturale sarebbe UvdL ma, forse per analogia con gli altri esempi famosi triletterali, si usa in genere VdL. I giornali che hanno optato per la grafia con la sola iniziale maiuscola scrivono perciò Vdl: così però si scrive maiuscola la v di von e minuscola la L di Leyen.

Brexit: istruzioni per l’uso

10 luglio 2019

Dopo una lunga serie di votazioni al Parlamento di Westminster in cui veniva bocciata praticamente qualsiasi proposta, anche quelle che si contraddicevano fra di loro, finalmente è arrivata la tanto attesa svolta di Corbyn: chiede un secondo referendum sulla Brexit e annuncia che farà campagna per il Remain. Una posizione nuova per lui, salutata con entusiasmo dagli europeisti al di qua e al di là della Manica.


Attenzione però, non è tutto oro quello che luccica: qualcuno ha osservato che la mossa del leader laburista è un passo nella direzione giusta, ma il suo partito è ancora a metà del guado.

Corbyn ha detto che rimanere è preferibile rispetto a un’uscita senza accordo o all’accordo negoziato dai conservatori, ma non si è espresso sulle sue intenzioni nel caso in cui andasse al governo. Lo ha fatto al posto suo Clive Lewis, ministro ombra laburista del Tesoro: ha detto che se vincessero le elezioni cercherebbero di negoziare un altro accordo per uscire. Insomma, purtroppo non è la Brexit a non piacere ai laburisti, ma solo la Brexit dei conservatori.

Ammesso e non concesso che l’Unione Europea sia disposta ad altre trattative, i conservatori a quel punto avrebbero due possibilità. Se veramente il loro obiettivo è la Brexit e non il potere, dovrebbero approvare l’accordo laburista.
Anzi: se veramente volessero la Brexit a tutti i costi, dovrebbero cedere immediatamente e spontaneamente il potere a Corbyn, senza neanche andare alle urne: lo metterebbero con le spalle al muro, impedendogli di approdare alla sponda del Remain, e lo manderebbero a negoziare un qualunque accordo a Bruxelles con alle spalle un forte blocco parlamentare per l’uscita.

In alternativa potrebbero chiedere a loro volta di sottoporre l’accordo laburista a un terzo referendum. In questo caso la speranza è che, dopo la bocciatura dell’accordo dei conservatori nel secondo referendum, l’accordo dei laburisti venga bocciato dai conservatori nel terzo, e così via, congelando la Brexit indefinitamente. Finché le future generazioni, quando si saranno dimenticate del motivo del contendere e non ricorderanno neanche i nomi dei politici attuali, lasceranno cadere ogni tentativo di accordo e chiederanno alla vecchia regina Elisabetta di mettere fine una volta per tutte a questa follia.

Il vecchio e il nuovo / 2

3 luglio 2019

“Nuovo” è uno dei concetti più relativi che ci siano: ogni cosa nuova a un certo punto diventa vecchia. Lo sanno bene i fiorentini: la splendida basilica di Santa Maria Novella (cioè appunto “nuova”) è stata chiamata così perché costruita dove prima sorgeva la “vecchia” chiesetta di Santa Maria delle Vigne (la quale però a sua volta, appena costruita, avrebbe potuto fregiarsi del titolo di “nuova”). Ironia della sorte, pochi anni dopo – e non troppo lontano da lì – è stata costruita la cattedrale di Santa Maria del Fiore: oggi quindi, fra le due più famose chiese di Firenze dedicate a Santa Maria, quella “Novella” è la più antica.

Il paradosso è portato al culmine a Parigi, dove il Pont Neuf è il ponte più vecchio della città (c’è il trucco: ce n’erano ovviamente di più antichi ma non sono arrivati ai nostri giorni). Sui nomi dei ponti erano stati più accorti proprio i fiorentini: il Ponte Vecchio non potrà mai essere superato in anzianità.

Ritratto del matematico da giovanissimo

17 giugno 2019

Quando avevo sei anni non ho chiesto alla mamma come nascono i bambini, ma se l’onnipotenza di Dio gli permette di far sì che due più due faccia cinque. Non deve essere stato facile crescermi. La risposta però è stata prontissima e da fare invidia ai teologi: «Certo che può, ma dovrebbe rifare daccapo il mondo». Lì per lì mi era bastata, ma purtroppo si presta a un’altra domanda paradossale: «Può Dio fare in modo che due più due faccia cinque senza rifare daccapo il mondo?».

Molto tempo dopo ho scoperto che il mio interrogativo era stato già affrontato in altre forme. Un enunciato tipico è: «Può Dio creare una pietra così pesante che neanche lui può sollevarla?». Oppure, in una variante diffusa nelle scuole rabbiniche: «Può Dio costruire una prigione dalla quale neanche lui può evadere?». O ancora, nella versione definitiva dello Pseudo-Dionigi Areopagita (V secolo): «Può Dio negare sé stesso?»(*).

Sono state proposte molte soluzioni al paradosso da parte di logici e teologi (Abelardo, Pietro Lombardo, Tommaso d’Aquino, Duns Scoto, Guglielmo di Occam, Nicola Cusano, Cartesio), e la maggior parte girano intorno alla definizione del concetto di onnipotenza. Da un punto di vista puramente logico, però, l’unica via di uscita è riconoscere che non esiste l’onnipotenza.

La risposta più convincente è quindi quella di Pier Damiani: la logica è una categoria umana, e noi non possiamo che ragionare in termini logici. Ma Dio è al di sopra delle categorie umane e quindi anche della logica. Perciò per lui non esistono paradossi, solo che noi con la nostra limitata ragione umana non possiamo capire in che modo (è un ragionamento simile a quello con cui Leibniz spiegava l’esistenza del male nel mondo).

(*) Il paradosso dell’onnipotenza compariva anche nella religione dell’antica Grecia, ed era stato risolto in modo molto elegante, anche se senza pretese di coerenza logica: oggi diremmo che avevano pensato “out of the box”.

Mettete un arcobaleno nei vostri idranti

6 giugno 2019

Risale al 1978 la prima apparizione della bandiera arcobaleno come simbolo del movimento omosessuale (poi diventato LGBT, poi LGBTI, poi LGBTIQ o anche LGBT+; il concetto comunque è chiaro, anche se le sigle lo sono sempre meno).
Oggi la bandiera arcobaleno è il vessillo di tutti i gay pride del mondo, anche quelli organizzati nei Paesi (sì, ancora tanti e sempre troppi) dove gli omosessuali sono osteggiati o addirittura considerati criminali.
Poi ci sono i Paesi in bilico, dove in teoria la Costituzione li tutela ma in pratica la politica ha ricominciato a discriminarli: esempio tipico la Turchia.
Proprio a Istanbul, nel 2015, i partecipanti al gay pride sono stati dispersi dalla polizia con l’uso di cannoni ad acqua.
Le leggi della fisica però sono più inesorabili di quelle umane, e i getti d’acqua degli idranti hanno dato luogo al classico effetto della rifrazione luminosa. In altre parole, i poliziotti, nella loro azione contro gli attivisti omosessuali, hanno creato uno splendido arcobaleno.


N.B. Il giornale inglese Independent, che riporta la notizia, afferma di non essere in grado di verificare l’autenticità della foto. Dal punto di vista del paradosso comunque non cambia niente: in un caso è stato creato casualmente, nell’altro caso consapevolmente.

(Grazie a Simona Borioni per la segnalazione)

Etilisti su Marte

20 Mag 2019

Le più antiche tracce documentate di viticoltura risalgono a 7-8000 anni fa e provengono dal sito neolitico di Shulaveris-Gora, sul Caucaso (nell’attuale Georgia). Ora i viticoltori georgiani stanno pensando di stabilire un altro record: essere i primi anche a coltivare il vino su Marte, per rendere più piacevole il soggiorno ai futuri astronauti-colonizzatori.
Non sarà facile, ma è stato già individuata l’uva più indicata in base alle caratteristiche climatiche e geologiche: è la rkatsiteli, poco conosciuta in Italia ma diffusa in Georgia da millenni.
Così il primo vino prodotto sul Pianeta rosso sarà… un vino bianco.

Piccola antologia salviniana

3 Mag 2019

Il nostro ministro dell’Interno è un vero fuoriclasse nel generare paradossi (per esempio questo, questo e questo). Ecco alcuni casi recenti in cui l’ha dimostrato pienamente.

1) L’11 gennaio, anniversario della morte di De André, ha voluto twittare un pensiero in linea con i sentimenti degli italiani. Molto originale l’idea di citare il testo di una canzone e ancora più originale il commento: «Ciao Fabrizio, grazie poeta!». Però il verso citato era «All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore», l’incipit della bellissima canzone “Il pescatore”. Quella che poi dice «Ma versò il vino, spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame»: uno dei tanti esempi dell’attenzione di De André per gli ultimi (in particolare gli zingari!).

2) In occasione del 25 aprile, ha deciso di non partecipare a nessun tipo di festeggiamento, perché secondo lui la festa “si è tinta un po’ troppo di rosso” e dovrebbe tornare a essere la “festa di tutti”. Motivo in più per lui per partecipare, no?

3) Pochi giorni dopo, si è congratulato con il partito sovranista spagnolo Vox, che ha ottenuto il 10% alle elezioni politiche: un partito di estrema destra che sulle orme di Franco vorrebbe ridurre l’autonomia della Catalogna e del Paese Basco. Appoggio singolare, da parte del leader di un partito nato come movimento autonomista e che ancora oggi si chiama ufficialmente “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”.

Fratello fisico, sorella chimica

30 aprile 2019

Mi capita spesso, parlando con amici o conoscenti, di sentir dire che la scienza e la religione sono inconciliabili. A chi me lo dice vorrei consigliare il libro dello scienziato e divulgatore israeliano Amir Aczel Perché la scienza non nega Dio. Da parte mia, gli ricordo che scienza e religione si occupano di sfere diverse (la scienza dei fenomeni naturali, la religione del sovrannaturale). L’opposto della religione non è la scienza ma l’ateismo, che di per sé non ha niente di scientifico – tanto è vero che il mondo è pieno di scienziati credenti e viceversa di atei superstiziosi o comunque del tutto refrattari alla mentalità scientifica.

Detto questo, bisogna comunque tenere presente che la scienza e la religione differiscono, oltre che nell’ambito di indagine, anche nel metodo: la religione non può, non vuole e non deve seguire il metodo scientifico (e viceversa, ovviamente).

Fa quindi un po’ effetto sapere che c’è chi studia le scienze delle religioni(*): per esempio al Corso di Laurea Magistrale in Scienze delle religioni delle università di Padova e Venezia e al Corso di Laurea Magistrale in Scienze delle religioni dell’Università Roma 3: sembrano quasi i corsi del Dipartimento di Ossimorica inventati da Umberto Eco!

Cosa c’è di più paradossale delle scienze delle religioni? Semplice: le scienze religiose. Quelle che si studiano al Corso Superiore di Scienze Religiose della Pontifica Università della Santa Croce, o nei 47 Istituti Superiori di Scienze Religiose che ci sono in Italia.

(*) Esiste viceversa anche la religione della scienza: è così che chiamo la fede cieca di chi è convinto che la scienza ha tutte le risposte (i vetero-positivisti) e che il progresso prima o poi eliminerà definitivamente la religione

Balla coi loop

23 aprile 2019

Homer Simpson, sentendo citare i nativi americani, pensa che ci si riferisca a lui, perché è nato in America.
Fa ridere, eppure siamo abituati a chiamare nativi digitali non i primi abitanti dell’informatica, cioè gli ingegneri e i nerd, ormai un po’ attempati, che sanno com’è fatto un computer, che hanno visto nascere la rete e anzi l’hanno fatta loro. Al contrario, chiamiamo nativi digitali gli adolescenti smartphone-dipendenti, che sono in realtà la generazione degli invasori, i visi pallidi che ormai hanno il controllo del territorio, gli Homer Simpson dell’informatica.



(Grazie a Maurizio Codogno per la segnalazione)

La città più bella del mondo

10 aprile 2019

A chi sostiene che Roma è la città più bella del mondo è difficile ribattere: la città eterna raccoglie una quantità di bellezze artistiche e di ricchezze storiche e archeologiche – in buona parte sconosciute ai più – praticamente inesauribile e senza paragoni al mondo.

Chi afferma che anche la qualità della vita a Roma non ha rivali, è senza dubbio qualcuno che non deve muoversi per la città se non per brevi tragitti a piedi: qualcuno che non ha mai preso la macchina per sobbalzare a ogni buca e ritrovarsi prima o poi in uno degli innumerevoli ingorghi quotidiani; qualcuno che non ha mai aspettato tre quarti d’ora un autobus per poi vederlo arrivare strapieno, salirci a fatica, essere bistrattato dall’autista interpellato per qualsiasi motivo ed essere sballottato (nei pochi momenti senza imbottigliamenti) dalla guida spericolata, rischiando contusioni se non fratture; qualcuno che non ha mai atteso 20 minuti la metropolitana più inadeguata d’Europa (3,5 linee per quasi 3 milioni di abitanti, con numerosi quartieri completamente sprovvisti) in una stazione dove piove dentro, per poi entrare in una carrozza sporca e maleodorante; qualcuno che non ha mai preso un taxi guidato da un tassista fascista e razzista, dopo aver faticato per prenotarlo (l’unico modo del resto per avere una chance di trovarne uno).

Suona dunque come un amaro ossimoro il nome che il Comune di Roma ha scelto per il proprio sito web dedicato ai trasporti: “Muoversi a Roma”.

L’uomo nero

20 marzo 2019

Nel film di Spike Lee BlacKkKlansman, un agente di polizia afroamericano riesce incredibilmente a infiltrarsi nel Ku Klux Klan (i suoi rapporti con l’organizzazione razzista sono solo telefonici, mentre dal vivo è sostituito da un collega bianco – ed ebreo, per colmo dell’ironia).

Il film è tratto da una storia vera, ma ce n’è un’altra ancora più sorprendente.
Il protagonista è l’afroamericano James Stern, pastore della Chiesa battista e attivista per i diritti degli afroamericani.


Durante un periodo in carcere per frode postale, Stern conosce Edgar Ray Killen, ex leader del Ku Klux Klan condannato per omicidio. Nonostante la sua pelle nera, Stern riesce a legare con Killen e tramite lui entra in contatto con Jeff Schoep, presidente dell’Nsm (National Socialist Movement – un movimento neonazista già dal nome).

Quando Schoep si trova in difficoltà per le denunce contro l’Nsm, Stern gli propone di liberarlo dalle cause legali assumendosi lui stesso il controllo del movimento.

La dinamica non è del tutto chiara, ma il risultato è che alla fine Stern riesce nel suo intento e subentra a Schoep, diventando presidente dell’Nsm. Il primo di colore, senza dubbio. E molto probabilmente anche l’ultimo: il suo intento dichiarato è quello di far sparire definitivamente il movimento. Niente male per un infiltrato. Un po’ come se Totti diventasse presidente della Lazio.

Sionista a chi?

5 marzo 2019

Alain Finkielkraut, noto filosofo francese, ha avuto parole di elogio nei confronti dei gilè gialli: «Questa insurrezione improvvisa, questa rivolta della gente che appartiene a un luogo contro la gente di nessun luogo, mi ha effettivamente reso felice. La classe dominante, quella che non appartiene a nessun luogo, ha fallito».

Poco tempo dopo, qualche esponente degli stessi gilè gialli ha dimostrato di non ricambiare la simpatia, urlandogli un poco amichevole «Sporco sionista tornatene in Israele».
Di fronte a questa reazione si può capire l’imbarazzo di Finkielkraut, ma non è questo il paradosso principale.
Il sionismo è il movimento che propugna l’aliyah (cioè il “ritorno”) degli ebrei della diaspora nello Stato di Israele. Quindi chi invita un ebreo a “tornarsene” in Israele è pienamente sionista, e lo è molto più di un ebreo che invece vuole restare nel suo Paese.

(Grazie a Luca Simonetti e Scellero Fulmini/Antonio Mosca per la segnalazione)

Primum non nocere

1 marzo 2019

… quelle volte che ti va di traverso lo sciroppo per la tosse e prendi a tossire furiosamente…

Il buongoverno

11 febbraio 2019

Come si fa a pensare contemporaneamente che “In Italia si fanno pochi figli, bisogna incentivare le famiglie” e “Siamo troppi, non possiamo accogliere tutti questi immigrati”?

(Grazie a Luca Simonetti per la segnalazione)

Quattro a zero, parità

29 gennaio 2019

L’Arabia Saudita, si sa, è il più potente ma anche il più arretrato socialmente dei Paesi arabi, soprattutto sulle questioni di genere. È solo da poco che le donne hanno ottenuto il diritto di guidare (e poco prima di pilotare un aereo!), ma devono sempre essere velate, e a volte non basta: anche un semplice sguardo femminile può essere considerato una tentazione malefica per un uomo dalla carne debole.

Nel resto del mondo arabo notoriamente la situazione è più evoluta: i limiti per le donne sono molto minori, e quasi ovunque chi non è musulmano può acquistare e consumare bevande alcoliche.

Questo è vero specialmente negli Emirati Arabi Uniti, il più occidentalizzato dei Paesi arabi, dove il 42% delle donne lavora (un dato poco inferiore alla media mondiale del 49%) e due terzi dei lavoratori nel settore pubblico sono donne.

Per stimolare ulteriormente l’emancipazione femminile, nei giorni scorsi Mohammed bin Rashid al-Maktoum, emiro di Dubai, ha premiato le migliori iniziative in favore della parità di genere in quattro categorie: il riconoscimento per “la personalità che ha sostenuto meglio la parità di genere” è stato attribuito a Saif bin Zayed al-Nahyan, ministro dell’Interno, per le sue politiche a favore della maternità, quello per “la migliore iniziativa a favore della parità di genere” a Nasser bin Thani Juma Al Hamli (in rappresentanza del Ministero delle risorse umane), quello per “l’autorità federale che ha sostenuto di più la parità di genere” ad Abdulla Nasser Lootah (in rappresentanza dell’Autorità federale per la competitività e la statistica) e quello per “l’ente governativo che ha sostenuto di più la parità di genere” a Hamdan bin Rashid Al Maktoum (in rappresentanza del Ministero delle finanze). Le foto mostrano la nutrita partecipazione femminile alla cerimonia.



(Grazie a Barbara Moretti per la segnalazione)