Archive for giugno 2016

I vecchi e i giovani

27 giugno 2016

Antefatto: dal 2014 i giornalisti, come altre categorie professionali, sono tenuti a frequentare corsi di aggiornamento, con un tot di crediti da acquisire ogni tre anni. Un obbligo che per molti è un onere o almeno una scomodità, soprattutto per quelli che non hanno tempo di partecipare a eventi vari e devono ricorrere ai corsi online.

Bene. Il regolamento del sistema dei crediti è stato modificato nel 2016. È stato mantenuto il totale di crediti necessari (60 in un triennio, di cui 20 derivanti da eventi deontologici), ma con un cambiamento singolare: «Gli iscritti all’Albo da più di 30 anni che svolgono attività giornalistica a qualsiasi titolo sono tenuti alla formazione limitatamente all’acquisizione dei 20 crediti deontologici triennali».
Come dire: se hai 25 anni e ti sei appena lanciato nel mondo del giornalismo, la «formazione continua» è indispensabile; se invece hai 70 anni e hai cominciato 40 anni fa, quando non esisteva internet e si usava la macchina da scrivere, allora non c’è bisogno di mantenerti aggiornato, basta rinfrescare la deontologia. Non dovrebbe essere il contrario?

Grazie a Elisabetta Curzel per la segnalazione

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Sciopero alla romana

17 giugno 2016

Gli scioperi italiani sono una barzelletta. Mentre per esempio in Francia e in Germania i sindacati organizzano scioperi rari ma imponenti, che paralizzano il Paese, noi osserviamo uno sciame di piccoli scioperi di dubbia efficacia.
Del resto, non c’è da stupirsi: come le cose sono organizzate male in positivo, quando si tratta di fornire servizi, così sono organizzate male anche al negativo, quando si tratta di sospenderli.
Il 13 giugno a Roma il lato comico della situazione ha toccato una nuova vetta: lo sciopero dell’Atac indetto dalle 20,30 alle 0,30, cioè in concomitanza con la partita d’esordio dell’Italia agli Europei. Un modo, evidentemente, per massimizzare l’adesione allo sciopero (e consentire agli scioperanti di guardare la partita).

Italia-Belgio

L’episodio ha avuto risonanza in tutta Italia per il suo lato grottesco; di fronte alla valanga di critiche, l’Ugl, la sigla sindacale che aveva indetto lo sciopero, si è difesa così: «La mobilitazione dei dipendenti Atac aderenti al sindacato è motivata dalla richiesta di massima sicurezza nei trasporti pubblici e l’orario dello sciopero non è stato indetto per consentire ai lavoratori di guardare l’esordio degli Azzurri ma per creare disagi minimi visto che la gran parte dei cittadini sarà a casa a guardare la partita».
Qui si lascia il terreno del ridicolo e si passa a quello del paradossale: il senso vero di uno sciopero è procurare disagi alla clientela e quindi un danno all’azienda. Altrimenti a che serve lo sciopero?

L’ultima di Trump

8 giugno 2016

Qualche anno fa, sul televideo di France 2, compariva a volte un occhiello ironico: “La dernière de Berlusconi”.
Per fortuna sono tempi passati, ma a breve potremmo rischiare di trovarci un suo analogo in una posizione molto, molto più importante. E allora ci sarà poco da ridere (o molto, se uno vuole prenderla con spirito).

A Donald Trump piace giocare a golf. E fin qui niente di male: è uno sport sempre più diffuso, e a quanto pare anche benefico per la salute. A volte, invece di affittare un campo, Trump preferisce acquistarlo; anzi, già che c’è compra anche il relativo club, con tanto di terreni, alberghi a cinque stelle, eccetera. E anche qui non c’è niente di male: con i (tanti) soldi che ha può farci quello che vuole, ci mancherebbe.

trump_golf

Un campo che ha comprato recentemente in Irlanda (e subito ribattezzato Trump International Golf Links & Hotel) ha un problema: si trova vicino alla costa e, secondo uno studio, rischia di essere intaccato dall’erosione del mare, a sua volta acuita dai cambiamenti climatici. Perciò – gli americani sono sempre pratici e fattivi – bisogna mettere in atto misure per proteggere i terreni della zona: il progetto di Trump sottolinea l’emergenza dei cambiamenti climatici. E anche qui tutto bene, anzi benissimo: tutelando i suoi beni, Trump (per una volta) rende anche un servizio alla comunità.

D’altra parte, Trump è solito affermare che il cambiamento climatico è una bufala (ha usato anche termini più pesanti); addirittura, ritiene che sia tutta una manovra propagandistica cinese per rendere meno competitive le industrie americane (!).
E qui non va affatto bene: Trump, a costo di sostenere teorie inverosimili, finge di ignorare le conclusioni scientifiche secondo cui il riscaldamento globale è una realtà. Nel caso in cui dovesse diventare presidente degli Stati Uniti, ha fatto capire che allenterebbe o eliminerebbe le politiche americane per la riduzione delle emissioni di gas serra – sostenute evidentemente solo da ambientalisti isterici e fiancheggiatori dei cinesi. I cambiamenti climatici non sono una minaccia per il mondo: a essere veramente a rischio è solo il suo campo da golf.