Archive for novembre 2013

Titoli di giornale / 12

28 novembre 2013

«Forza Italia. Tra i “big” del partito c’è Brunetta» (Sky TG 24)
(Grazie a Davide Medici per la segnalazione)

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La triste sorte del Cognac

21 novembre 2013

Spesso l’attrattiva dei prodotti commerciali sui consumatori dipende in misura determinante dal Paese di origine. Per motivi storici, politici, economici e culturali la Francia è il Paese che si avvantaggia di più del “brand” nazionale.
L’esempio tipico è il Beaujolais Nouveau: un vino scadente (a volerlo chiamare “vino”), ma atteso ogni anno in tutto in mondo con grande trepidazione il terzo giovedì di novembre.
Gli stessi intenditori francesi lo snobbano, ma in Giappone fanno follie, nel vero senso della parola (e molto probabilmente non si comporterebbero così se lo stesso novello fosse portoghese o bulgaro).

Beaujolais
Ma la nemesi era in agguato.
Nei film fino agli anni Quaranta i protagonisti bevono sempre cognac. Nel dopoguerra, mai: solo whisky, perfino nei film della nouvelle vague (e nei film francesi recenti: l’ultimo esempio è Giovane e bella di François Ozon). Lo stesso succede nei pub di tutto il mondo (Italia compresa), dove la maggior parte delle volte il cognac non è neanche presente nel menù.
Insomma, proprio quando il prodotto francese è eccellente dal punto di vista della qualità, perde su tutta la linea.
Il motivo è ovvio: l’industria americana del whisky con il suo strapotere avrebbe stritolato qualunque concorrente.

Quote rosa, arcobaleno e oltre

15 novembre 2013

Il cosiddetto Bechdel test è un criterio per giudicare la presenza femminile nei film: il test è superato se fra gli attori principali ci sono almeno due donne che parlano fra loro su argomenti che non riguardino solo gli uomini.
Insomma, una versione elaborata delle quote rosa applicata al cast di un film (per cui tutto il discorso che segue vale anche per la politica).
Il test, che prende il nome dalla sua creatrice, la fumettista americana Alison Bechdel, è stato adottato recentemente da alcuni cinema in Svezia, che segnalano al pubblico l’aderenza dei film che proiettano ai criteri del test.

Un primo livello paradossale è oggettivo: un film come Gravity, dove la protagonista assoluta è una donna (nonostante la presenza di George Clooney), non passerebbe il test perché non c’è un’altra donna (l’unico altro personaggio è interpretato appunto da George Clooney).

sandra-bullock-gravity

Secondo livello di paradossalità: il test è pensato per le pari opportunità, ma trascura i generi “non biologici” (gay, lesbiche, transessuali). Per questo in America è stata proposta una versione generalizzata, chiamata “Russo test” (dal nome dell’attivista gay Vito Russo): richiede che nel film ci sia almeno un personaggio omosessuale o transessuale, che non sia caratterizzato principalmente dal suo orientamento sessuale e che abbia un ruolo insostituibile nell’economia del film. In pratica, le quote arcobaleno.

E poi, perché limitarsi alla discriminazione di genere e non a quella etnica? In un film rispettoso delle pari opportunità ci vorrebbero (se il film è americano) almeno un afroamericano, un ispanico, un nativo americano (valgono anche gli eschimesi dell’Alaska), un asiatico, eccetera.
E tutti devono parlare fra loro di argomenti non legati alla propria etnia.
Naturalmente la rappresentatività varia con il tempo: fino agli anni Settanta l’ispanico non sarebbe stato necessario, fra vent’anni magari sarà indispensabile un polinesiano.
E in Italia? Be’, ogni film dovrebbe avere un milanese, un napoletano, un siciliano, eccetera.
Qualcuno potrebbe obiettare che, per esempio, i molisani sono meno dei piemontesi: giusto, è il caso di imporre una rappresentanza proporzionale alla popolazione regionale. Quindi anche in un film ambientato in Calabria dovrebbero esserci più romani che calabresi.
E che dire del tema spinosissimo della religione? In quasi tutti i film italiani sono discriminati numericamente i non cattolici. Il “Don Gallo test” prevede allora la presenza di almeno un esponente di tutte le principali religioni, eventualmente in rapporto alla loro consistenza numerica in Italia (*). Questo vuol dire che per ogni sikh ci vogliono centinaia di cattolici, e ognuno di loro durante il film deve parlare con tutti gli altri di argomenti non religiosi.
E ancora: se per qualcuno l’identità personale è definita dalla religione o dall’orientamento sessuale, per qualcun altro può essere un’attività o una vocazione. Nel cast di ogni film ci vorrebbe una quota per i matematici, una per gli scultori, una per i ciclisti, eccetera. E guai se l’unico tennista è anche l’unico mormone, o se l’entomologa non parla di cucina con il transessuale!

(*) Resta aperta la delicata questione se possono essere accorpate le varie confessioni protestanti.

Il dilemma delle case chiuse

11 novembre 2013

Tutti sono d’accordo sul fatto che la diffusione della prostituzione nelle strade delle città italiane è uno spettacolo indecente e imbarazzante.
Molto più divisi sono i pareri su come arginare il fenomeno.
Periodicamente (meno negli ultimi anni, data l’urgenza di questioni di portata molto maggiore) c’è qualche politico che propone, con un gioco di parole forse voluto, di «riaprire le case chiuse».
L’idea è controversa, ma è molto probabile che, se messa in pratica, toglierebbe molto terreno alla criminalità organizzata.
Comunque non è questo il punto di interesse per questo blog.
Al momento le case chiuse in Italia non esistono, quindi non sono più «chiuse» per il fatto di essere state chiuse. Ma come è stato possibile chiudere qualcosa che era già chiuso?
E poi: solo se le riapriranno torneranno a essere «chiuse».

Ebrei nazisti

6 novembre 2013

Il titolo va inteso alla lettera.
C’è chi definisce provocatoriamente “nazisti” i falchi della politica o dell’esercito israeliano, per criticare con un’iperbole il trattamento che riservano ai palestinesi.
Invece qui si tratta di veri ebrei nazisti, che non sapevano di esserlo (non sapevano di essere ebrei, ma forse neanche nazisti, e forse neanche di essere persone dotate di cervello).
Il caso più famoso è quello di Vladimir Žirinovskij, famigerato esponente del nuovo antisemitismo russo.

Vladimir_Zhirinovski

Dopo aver ripetutamente negato con sdegno di avere origini ebraiche, nel 2001 ha ceduto e lo ha ammesso.
Ma non ha cambiato idea. È rimasta famosa la frase: «Perché dovrei rinnegare il sangue russo, la cultura russa, la terra russa e innamorarmi del popolo ebraico solo per quella singola goccia di sangue che mio padre ha lasciato nel corpo di mia madre?».
Premio Goebbels.

Diverso il destino dell’ungherese Csanad Szegedi, ex-dirigente del partito neonazista Jobbik.

Szegedi_Csanad

Anche lui ha scoperto di avere origini ebraiche, ma ha cercato di nasconderlo. Addirittura, pare abbia cercato di mettere a tacere chi lo ricattava minacciando di spifferare la sua “onta”.
Alla fine si è dimesso (o meglio è stato costretto a dimettersi): a detta del partito per la vicenda poco chiara del ricatto e non per le sue origini. Sarà…
Premio Haider.

C’è poi che sostiene che lo stesso Hitler avesse origini ebraiche, e chi afferma di averlo dimostrato con l’analisi del Dna. Chissà se è vero, e soprattutto perché ci perdono tanto tempo, adesso. Però peccato non aver potuto vedere la sua reazione!