Archive for the ‘Musica’ Category

Living life in war

20 novembre 2015

Avevo attribuito il titolo di “ragionamento più assurdo di sempre” al cardinale di Milano Angelo Scola, secondo cui lo Stato laico mette a rischio la libertà religiosa.
Ma ero stato troppo precipitoso. Non potevo sapere che, poco tempo dopo, il Consiglio di Stato italiano avrebbe stabilito che al contrario la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche è un simbolo di laicità.
In seguito, Vladimir Putin ha insidiato il primato con un’affermazione sensazionale: «Se Berlusconi fosse stato omosessuale nessuno lo avrebbe toccato con un dito».
Ora, lasciando l’omofobia e tornando alla questione della laicità, ho assistito all’irrompere sulla scena di un articolo firmato da Aldo Vitale sul sito Tempi.it: il succo è che la canzone Imagine, simbolo del pacifismo tornato di grande attualità dopo gli attentati di Parigi, sarebbe in realtà nientedimeno che «un inno alla violenza».
Confesso che, leggendo l’articolo, l’avevo sinceramente creduto frutto di un’ironia geniale, ma mi hanno garantito che invece l’autore era del tutto serio.
Agli aspiranti umoristi, ma anche a chi ha voglia di farsi qualche risata, consiglio vivamente la lettura.

(Grazie a Marco Ferrari e Marco Marazza per la segnalazione)

parigi-bataclan-lennon-ansa

Annunci

Collezione di ossimori / 5 – Nella musica

3 febbraio 2015

Piccolo grande amore (Baglioni), The Sounds of Silence (Simon & Garfunkel), Ghiaccio bollente (Tony Dallara; l’epiteto descrive Anita Ekberg).

Incompiute per scelta

31 gennaio 2014

Schubert è stato uno dei pochi compositori a morire senza praticamente lasciare opere incompiute.

Franz_Schubert

Chi disprezza copia

23 ottobre 2013

Capita, nella musica classica, che due motivi si assomiglino casualmente: per esempio nell’attacco dell’Eroica, Beethoven sembra copiare l’ouverture di Bastiano e Bastiana di Mozart (opera che non conosceva).
Capita anche che un compositore citi volontariamente un brano o anche solo un breve passaggio di un altro: per esempio Brahms, nel finale della sua Prima sinfonia, cita dichiaratamente l’Inno alla Gioia (che ovviamente conosceva benissimo).
Gabriel Fauré viene chiamato a volte “il Brahms francese” perché prediligeva la musica da camera e soprattutto perché, a differenza di altri musicisti francesi dell’epoca, preferiva la raffinatezza all’enfasi appariscente.
Almeno in un caso però Fauré non è stato all’altezza dell’originale tedesco, almeno quanto a onestà.
Nel suo Trio per pianoforte, violino e violoncello (1922-1923), il finale inizia con quella che sembrerebbe una citazione della famosissima aria “Vesti la giubba” dai Pagliacci di Leoncavallo.

Leoncavallo 2

Fauré 2

La somiglianza è lampante, ma Fauré non ha mai riconosciuto il “plagio”. Anzi: nel 1910 aveva affermato che l’opera Pagliacci dovrebbe «suscitare l’indignazione di chiunque abbia a cuore la musica».

Tedesco a chi?

25 gennaio 2013

Il compositore Franz von Suppé era tanto celebre per le sue operette da essere chiamato “l’Offenbach tedesco”.

Franz_von_Suppé

Suppé però era nato a Spalato (secondo alcuni su una nave al largo di Spalato), in Dalmazia. La città apparteneva allora all’Impero austriaco e oggi alla Croazia, ma storicamente (e fino al 1798, appena 21 anni prima della sua nascita) alla Repubblica di Venezia; la lingua parlata in città era l’italiano, come dimostra il suo vero nome: Francesco Ezechiele Ermenegildo Cavaliere Suppé Demelli.
Il cognome Suppé gli veniva dal padre, di origine belga, mentre la madre Demelli era viennese di origine italiana.
Suppé è poi cresciuto a Zara (sempre in Dalmazia), ha studiato in Italia e in seguito è vissuto e morto a Vienna. Era austriaco secondo le pagine di wikipedia in italiano, inglese, tedesco, russo, olandese, svedese, polacco e francese; secondo quella spagnola era austroungarico (con tutto che l’Impero austroungarico è nato solo nel 1867, 48 anni dopo la sua nascita) e secondo quella portoghese era addirittura croato (!).
Comunque, niente a che vedere con la Germania.
Offenbach, invece, lui sì era tedesco!
(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

Viva Verdi!

2 gennaio 2013

I leghisti si divertono a celebrare il loro Paese immaginario cantando Va pensiero come inno. A parte l’inesistenza non solo dello Stato in questione, ma anche del suo nome *, forse non sanno di avere scelto il brano musicale meno indicato per fomentare la divisione dell’Italia: Verdi, cantando la sua patria «bella e perduta», invocava l’unificazione della sua unica patria. L’Italia, evidentemente **.

VIVA VERDI

 

* Esiste invece la Padana, com’è ovvio

** Naturalmente non è la prima cantonata paradossale dei leghisti: un altro esempio lampante è la scelta del colore. Molto più bravi gli scozzesi, anche loro però con un notevole paradosso

L’opera da tre miliardi di euro

14 luglio 2012

Ancora su Brecht.
Scena: una convention di una grande azienda italiana, in un lussuoso albergo di una nota località termale.
Prima dell’inizio dei lavori, e negli intervalli, la musica di sottofondo è la Ballata di Mackie Messer, sia pure in una versione leggermente “creativa”.
Domanda: ma gli organizzatori lo sanno che quella musica, quelle parole, sono state pensate da un poeta e un musicista rivoluzionari, che identificavano il capitalismo con il crimine organizzato?

Il dispettoso Pëtr

7 maggio 2012

Spesso, ai concerti di musica classica, il pubblico meno competente o più distratto applaude a sproposito al termine di un brano, pensando che sia finita la composizione mentre invece è finito solo un movimento.
Succede tipicamente alla fine del terzo (penultimo) movimento della Sesta sinfonia (“Patetica”) di Čajkovskij: un tripudio di fuochi d’artificio che in effetti ha tutta l’aria di un finale.
Quando si placano gli applausi e i rumorosi tentativi di zittirli da parte degli spettatori più snob e intransigenti, attacca l’ultimo movimento: un Adagio lamentoso che si spegnerà nel silenzio di tomba del pubblico, preoccupato di commettere un’altra gaffe.

L’anticigno

29 febbraio 2012

L’espressione “canto del cigno” viene usata per indicare l’ultima composizione di un musicista, la più struggente. Il nome viene naturalmente dal fatto che il cigno, il più elegante degli uccelli, è anche uno più silenziosi e canta, si dice, solo in punto di morte.
È uno dei concetti più romantici immaginabili, ma a volte la metafora è usata in modo decisamente poco appropriato: spesso infatti si parla di “cigno” per indicare una voce melodiosa, quando invece il cigno normalmente non canta!
Un caso è ancora più paradossale. Gioacchino Rossini è stato soprannominato “il cigno di Pesaro” per la bellezza delle sue melodie. Però Rossini ha composto quasi tutta la sua musica nei primi anni 37 di età, e negli ultimi 39 non ha “cantato” niente di particolarmente sensazionale. Esattamente il contrario dei cigni!

Die liebe Farbe, die böse Farbe

31 gennaio 2012

Nel ciclo di Lieder Die schöne Müllerin, musicato da Schubert su testi di Wilhelm Müller, il verde è sia il colore buono sia quello cattivo: è il colore preferito dalla bella mugnaia, quindi adorabile per il suo amante finché la storia dura, odioso quando lei lo lascia per un cacciatore.

La stessa ambivalenza per il verde dovrebbe sentirla qualcun altro, oggi.
Il verde è sempre stato il colore della religione musulmana: è citato ripetutamente nel Corano per rappresentare il paradiso, e compare nelle bandiere di vari Stati islamici (fra cui Arabia Saudita, Pakistan e Mauritania), oltre che in quella dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC).

Negli ultimi tempi, il colore dell’Islam è stato scelto come simbolo dalla Lega Nord: il partito che in teoria deve rappresentare gli interessi delle Regioni dell’Italia settentrionale, e in pratica raccoglie tutti i peggiori istinti razzisti, a partire proprio dall’odio cieco per tutto ciò che è islamico (tranne il colore).

Eine kleine Abendmusik

27 gennaio 2012

La famosissima Kleine Nachtmusik K 525, forse l’opera più celebre di Mozart, è spesso chiamata Piccola serenata notturna, anziché Piccola musica notturna, secondo la traduzione letterale.
“Serenata” vuol dire, etimologicamente, musica da eseguire di sera. Come può essere notturna?
La domanda andrebbe rivolta allo stesso Mozart: qualche anno prima lui stesso aveva intitolato Serenata notturna un’altra sua opera, la serenata K 239.

Beethoven e l’imperatore

16 dicembre 2011

Fra il 1809 e il 1811 Beethoven scrisse il suo quinto Concerto per pianoforte e orchestra: se non il più bello, sicuramente il più grandioso e il più vicino all’idea di “titanismo” che si associa tipicamente al suo autore.
Il Concerto è noto oggi come Imperatore. Non è chiaro chi iniziò a chiamarlo così (forse Johann Baptist Cramer, il suo editore inglese), né se il nome è legato a un concetto astratto o a un imperatore realmente esistito (e, nel caso, quale).
Quello che è sicuro è che il nome è una beffa per Beethoven: pochi anni prima si era rimangiato la dedica della sinfonia Eroica a Napoleone quando il suo “eroe” aveva tradito gli ideali di democrazia e uguaglianza incoronandosi imperatore.
Anzi, la beffa è doppia: il Concerto fu composto a Vienna proprio mentre la capitale austriaca veniva assediata dalle truppe “imperiali” di Napoleone.

Gli Inti-Illimani e il coltello del nonno

28 novembre 2011

Questa non è esattamente la storia degli Inti-Illimani: l’ho leggermente “migliorata” per rendere più evidente il paradosso (che comunque nasce dalla storia recente del gruppo).
Immaginiamo dunque che sei musicisti (chiamiamoli Alfredo, Benito, Carlos, Dario, Emilio, Francisco) decidano di fondare un complesso musicale e di chiamarlo per esempio Untu-Ullumanu.

Dopo tre mesi Alfredo e Benito lasciano, per motivi personali, e vengono sostituiti da tali Gabriel e Hilario.
Per 20 anni gli Untu-Ullumanu girano il mondo riscuotendo enormi successi, finché a un certo punto un’aspra discussione porta alla scissione del gruppo: Carlos, Dario ed Emilio se ne vanno. Dopo un momento di sbandamento, il gruppo trova nuova linfa con l’arrivo di Jorge, Luis e Manuel.
Inizia una nuova fase, altrettanto lunga e gloriosa: la cosiddetta “seconda maniera” degli Untu-Ullumanu, che dura altri 20 anni, finché lascia anche Francisco.
Dal punto di vista musicale viene sostituito egregiamente da Nicolas, ma a questo punto non c’è più nessuno dei fondatori. Certo, nessuno toglie a Gabriel, Hilario, Jorge, Luis, Manuel e Nicolas il diritto di continuare a chiamarsi Untu-Ullumanu, sia perché non si interrompe la continuità della loro storia, sia perché non sarebbe giusto privare del nome quelli che stanno lì da 40 anni, solo perché se ne va chi sta lì da 40 e tre mesi. Altrimenti sarebbero da considerare tutti in ostaggio del solo Francisco!
Però così facendo si apre la strada alla possibilità che, a forza di sostituzioni, fra cent’anni ci siano ancora gli Untu-Ullumanu! E allora, cosa sono gli Untu-Ullumanu?
È vero che anche la Roma o il Real Madrid si chiamano sempre così: anche se i giocatori ovviamente cambiano, la società rimane. Ma un gruppo musicale è solo un nome?

Il paradosso è vecchio, e si applica a molte altre categorie.
In origine si chiama il “paradosso del coltello del nonno”, e parla del coltello a cui hanno cambiato quattro volte la lama e tre volte il manico, ma resta sempre “il coltello che ci aveva regalato il nonno”.

Secondo quanto racconta Calvino nel saggio “Il tempio dei legno”, nella raccolta Collezione di sabbia, questo paradosso si risolve con la mentalità giapponese: infatti per loro l’antichità di un tempio (e, immagino, di qualsiasi altra cosa) non dipende dal tempo passato dalla sua costruzione, ma conta solo la struttura: quindi un tempio può benissimo essere definito antico anche se tutte le sue parti sono state via via sostituite, e anche se ci si avverte sensibilmente l’odore di nuovo, purché la sua struttura originaria sia rimasta immutata.
In questo senso quindi il gruppo degli Untu-Ullumanu può durare per millenni.

Con la mentalità giapponese però vorrei sapere come si risolve questo problema: immaginiamo che una sera, a cena, si ritrovano i vecchi amici Alfredo, Benito, Carlos, Dario, Emilio e Francisco, ormai anziani ma ancora entusiasti della musica. Possono ricostituire gli Untu-Ullumanu? No, perché il gruppo esiste già, con altri componenti. Ma come, se l’avevano inventato loro?

Mari o monti

16 novembre 2011

A scuola mi hanno insegnato a cantare il “Mattino” di Grieg, tratto dal Peer Gynt. Le parole italiane erano: «Pallido Sole che sorgi al mattin, fra le betulle, sui monti, ti affacci sul mar». Chi le ha scritte pensava alla Norvegia di Grieg, ma non sapeva che il brano originale (fra l’altro strumentale) descriveva il risveglio del protagonista su una spiaggia tropicale.