Archive for the ‘Lingue’ Category

Gli zeri degli altri

14 dicembre 2016

Nelle lingue neolatine, la parola zero viene dall’arabo ṣifr (niente): zero in italiano, portoghese e romeno, zéro in francese, cero in spagnolo (la stessa etimologia è passata in alcune lingue che hanno attinto da quelle latine, come l’inglese e il polacco). La derivazione è logica, dato che i romani non avevano il numero zero, ed è attraverso gli arabi che è entrato nella matematica occidentale.

Al contrario, nella maggior parte delle lingue germaniche, slave, ugro-finniche e baltiche, lo zero viene dal latino nullus (nessuno): per esempio Null in tedesco, нуль in russo, nolla in finlandese, nulla in ungherese, nulle in lettone. Insomma, la maggior parte delle lingue europee hanno l’origine latina, tranne le lingue neolatine!

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L’italiano della Rai

4 novembre 2016

Il 17 e 18 ottobre si sono tenuti a Firenze gli “Stati generali della lingua italiana”, per promuovere la nostra lingua nel mondo.
A margine dell’iniziativa Monica Maggioni, presidente della Rai, ha dichiarato che «la Rai già oggi è uno strumento con il quale milioni di persone imparano l’italiano in giro per il mondo».
A questo proposito ha citato il dato importante che, tra tutti quelli che scaricano la app dedicata alla visione dei programmi Rai, uno su dieci proviene dall’estero. Ovviamente la app ha un nome italianissimo in coerenza con questo approccio: RaiPlay.

Un po’ come Benigni quando chiedeva di istituire l’Italian Language Day (solo che lui è un comico, anche se in quell’occasione involontario)

(Grazie a Francesco Ugolini per la segnalazione)

monica-maggioni

Falsissimi amici / 2

8 settembre 2016

La prima volta che sono stato a Lisbona ancora non parlavo il portoghese; avevo giusto un’infarinatura minima e una certa conoscenza delle regole di pronuncia.
Perciò quando mi sono trovato di fronte a una porta a vetri con la scritta PUXE, sapevo che si leggeva “pusce”, e (probabilmente pensando all’inglese) ho spinto.
È brutta la sensazione di sbattere il naso su una porta a vetri, e in quel caso è stata aggravata dall’impressione di aver subito un’ingiustizia: come, ero stato punito per aver imparato le regole di pronuncia?
Sarebbe esagerato dire che è stata quella l’occasione che mi ha spinto a studiare il portoghese, ma bisogna riconoscere che spesso il metodo di apprendimento drastico è il più efficace: una delle primissime parole che ho imparato – e che non ho mai dimenticato – è stata puxar, cioè “tirare”.

Falsissimi amici

3 maggio 2016

Come i falsi amici sono le parole simili in due lingue, che però hanno significato diverso (per esempio in spagnolo habitación vuol dire stanza, e in inglese factory vuol dire fabbrica), così i falsissimi amici si possono definire come le parole simili che hanno un significato non solo diverso ma in qualche modo opposto.
Per esempio un ass in inglese (cioè un idiota) non è certo un asso. In tedesco l’esempio tipico è kalt, cioè freddo (ma è un falsissimo amico anche l’inglese cold, solo che alla maggior parte degli italiani suona più familiare).
Il tedesco incrocia falsissimi amici anche con le altre lingue. Per esempio “no” si dice in gergo colloquiale ne, che in greco invece vuol dire “sì” (in questo caso però la “responsabilità” è più del greco).
Tedeschi e spagnoli potrebbero invece avere malintesi sull’orientamento (è proprio il termine giusto): Ost è est in tedesco, oeste è ovest in spagnolo. A proposito di spagnolo, è famoso il falsissimo amico aceite, cioè olio. Restando a tavola, in francese déjeuner significa pranzare.
A volte poi sono le preposizioni che possono negare o affermare a seconda delle lingue: esempi il latino immutatus (trasformato) e l’inglese inhabited (abitato).

E i nipponismi?

4 novembre 2015

La lingua italiana, come tutti sanno, sta incorporando troppe parole di origine straniera (soprattutto inglese, ovvio).
Lo spiega bene un articolo approfondito e molto godibile sul Venerdì di Repubblica, che elenca una serie di anglicismi usati a sproposito (come già segnalato in questo blog qui, qui e qui).
Solo che la giornalista (con ironia involontaria) definisce il fenomeno «uno tsunami di anglicismi».

Chiamateli gringos

25 settembre 2015

In italiano, come in inglese e in molte altre lingue, si dice spesso “americani” per intendere gli abitanti degli Stati Uniti: un uso chiaramente improprio, dato che, per esempio, gli argentini e i guatemaltechi sono altrettanto americani.
Gli spagnoli e i portoghesi ci tengono invece a sottolineare che la maggior parte degli “americanos” sono latini: ricorrono quindi al termine “norteamericanos”, che però è quasi altrettanto improprio, dato che alla lettera comprende anche i canadesi.
Il problema maggiore è per i messicani. Di solito, come gli altri latinoamericani, chiamano gli statunitensi “norteamericanos”. Ma sono loro stessi nordamericani!
L’alternativa, usata anche se meno diffusa, è “estadounidenses”. Ma anche questa potrebbe riferirsi al Messico, il cui nome ufficiale è “Estados Unidos Mexicanos”.

I paradossi della nonna

14 settembre 2015

La mia vecchia nonna era incredibilmente negata per le lingue. Aveva un factotum capoverdiano di nome João e lo chiamava alla spagnola Juan. Solo che lo leggeva alla francese, per cui la pronuncia finale non era troppo lontana da quella vera portoghese.

Cercasi baby part-time

17 aprile 2015

Avevo già segnalato (qui e qui) i paradossi che derivano dall’uso di termini inglesi in italiano, associato all’abitudine (più diffusa al nord, a quanto pare) di abbreviare le parole considerando solo la prima parte (cioè quella generalmente più significativa in italiano, ma non in inglese).
Gli esempi erano snow per snow-board e week per week-end.
Dimenticavo il classico beach per beach-volley («Ieri faceva tanto caldo che abbiamo giocato a beach sulla spiaggia»).
E un esempio nuovo, in cui mi sono imbattuto recentemente: baby per baby-sitter (che si presta a qualche ambiguità: «Mi dispiace che ieri non sei potuto venire al mio festino. Non sei proprio riuscito a trovare una baby?»).

Come dite voi Carmen in francese?

23 febbraio 2015

Spesso quando si scrive un articolo la cosa più difficile è l’attacco. Gian Luca Favetto doveva recensire sul Venerdì di Repubblica la Carmen interpretata dall’Orchestra di Piazza Vittorio, per la regia di Mario Martone. Forse non sapeva proprio come cominciare. Forse l’idea gli è venuta dallo stesso Martone (ma questo non lo giustificherebbe, né sembra pensabile, in questo caso, dare la colpa a un maldestro intervento redazionale). Fatto sta che il risultato è decisamente sfortunato:

«È una questione di accento e di pronuncia. Voi come dite Carmen? Dite Càrmen? Allora è roba e personaggio di Georges Bizet e, prima ancora, di Prosper Mérimée. Questa, invece, è roba e personaggio di Enzo Moscato alla penna, dell’Orchestra di Piazza Vittorio alla musica, di Mario Martone alla regia e di Iaia Forte all’interpretazione, e allora si chiama Carmèn. Perché questa non è la gitana di Siviglia, questa è Carmèn dei quartieri spagnoli, verace femmina di Napoli».

Ora, i napoletani sono coscienti degli spostamenti d’accento nel loro dialetto. Fin troppo, tant’è vero che a volte cercano di compensarli, arrivando all’ipercorrettismo e pronunciando “Piazza Càvour”.
Quindi, se c’è qualcuno al mondo che potrebbe pensare che Càrmen sia la pronuncia francese (oltre a Favetto in giornata no), sono proprio i napoletani.

Il capolavoro di Benigni

19 dicembre 2012

«Bisognerebbe organizzare un giorno a difesa della nostra lingua: l’Italian Language Day»
Roberto Benigni

Benigni

Italiani maschilisti?

3 ottobre 2012

Negli Stati Uniti ognuno dei cinquanta Stati ha, oltre a una bandiera, un inno, eccetera, anche un motto: nella maggior parte dei casi è in inglese o in latino, e raramente in altre lingue. L’unico motto in italiano è “Fatti maschii, parole femine” (sic!) *: poco apprezzabile per gli americani, che ignorano il genere dei sostantivi, ma soprattutto discriminatorio.
L’aspetto paradossale è che lo Stato è il Maryland, così chiamato in onore della regina Enrichetta Maria di Borbone (1609-1669) regina consorte di Inghilterra, Scozia e Irlanda come moglie del re Carlo I Stuart.
Non solo, ma anche la capitale prende il nome da una donna, anzi due: originariamente chiamata Anne Arundel’s Towne, dalla moglie di Lord Baltimore, primo governatore della colonia inglese del Maryland nel Seicento, è stata poi ribattezzata Annapolis in onore della regina Anna di Gran Bretagna (all’epoca ancora principessa ereditaria) **.

* L’ortografia risale al Seicento: era il motto della casata inglese dei baroni di Baltimore, fondatori della colonia. Il motto è ben visibile all’interno del sigillo ufficiale dello Stato.

** Nel 1993 Edward Papenfuse, archivista di Stato del Maryland, ha suggerito un’interpretazione che risolverebbe il paradosso e tranquillizzerebbe più di una femminista americana. Papenfuse ha sostituito la traduzione tradizionale (Manly deeds, womanly words), con una che in base ai suoi studi rispecchierebbe il senso originario del motto: Strong deeds, gentle words. Secondo lui quindi non si tratterebbe di una malignità maschilista sul chiacchiericcio femminile, bensì di un’esortazione a parlare in modo gentile ma agire in modo duro, virile: un po’ come dire “pugno di ferro nel guanto di velluto”.

George W. / 1

28 agosto 2012

«The thing that’s wrong with the French is that they don’t have a word for entrepreneur».
George W. Bush

Una questione di genere

23 luglio 2012

In tedesco, come in latino, in greco antico e in tante altre lingue, esiste il genere neutro accanto al maschile e al femminile. Ovviamente i generi grammaticali non corrispondono a quelli biologici. Il caso più tipico è Mädchen, che vuol dire ragazza ed è un sostantivo neutro. Ma come? Una ragazza, neutro?
Non è maschilismo linguistico sul genere della donna-oggetto, ma una semplice regola della lingua tedesca: il termine ha il suffisso “-chen”, che corrisponde al diminutivo e rende sempre neutre tutte le parole. Per esempio anche “omino” si dice Männchen ed è neutro.
Un po’ come in italiano, dove gli accrescitivi sono maschili anche quando il sostantivo di partenza è femminile (pallone, melone, aquilone, ecc.).

Proprio in italiano, o meglio nel dialetto siciliano, c’è un paradosso molto più vistoso: il sostantivo che indica l’organo maschile è di genere femminile. La ragione è etimologica: secondo l’interpretazione più accreditata il termine viene dal latino mentula, che ha lo stesso significato ed è a sua volta femminile. Quindi il problema si sposta ma non si risolve.

Buon settimana-fine!

10 febbraio 2012

Qualche tempo fa ho pubblicato un post in cui notavo un paradosso della traduzione: in inglese la parola più importante in un’espressione è l’ultima, mentre in italiano la prima, per cui si arriva all’assurdo di dire “snow” al posto di snowboard, salvando la parte meno caratterizzante della parola.
Ecco ora un altro esempio recentissimo. La pagina facebook di un gruppo editoriale si è rivolta così un venerdì pomeriggio ai suoi contatti: «E’ venerdì ragazzi, godetevi il week!». *

* L’apostrofo invece dell’accento è del post originale

La posta e la neve

15 dicembre 2011

La parola più usata in italiano per indicare un messaggio di posta elettronica è ormai semplicemente mail, dall’inglese e-mail.
Nel termine inglese però la “e” sta per “electronic”, mentre mail sta per posta (nel senso tradizionale). Quindi è come se nell’espressione italiana “posta elettronica” si salvasse solo la prima parte (posta), mentre quello che la caratterizza rispetto al vecchio servizio postale fatto di lettere e cartoline è proprio l’altra, l’elettronica. Sarebbe più sensato chiamare l’e-mail “e”.
Di solito, al contrario, quando in italiano si abbreviano le parole composte straniere si tende a privilegiare la prima, anche se non è la più caratterizzante nell’originale: un uso che a sua volta dà risultati paradossali. Per esempio lo snowboard (cioè letteralmente “tavola da neve”) viene chiamato spesso “snow”: «Mi piace sciare ma anche fare snow». Come se la neve fosse un elemento che distingue questa specialità dallo sci.

Chinese Glammal

29 luglio 2011

Ancora in un corso di lingua cinese (scena raccontata da una testimone). Prima lezione: l’insegnante consiglia un vocabolario bilingue italiano/cinese, mentre per la grammatica spiega che non ce n’è una buona. Aggiunge che ce n’è una buona in inglese. Voce di una studentessa: «Ma io l’inglese non lo so tanto bene…».

Zah Len

15 luglio 2011

La mia amica G. sta studiando il tedesco (ottima idea!). Uno degli argomenti che creano più difficoltà a molti italiani sono i numeri, ma lei sostiene di non avere problemi: «È facile, sono proprio come in cinese!».

Só se percebe pelo sotaque

1 giugno 2011

La mia insegnante di portoghese non è mai stata in Portogallo