Archive for the ‘Politica’ Category

Continuiamo a farci del male

3 maggio 2017

La sinistra italiana è famosa per il suo masochismo, che ha contribuito a escluderla praticamente sempre dal governo e a spianare ripetutamente la strada alla destra. Ora l’economista Emiliano Brancaccio, con un ragionamento virtuosistico quanto paradossale pubblicato sull’Espresso, estende questa perversione alle elezioni francesi: se fosse in Francia, non andrebbe a votare per il ballottaggio. Il motivo è che «Macron incarna l’estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l’Unione Europea», ma «la sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli». La conseguenza, secondo Brancaccio, sarebbe controproducente: «Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».
Sintetizzando: secondo Brancaccio, per paura che la destra neofascista guadagni consensi, conviene mandarla al governo adesso.

Come si diventa jihadisti

12 aprile 2017

Palazzo Yacoubian è un romanzo dello scrittore egiziano ʿAlāʾ al-Aswānī, del 2002 (quindi ben prima dell’avvento di Daesh e della nuova fase del terrorismo islamista). Ambientato in un palazzo del Cairo, racconta le storie intrecciate dei suoi inquilini, una delle quali è molto istruttiva.

Il giovane Taha ha un grande sogno: diventare poliziotto. Un po’ per l’orgoglio di portare l’uniforme, ma soprattutto per essere utile al suo Paese.

All’esame per entrare all’accademia di polizia risponde brillantemente, ma non viene preso perché suo padre non è abbastanza importante: di lavoro fa il semplice portiere. Così a quanto pare funziona in Egitto (e sicuramente non solo lì). Per lo stesso motivo, neanche il suo ricorso ha successo.

Deluso, Taha decide di consolarsi iscrivendosi all’università. Lì, poco considerato dai colleghi dell’alta società, lega con alcuni studenti come lui – poveri e indignati.

Ansioso di fare qualcosa per rinnovare la società, inizia a frequentare la moschea e a seguire gli insegnamenti di un imam carismatico: onesto, puro e sicuro di sé – tutto il contrario dei giovani borghesi che si vedono in giro.

Taha giunge alla conclusione che solo la religione potrà risanare una società così corrotta, ed entra nella cerchia sempre più intima dell’imam.

Durante una retata viene arrestato e torturato – senza motivo – dai poliziotti: quelli che ammirava tanto, che per lui erano un modello. Quando viene rilasciato, qualcosa in lui è cambiato per sempre. Ora ha di nuovo un sogno, uno scopo nella vita, ma ben diverso da quello infantile: vendicarsi, fare una strage, morire in un attentato suicida.

L’ex aspirante poliziotto è diventato un aspirante terrorista.

Collezione di ossimori / 9

25 marzo 2017

“Unione Europea” è l’ossimoro più bello e ottimistico degli ultimi 60 anni

Europe first

25 marzo 2017

25 marzo 1957: una delle date più belle nella storia plurimillenaria della città eterna, e una di quelle di cui deve essere più orgogliosa. È cosa buona e giusta, oggi, festeggiare il compleanno della prima Europa pacifica, soprattutto adesso che molti ne sottovalutano l’importanza storica oltre che politica.

Ironia involontaria e amara nel titolo sul Messaggero:
«Trattati di Roma, città blindata il 25 marzo: sospeso Schengen, frontiere chiuse»

Dolce vita e dolce morte

2 marzo 2017

L’Italia è quel Paese dove se vuoi curarti muori nell’attesa, ma se vuoi morire ti curano per forza

(da internet)

Trump il latinoamericano

30 gennaio 2017

«Trump può anche voler fermare il flusso di migranti e di beni dal confine meridionale, ma lui stesso ha importato uno stile politico proprio della politica latinoamericana: quello del demagogo nazionalista»

(dal Washington Post)

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Buy American

26 gennaio 2017


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N.B. Non è un fake o una bufala: la pagina è questa, e ci si arriva da qui.

L’America agli americani! (Dottrina di Monroe-Trump-Geronimo)

6 dicembre 2016

In molti sperano che il presidente Trump non sia come il candidato Trump – e in effetti abbiamo tutti poco da fare oltre a sperare.
Però il suo programma ufficiale non è incoraggiante: nei suoi 10 punti non affronta altro tema che quello dell’immigrazione.
Per esempio recita (punto 2): «Sotto un’amministrazione Trump, chiunque attraversa il confine illegalmente sarà detenuto finché non sarà espulso dal Paese».
Lo ribadisce in modo più perentorio (punto 5): «Chiunque entra negli Stati Uniti illegalmente è soggetto a espulsione».
Non solo: chiede (punto 7) agli altri Paesi di «riprendersi la loro gente quando noi decidiamo di espellerla».
Il tutto in nome (punto 10) del principio di «mantenere l’immigrazione all’interno della norma storica».
Verrebbe da dire: peccato che al tempo dei Padri Pellegrini non c’era nessuno in America a pensarla così.

usa

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N.B. Trump comunque non è solo. In Australia, il primo ministro Malcolm Turnbull ha proposto di impedire per sempre l’accesso a chi è entrato senza visto almeno una volta.
Quindi fuori tutti tranne gli aborigeni.

immigranti

Black power!

22 novembre 2016

Pochi giorni dopo le elezioni presidenziali americane, sono state già fatte tutte le analisi politiche possibili. La maggior parte sottolineano come non sia stata tanto una vittoria di Trump quanto una sconfitta di Hillary: Trump ha ottenuto meno voti sia di McCain sia di Romney, che nel 2008 e nel 2012 avevano perso contro Obama; d’altra parte, Hillary ha perso diversi milioni di elettori rispetto a Obama.

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A quanto pare, la questione di genere non ha avuto peso: lo dimostra il dato delle donne bianche, che hanno votato in maggioranza per Trump nonostante alcune sue dichiarazioni che definire maschiliste è decisamente riduttivo. Molto più rilevante è invece la questione etnica.

Alcune statistiche dimostrano che è crollata la percentuale di partecipazione al voto della popolazione afroamericana, che era a favore di Obama al 95% e al 93% nelle due elezioni, ma anche per la Clinton all’88%. In altre parole, se l’affluenza alle urne dei neri fosse stata la stessa che nel 2012, Hillary avrebbe vinto in alcuni Stati decisivi (in particolare Florida e North Carolina) e quindi sarebbe diventata presidente.

La bassa affluenza dei neri è un dato ormai storico negli Stati Uniti; diverse ricerche lo attribuiscono in buona parte a una maggiore difficoltà nell’iscrizione alle liste elettorali. Quale che sia la causa, è certo che solo Obama era riuscito a trascinare alle urne le masse degli afroamericani. Il motivo politico è che, mentre i populisti alla Trump parlano alla pancia degli elettori e i politici di mestiere alla Clinton si rivolgono solo alla testa (strategia perdente), lui era stato in grado – come in parte anche Sanders – di parlare al cuore della gente (strategia vincente, a patto di saperla fare).
L’altro motivo è – ovviamente – il colore della pelle. Questo vuol dire che, se Hillary avesse avuto la pelle nera, avrebbe avuto molte più chance di battere Trump e tornare alla Casa Bianca. Il che, se non è paradossale, è quantomeno sorprendente.

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20.000 marines e un comunista

5 agosto 2016

Jean-Bertrand Aristide, eletto presidente di Haiti nel 1990, è stato deposto dopo neanche un anno da un colpo di stato militare appoggiato dai sostenitori dell’ex dittatore Duvalier.
Nel 1994 gli Stati Uniti sono intervenuti per ripristinare la legalità e riportare al potere il presidente legittimo. I golpisti non avranno creduto ai loro occhi, vedendo l’arrivo trionfante di Aristide (che consideravano un pericoloso comunista, anche se era un ex sacerdote) scortato da 20.000 marines.

Il nuovo Patto di Varsavia

19 luglio 2016

Nei giorni scorsi si è tenuto il vertice della Nato a Varsavia. Niente di strano, la Polonia è un Paese membro come gli altri. Però dire Varsavia non è come dire Praga, Budapest o Sofia. E neanche come dire Danzica o Cracovia.
Molti in Occidente si sono dimenticati del Patto di Varsavia, che era lo schieramento militare uguale e opposto (e contrapposto) alla Nato. E anche chi se lo ricorda probabilmente non ci avrà pensato leggendo del vertice. Però a fare mente locale suona un po’ strano, un po’ come se la Lega Araba si riunisse a Tel Aviv, la Lega Nord a Tripoli e il coordinamento degli Juventus club a Firenze.

Sciopero alla romana

17 giugno 2016

Gli scioperi italiani sono una barzelletta. Mentre per esempio in Francia e in Germania i sindacati organizzano scioperi rari ma imponenti, che paralizzano il Paese, noi osserviamo uno sciame di piccoli scioperi di dubbia efficacia.
Del resto, non c’è da stupirsi: come le cose sono organizzate male in positivo, quando si tratta di fornire servizi, così sono organizzate male anche al negativo, quando si tratta di sospenderli.
Il 13 giugno a Roma il lato comico della situazione ha toccato una nuova vetta: lo sciopero dell’Atac indetto dalle 20,30 alle 0,30, cioè in concomitanza con la partita d’esordio dell’Italia agli Europei. Un modo, evidentemente, per massimizzare l’adesione allo sciopero (e consentire agli scioperanti di guardare la partita).

Italia-Belgio

L’episodio ha avuto risonanza in tutta Italia per il suo lato grottesco; di fronte alla valanga di critiche, l’Ugl, la sigla sindacale che aveva indetto lo sciopero, si è difesa così: «La mobilitazione dei dipendenti Atac aderenti al sindacato è motivata dalla richiesta di massima sicurezza nei trasporti pubblici e l’orario dello sciopero non è stato indetto per consentire ai lavoratori di guardare l’esordio degli Azzurri ma per creare disagi minimi visto che la gran parte dei cittadini sarà a casa a guardare la partita».
Qui si lascia il terreno del ridicolo e si passa a quello del paradossale: il senso vero di uno sciopero è procurare disagi alla clientela e quindi un danno all’azienda. Altrimenti a che serve lo sciopero?

L’ultima di Trump

8 giugno 2016

Qualche anno fa, sul televideo di France 2, compariva a volte un occhiello ironico: “La dernière de Berlusconi”.
Per fortuna sono tempi passati, ma a breve potremmo rischiare di trovarci un suo analogo in una posizione molto, molto più importante. E allora ci sarà poco da ridere (o molto, se uno vuole prenderla con spirito).

A Donald Trump piace giocare a golf. E fin qui niente di male: è uno sport sempre più diffuso, e a quanto pare anche benefico per la salute. A volte, invece di affittare un campo, Trump preferisce acquistarlo; anzi, già che c’è compra anche il relativo club, con tanto di terreni, alberghi a cinque stelle, eccetera. E anche qui non c’è niente di male: con i (tanti) soldi che ha può farci quello che vuole, ci mancherebbe.

trump_golf

Un campo che ha comprato recentemente in Irlanda (e subito ribattezzato Trump International Golf Links & Hotel) ha un problema: si trova vicino alla costa e, secondo uno studio, rischia di essere intaccato dall’erosione del mare, a sua volta acuita dai cambiamenti climatici. Perciò – gli americani sono sempre pratici e fattivi – bisogna mettere in atto misure per proteggere i terreni della zona: il progetto di Trump sottolinea l’emergenza dei cambiamenti climatici. E anche qui tutto bene, anzi benissimo: tutelando i suoi beni, Trump (per una volta) rende anche un servizio alla comunità.

D’altra parte, Trump è solito affermare che il cambiamento climatico è una bufala (ha usato anche termini più pesanti); addirittura, ritiene che sia tutta una manovra propagandistica cinese per rendere meno competitive le industrie americane (!).
E qui non va affatto bene: Trump, a costo di sostenere teorie inverosimili, finge di ignorare le conclusioni scientifiche secondo cui il riscaldamento globale è una realtà. Nel caso in cui dovesse diventare presidente degli Stati Uniti, ha fatto capire che allenterebbe o eliminerebbe le politiche americane per la riduzione delle emissioni di gas serra – sostenute evidentemente solo da ambientalisti isterici e fiancheggiatori dei cinesi. I cambiamenti climatici non sono una minaccia per il mondo: a essere veramente a rischio è solo il suo campo da golf.

Dulce bellum inexpertis

30 maggio 2016

Joanne Liu è la presidente internazionale di Medici senza frontiere. In un discorso pronunciato a New York, il 3 maggio 2016, ha denunciato le continue violenze ai danni degli ospedali in Siria, Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Sudan, Sudan del Sud, Ucraina e Yemen: incursioni, incendi, saccheggi e bombardamenti. È ormai la normalità.

Liu

A Jasim, una località della Siria meridionale, i cittadini hanno manifestato davanti a un ospedale, per impedirne la riapertura. Sì, perché «sanno cosa succede agli ospedali in funzione».
Un paradosso così tragico che può capirlo solo chi conosce gli orrori della guerra.

L’evoluzione del creazionismo

26 febbraio 2016

Il concetto di selezione naturale, alla base dell’evoluzionismo, è stato esteso (con notevoli modifiche, ma anche con un certo successo) ad ambiti diversi dalla biologia. Per esempio il libro L’estinzione dei tecnosauri, di Nicola Nosengo, racconta la storia delle tecnologie che «non ce l’hanno fatta» (come il rullino fotografico e il disco in vinile).
In ambito ideologico, l’analisi più sottile e paradossale l’ha portata avanti Nicholas Matzke, ricercatore della Australian National University, osservando l’atteggiamento dei creazionisti negli Stati Uniti nei confronti dei programmi scolastici.
A partire dagli anni Venti del Novecento il loro scopo era vietare l’insegnamento dell’evoluzionismo: una proibizione applicata in alcuni casi, ma dichiarata illegale una volta per tutte nel 1968. Di fronte a questo fallimento, hanno ripiegato sull’obiettivo di imporre l’affiancamento nei programmi scolastici del creazionismo (o della sua variante più recente, il “disegno intelligente”) all’evoluzionismo, come se fossero due teorie scientifiche paragonabili. Nel 2005 anche questa tattica è stata affossata dalla giustizia americana. Allora è iniziata la terza fase: cercare di screditare il darwinismo senza citare il creazionismo, e quindi senza presentarsi motivati da convinzioni religiose. Sono state usate varie strategie, e sono stati tirati in ballo altri temi scientifici di grande attualità (come il riscaldamento globale) e i loro sostenitori (a partire dalle industrie petrolifere).
Matzke si è concentrato sui disegni di legge antievoluzionisti proposti (e in alcuni casi adottati) durante questa terza fase. Analizzando i testi, ha evidenziato numerose parti copiate fra l’uno e l’altro e ha studiato le differenze, cioè le parti modificate. È riuscito così a ricostruire il loro “albero evolutivo”.
In pratica, con l’uso degli strumenti concettuali propri dell’evoluzionismo, ha mostrato «l’evoluzione delle politiche antievoluzionistiche».

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Béziers

23 dicembre 2015

Robert Ménard è il sindaco di Béziers, cittadina del Sud della Francia: è stato eletto in una lista di estrema destra sostenuta dal Front National.
Il 1° dicembre ha twittato l’ennesima variazione sul solito tema delle radici nazionali: «Voglio ritrovare la nostra Francia, quella di Luigi XIV, di Napoleone e, se il Ministero dell’interno me lo concede, di Carlo Martello».
Gli hanno risposto gli utenti di twitter ricordandogli fra l’altro che le guerre napoleoniche sono costate la vita a 700.000 soldati francesi e che Luigi XIV ha dissanguato le finanze statali.
Sul riferimento a Carlo Martello poi si è scatenata in rete una gara di tiro a segno sulla Croce Rossa.
Intanto Carlo Martello non era francese. Anzi, la Francia non esisteva proprio. Esisteva la Gallia, che era stata invasa da alcuni popoli barbari fra cui proprio i Franchi di Carlo Martello (che parlava una lingua vagamente simile all’olandese – neanche la lingua francese ovviamente esisteva).

Carlo Martello

Ma soprattutto Ménard pensava a Carlo Martello come viene presentato nella tradizione: baluardo della cristianità di fronte all’avanzata islamica (a questo si riferiva probabilmente chiamando in causa il Ministero dell’interno, sempre giustamente attento a contrastare l’islamofobia).
A quanto pare Ménard ignora molte cose di Carlo Martello: per esempio che non sembrava molto consapevole del suo ruolo di defensor fidei, visto che non esitava ad appropriarsi dei beni della Chiesa per pagare le sue truppe.
Ma soprattutto non sapeva che, oltre a combattere gli Arabi, con i suoi Franchi aveva assediato, saccheggiato e distrutto città e paesi della Gallia meridionale. E in particolare aveva dato alle fiamme proprio Béziers, dopo averne raso al suolo le fortificazioni e aver preso prigionieri parte dei cittadini.

Living life in war

20 novembre 2015

Avevo attribuito il titolo di “ragionamento più assurdo di sempre” al cardinale di Milano Angelo Scola, secondo cui lo Stato laico mette a rischio la libertà religiosa.
Ma ero stato troppo precipitoso. Non potevo sapere che, poco tempo dopo, il Consiglio di Stato italiano avrebbe stabilito che al contrario la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche è un simbolo di laicità.
In seguito, Vladimir Putin ha insidiato il primato con un’affermazione sensazionale: «Se Berlusconi fosse stato omosessuale nessuno lo avrebbe toccato con un dito».
Ora, lasciando l’omofobia e tornando alla questione della laicità, ho assistito all’irrompere sulla scena di un articolo firmato da Aldo Vitale sul sito Tempi.it: il succo è che la canzone Imagine, simbolo del pacifismo tornato di grande attualità dopo gli attentati di Parigi, sarebbe in realtà nientedimeno che «un inno alla violenza».
Confesso che, leggendo l’articolo, l’avevo sinceramente creduto frutto di un’ironia geniale, ma mi hanno garantito che invece l’autore era del tutto serio.
Agli aspiranti umoristi, ma anche a chi ha voglia di farsi qualche risata, consiglio vivamente la lettura.

(Grazie a Marco Ferrari e Marco Marazza per la segnalazione)

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Due pesi, due orologi

16 ottobre 2015

Si sa che nel Parlamento italiano succedono cose surreali. Ecco uno degli esempi più recenti.
Il 14 ottobre Maurizio Lupi, del Nuovo Centro Destra, ha parlato per tre minuti oltre la scadenza del tempo che gli era stato concesso, nonostante i richiami della presidente Laura Boldrini.
La cosa è stata sottolineata da Davide Crippa e Giorgio Sorial, del Movimento 5 Stelle, secondo i quali è stato creato un precedente: sono allora intervenuti dichiarando di aspettarsi che in futuro anche i rappresentanti del loro gruppo parlamentare, nel caso in cui parlino troppo a lungo, verranno solo richiamati senza lo spegnimento del microfono.
Dopo altri interventi in proposito, ha parlato nuovamente Maurizio Lupi, che si è scusato e ha proposto, per compensare, di ridurre di tre minuti il tempo concesso al suo gruppo parlamentare per la dichiarazione di voto sullo stesso argomento.
Morale: la discussione su uno sforamento di tre minuti è durata quasi dieci minuti.

Dibattito Montecitorio

Come fai sbagli

13 ottobre 2015

In Europa la sacrosanta attenzione a contrastare gli stereotipi sessisti si sta facendo sempre più difficile. Non a causa di rigurgiti di machismo, ma di un’ipersensibilità al tema.
Nel 2012 la Direzione generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione Europea aveva lanciato uno spot per promuovere la partecipazione delle donne alla ricerca scientifica, con lo slogan “Science: it’s a girl thing!”.
Dato che la percentuale femminile nella maggior parte delle facoltà scientifiche è ancora nettamente minoritaria, il messaggio era rivolto al pubblico delle ragazze adolescenti, cioè quelle che a breve dovranno decidere il proprio percorso universitario.
Per rendere accattivante il filmato a questa fascia, le immagini di microscopi e provette si alternavano a quelle di ragazze in tacchi alti, minigonne e rossetti: un modo per affermare che la scienza non è in contrasto con la femminilità (con l’unica ingenuità che le protagoniste dello spot, alla fine, indossano occhiali che dovrebbero farle sembrare più intellettuali).
Apriti cielo! Sono piovute tante critiche che lo spot è stato ritirato (e non per gli occhiali).

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Poco fa è stata la volta della rete televisiva France 3: anche qui uno spot dalle buone intenzioni non ha avuto la sorte sperata.
Si vedono fiamme che escono dal forno, la camera in disordine, il ferro da stiro che brucia i vestiti, il cane che chiede invano il cibo (o le coccole?). Alla fine, parte la canzone “Où sont les femmes?”, e la risposta è “Elles sont sur France 3” (nel senso che lavorano in redazione – e infatti poi compare la scritta “La majorité de nos présentatuers sont des présentatrices”).
In questo caso a insorgere è stata addirittura Pascale Boistard, segretario di Stato incaricato dei diritti delle donne. Conclusione? Campagna pubblicitaria cancellata.
Insomma, gli spot contro il sessismo vengono ritirati in quanto ritenuti sessisti.

I paradossi dell’Onu

1 ottobre 2015

La notizia ha suscitato molte proteste, e non poteva essere altrimenti.
L’Arabia Saudita ha appena avuto la presidenza del Consiglio per i diritti umani dell’Onu.
Le polemiche, più che comprensibili, sono state talmente accese da indurre le Nazioni Unite a emanare un comunicato per spiegare come stanno veramente le cose.
Intanto non è l’Arabia Saudita in quanto tale ad avere la carica ma, a titolo personale, l’ambasciatore saudita alle nazioni Unite, Faisal bin Hassan Trad (nella foto sotto).
Soprattutto, non si tratta della presidenza del Consiglio per i diritti umani ma solo del ristretto Gruppo consultivo (composto da cinque membri e senza veri poteri).
Poi, i cinque membri non sono nominati dall’Onu né da un suo organismo: sono eletti dai cinque gruppi regionali. E l’ambasciatore saudita è stato eletto dal gruppo dei Paesi asiatici.
Infine, la presidenza del piccolo Gruppo spetta a rotazione a ognuno dei cinque membri: tocca ora al rappresentante saudita, dopo il lituano, il greco, il cileno e l’algerino.
In questi termini, la notizia appare molto ridimensionata. Certo però fa effetto.

Faisal

Del resto l’Onu non è nuova a designazioni paradossali. L’anno scorso il Comitato per le politiche speciali e la decolonizzazione aveva nominato alla vicepresidenza il rappresentante di Israele: uno dei pochissimi Paesi al mondo, se non l’unico, a perseguire attivamente e dichiaratamente una politica di colonizzazione.

Ofra

Secondo me la spiegazione sta nei numeri. Queste cariche sono in genere annuali, e sono affidate tendenzialmente a Paesi sempre diversi. Sarebbe molto difficile da parte dell’Onu mettere veti su determinati Paesi.
Se ci fosse un comitato per la difesa delle balene prima o poi toccherebbe al Giappone, e quello per le parole sdrucciole alla Francia.