Archive for the ‘Politica’ Category

Brexit: istruzioni per l’uso

10 luglio 2019

Dopo una lunga serie di votazioni al Parlamento di Westminster in cui veniva bocciata praticamente qualsiasi proposta, anche quelle che si contraddicevano fra di loro, finalmente è arrivata la tanto attesa svolta di Corbyn: chiede un secondo referendum sulla Brexit e annuncia che farà campagna per il Remain. Una posizione nuova per lui, salutata con entusiasmo dagli europeisti al di qua e al di là della Manica.


Attenzione però, non è tutto oro quello che luccica: qualcuno ha osservato che la mossa del leader laburista è un passo nella direzione giusta, ma il suo partito è ancora a metà del guado.

Corbyn ha detto che rimanere è preferibile rispetto a un’uscita senza accordo o all’accordo negoziato dai conservatori, ma non si è espresso sulle sue intenzioni nel caso in cui andasse al governo. Lo ha fatto al posto suo Clive Lewis, ministro ombra laburista del Tesoro: ha detto che se vincessero le elezioni cercherebbero di negoziare un altro accordo per uscire. Insomma, purtroppo non è la Brexit a non piacere ai laburisti, ma solo la Brexit dei conservatori.

Ammesso e non concesso che l’Unione Europea sia disposta ad altre trattative, i conservatori a quel punto avrebbero due possibilità. Se veramente il loro obiettivo è la Brexit e non il potere, dovrebbero approvare l’accordo laburista.
Anzi: se veramente volessero la Brexit a tutti i costi, dovrebbero cedere immediatamente e spontaneamente il potere a Corbyn, senza neanche andare alle urne: lo metterebbero con le spalle al muro, impedendogli di approdare alla sponda del Remain, e lo manderebbero a negoziare un qualunque accordo a Bruxelles con alle spalle un forte blocco parlamentare per l’uscita.

In alternativa potrebbero chiedere a loro volta di sottoporre l’accordo laburista a un terzo referendum. In questo caso la speranza è che, dopo la bocciatura dell’accordo dei conservatori nel secondo referendum, l’accordo dei laburisti venga bocciato dai conservatori nel terzo, e così via, congelando la Brexit indefinitamente. Finché le future generazioni, quando si saranno dimenticate del motivo del contendere e non ricorderanno neanche i nomi dei politici attuali, lasceranno cadere ogni tentativo di accordo e chiederanno alla vecchia regina Elisabetta di mettere fine una volta per tutte a questa follia.

Annunci

Mettete un arcobaleno nei vostri idranti

6 giugno 2019

Risale al 1978 la prima apparizione della bandiera arcobaleno come simbolo del movimento omosessuale (poi diventato LGBT, poi LGBTI, poi LGBTIQ o anche LGBT+; il concetto comunque è chiaro, anche se le sigle lo sono sempre meno).
Oggi la bandiera arcobaleno è il vessillo di tutti i gay pride del mondo, anche quelli organizzati nei Paesi (sì, ancora tanti e sempre troppi) dove gli omosessuali sono osteggiati o addirittura considerati criminali.
Poi ci sono i Paesi in bilico, dove in teoria la Costituzione li tutela ma in pratica la politica ha ricominciato a discriminarli: esempio tipico la Turchia.
Proprio a Istanbul, nel 2015, i partecipanti al gay pride sono stati dispersi dalla polizia con l’uso di cannoni ad acqua.
Le leggi della fisica però sono più inesorabili di quelle umane, e i getti d’acqua degli idranti hanno dato luogo al classico effetto della rifrazione luminosa. In altre parole, i poliziotti, nella loro azione contro gli attivisti omosessuali, hanno creato uno splendido arcobaleno.


N.B. Il giornale inglese Independent, che riporta la notizia, afferma di non essere in grado di verificare l’autenticità della foto. Dal punto di vista del paradosso comunque non cambia niente: in un caso è stato creato casualmente, nell’altro caso consapevolmente.

(Grazie a Simona Borioni per la segnalazione)

Piccola antologia salviniana

3 maggio 2019

Il nostro ministro dell’Interno è un vero fuoriclasse nel generare paradossi (per esempio questo, questo e questo). Ecco alcuni casi recenti in cui l’ha dimostrato pienamente.

1) L’11 gennaio, anniversario della morte di De André, ha voluto twittare un pensiero in linea con i sentimenti degli italiani. Molto originale l’idea di citare il testo di una canzone e ancora più originale il commento: «Ciao Fabrizio, grazie poeta!». Però il verso citato era «All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore», l’incipit della bellissima canzone “Il pescatore”. Quella che poi dice «Ma versò il vino, spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame»: uno dei tanti esempi dell’attenzione di De André per gli ultimi (in particolare gli zingari!).

2) In occasione del 25 aprile, ha deciso di non partecipare a nessun tipo di festeggiamento, perché secondo lui la festa “si è tinta un po’ troppo di rosso” e dovrebbe tornare a essere la “festa di tutti”. Motivo in più per lui per partecipare, no?

3) Pochi giorni dopo, si è congratulato con il partito sovranista spagnolo Vox, che ha ottenuto il 10% alle elezioni politiche: un partito di estrema destra che sulle orme di Franco vorrebbe ridurre l’autonomia della Catalogna e del Paese Basco. Appoggio singolare, da parte del leader di un partito nato come movimento autonomista e che ancora oggi si chiama ufficialmente “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”.

L’uomo nero

20 marzo 2019

Nel film di Spike Lee BlacKkKlansman, un agente di polizia afroamericano riesce incredibilmente a infiltrarsi nel Ku Klux Klan (i suoi rapporti con l’organizzazione razzista sono solo telefonici, mentre dal vivo è sostituito da un collega bianco – ed ebreo, per colmo dell’ironia).

Il film è tratto da una storia vera, ma ce n’è un’altra ancora più sorprendente.
Il protagonista è l’afroamericano James Stern, pastore della Chiesa battista e attivista per i diritti degli afroamericani.


Durante un periodo in carcere per frode postale, Stern conosce Edgar Ray Killen, ex leader del Ku Klux Klan condannato per omicidio. Nonostante la sua pelle nera, Stern riesce a legare con Killen e tramite lui entra in contatto con Jeff Schoep, presidente dell’Nsm (National Socialist Movement – un movimento neonazista già dal nome).

Quando Schoep si trova in difficoltà per le denunce contro l’Nsm, Stern gli propone di liberarlo dalle cause legali assumendosi lui stesso il controllo del movimento.

La dinamica non è del tutto chiara, ma il risultato è che alla fine Stern riesce nel suo intento e subentra a Schoep, diventando presidente dell’Nsm. Il primo di colore, senza dubbio. E molto probabilmente anche l’ultimo: il suo intento dichiarato è quello di far sparire definitivamente il movimento. Niente male per un infiltrato. Un po’ come se Totti diventasse presidente della Lazio.

Sionista a chi?

5 marzo 2019

Alain Finkielkraut, noto filosofo francese, ha avuto parole di elogio nei confronti dei gilè gialli: «Questa insurrezione improvvisa, questa rivolta della gente che appartiene a un luogo contro la gente di nessun luogo, mi ha effettivamente reso felice. La classe dominante, quella che non appartiene a nessun luogo, ha fallito».

Poco tempo dopo, qualche esponente degli stessi gilè gialli ha dimostrato di non ricambiare la simpatia, urlandogli un poco amichevole «Sporco sionista tornatene in Israele».
Di fronte a questa reazione si può capire l’imbarazzo di Finkielkraut, ma non è questo il paradosso principale.
Il sionismo è il movimento che propugna l’aliyah (cioè il “ritorno”) degli ebrei della diaspora nello Stato di Israele. Quindi chi invita un ebreo a “tornarsene” in Israele è pienamente sionista, e lo è molto più di un ebreo che invece vuole restare nel suo Paese.

(Grazie a Luca Simonetti e Scellero Fulmini/Antonio Mosca per la segnalazione)

Il buongoverno

11 febbraio 2019

Come si fa a pensare contemporaneamente che “In Italia si fanno pochi figli, bisogna incentivare le famiglie” e “Siamo troppi, non possiamo accogliere tutti questi immigrati”?

(Grazie a Luca Simonetti per la segnalazione)

Quattro a zero, parità

29 gennaio 2019

L’Arabia Saudita, si sa, è il più potente ma anche il più arretrato socialmente dei Paesi arabi, soprattutto sulle questioni di genere. È solo da poco che le donne hanno ottenuto il diritto di guidare (e poco prima di pilotare un aereo!), ma devono sempre essere velate, e a volte non basta: anche un semplice sguardo femminile può essere considerato una tentazione malefica per un uomo dalla carne debole.

Nel resto del mondo arabo notoriamente la situazione è più evoluta: i limiti per le donne sono molto minori, e quasi ovunque chi non è musulmano può acquistare e consumare bevande alcoliche.

Questo è vero specialmente negli Emirati Arabi Uniti, il più occidentalizzato dei Paesi arabi, dove il 42% delle donne lavora (un dato poco inferiore alla media mondiale del 49%) e due terzi dei lavoratori nel settore pubblico sono donne.

Per stimolare ulteriormente l’emancipazione femminile, nei giorni scorsi Mohammed bin Rashid al-Maktoum, emiro di Dubai, ha premiato le migliori iniziative in favore della parità di genere in quattro categorie: il riconoscimento per “la personalità che ha sostenuto meglio la parità di genere” è stato attribuito a Saif bin Zayed al-Nahyan, ministro dell’Interno, per le sue politiche a favore della maternità, quello per “la migliore iniziativa a favore della parità di genere” a Nasser bin Thani Juma Al Hamli (in rappresentanza del Ministero delle risorse umane), quello per “l’autorità federale che ha sostenuto di più la parità di genere” ad Abdulla Nasser Lootah (in rappresentanza dell’Autorità federale per la competitività e la statistica) e quello per “l’ente governativo che ha sostenuto di più la parità di genere” a Hamdan bin Rashid Al Maktoum (in rappresentanza del Ministero delle finanze). Le foto mostrano la nutrita partecipazione femminile alla cerimonia.



(Grazie a Barbara Moretti per la segnalazione)

Do it yourself

9 gennaio 2019

In Italia, è il ministro degli Interni Matteo Salvini il più entusiasta sostenitore del diritto a possedere armi. In pratica, suggerisce agli italiani di difendersi da soli anziché fidarsi delle forze di polizia (che fanno capo al Ministero degli Interni). Come se un dentista dicesse ai suoi pazienti di togliersi i denti da soli perché lui non è in grado di farlo.

SOARL IEDTAALI POUNGH ERESE FDI

24 settembre 2018


Questa grottesca messa in scena di Fratelli d’Italia voleva esprimere solidarietà al popolo ungherese (per l’atteggiamento ferocemente nazionalista e xenofobo del suo governo). A parte l’ilarità del risultato (qualcuno ha suggerito che volesse essere un tentativo di scrivere in ungherese), il paradosso è grave logicamente, eticamente e politicamente.

Orbán rifiuta ogni ripartizione dei rifugiati decisa a livello europeo. Se ogni Paese facesse sua questa politica, tutti gli immigrati sbarcati in Italia dovrebbero rimanerci. Cioè proprio quello che non vogliono i partiti come la Lega e Fratelli d’Italia.

Per una volta però il paradosso ha anche un insegnamento molto utile. Mentre l’europeismo è lo stesso per tutti, i nazionalismi, anche se ogni tanto possono allearsi, di fondo sono tutti contro tutti. Ed è anche per questo che sono stati la causa dei peggiori mali nella storia d’Europa.

(Grazie ad Andrea Capocci per la foto e soprattutto per il titolo)

L’Iran e l’ira dell’Ira

28 febbraio 2018

Negli anni Ottanta l’Iran ribattezzò la via di Teheran dove sorge l’ambasciata britannica “Bobby Sands Street”: un modo per celebrare il leader indipendentista irlandese, morto in prigione nel 1981 per uno sciopero della fame e diventato un martire del movimento repubblicano; ma chiaramente un dispetto nei confronti del Regno Unito, i cui diplomatici si sono visti costretti a scrivere “Bobby Sands Street” in tutti i documenti ufficiali dell’ambasciata e nella corrispondenza (*).
Negli ultimi tempi però l’ironia della sorte si è rovesciata. In quella stessa via è sorto un fast-food che i fondatori hanno chiamato (con poca fantasia, ma non è questo il problema) “Bobby Sands Burgers”; non hanno pensato però che poteva essere incongruo accostare agli hamburger il nome di uno che è rimasto famoso per essere morto per uno sciopero della fame. Di più: nel fast-food domina l’arancione, che a Teheran sarà anche un colore come un altro, ma a Belfast è il colore degli unionisti, quelli contro cui lottava Bobby Sands.

(*) È una prassi politica abbastanza diffusa, in effetti: solo per citare un paio di esempi recentissimi, Parigi ha intitolato la via dove sorge l’ambasciata eritrea a Dawit Isaak, scrittore e giornalista svedese-eritreo detenuto nel Paese africano, e Washington ha dedicato la piazza dell’ambasciata russa a Boris Nemtsov, oppositore di Putin ucciso a Mosca nel 2015.

Il più plateale di tutti i paradossi

9 febbraio 2018

«All men are created equal» è una delle frasi più importanti e rivoluzionarie della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, redatta dal futuro presidente Thomas Jefferson. Eppure, all’epoca, era normale per i ricchi possidenti delle colonie americane (compreso lo stesso Jefferson) essere proprietari di un certo numero di schiavi – e questo spiega anche perché dalla Dichiarazione furono stralciati i riferimenti critici verso la schiavitù.


Il paradosso è talmente plateale che anche ai contemporanei appariva stridente. Per eliminarlo, qualcuno fra gli estensori della Dichiarazione era arrivato a proporre di aggiungere una parola alla frase e scrivere «All free men are created equal». La variante non fu accettata, forse perché il risultato finale, anche se meno paradossale, sarebbe stato ancora più ipocrita.

Rimedi omeopatici

2 febbraio 2018

Per Salvini, la Lega è l’unico antidoto al razzismo.
Come se al-Baghdadi ci spiegasse che Daesh è il baluardo contro l’integralismo, e Luciano Moggi si proclamasse argine contro la corruzione.

Citizen Sophia

17 gennaio 2018

Sophia è nata pochi mesi fa, ma sa già camminare e parlare con disinvoltura. È certamente un fenomeno, ma un fenomeno tecnologico: è un robot di generazione avanzata.

Recentemente ha fatto notizia non solo per le sue doti considerate quasi umane, ma per un evento politico: le è stata conferita la cittadinanza saudita. Del resto, è da tempo che si parla di roboetica e di eventuali diritti per i robot: questo era solo il passo successivo. «Sono molto onorata e orgogliosa per questo riconoscimento unico. Essere il primo robot al mondo a cui viene riconosciuta la cittadinanza è un evento storico», ha dichiarato la stessa Sophia.

La decisione, che ha suscitato sorpresa e polemiche, rientra nella strategia del principe ereditario Moḥammad bin Salmān, che punta a presentare l’Arabia Saudita come un Paese all’avanguardia della modernità (ma il cammino era già stato intrapreso dal vecchio re Abdullah, che aveva costruito cattedrali tecnologiche nel deserto, fra cui la King Abdullah University of Science & Technology).

Il principe però sembra non aver pensato a qualche dettaglio. Innanzitutto, secondo la legge saudita, solo i musulmani possono ricevere la cittadinanza. Sophia avrà abbracciato l’Islam?

Ma soprattutto, è un robot femmina: lo dimostrano inequivocabilmente il nome, l’aspetto (pare che i suoi creatori si siano ispirati a Audrey Hepburn!) e la voce. Perfino la gestualità è spiccatamente femminile. Perciò si trova a dover sottostare, proprio nel Paese di cui è cittadina, a forti restrizioni che molto poco hanno a che vedere con la modernità.

Per esempio non può uscire senza un accompagnatore maschio – e il problema diventa enorme se l’accompagnatore dev’essere un parente, a meno di considerare i suoi creatori come i genitori legali, con tutto quello che ne segue in termini di diritti e doveri.

Inoltre deve mantenere un abbigliamento adeguato, con tanto di velo integrale, non può incontrare estranei e in molti locali può accedere solo negli spazi dedicati alle donne. È programmata per avere opinioni, ma non sempre le sarà consentito esprimerle.

Sophia prima e dopo

Forse, paradossalmente, aveva addirittura più diritti quando era un semplice robot! A meno che qualcuno, con un colpo di genio, non l’abbia iscritta all’anagrafe come maschio. In quanto travestito, chissà, magari rischia al massimo qualche frustata indolore.

 

Trump vs Climate Change – parte seconda

8 gennaio 2018

Qualche anno fa l’allora presidente russo Dmitrij Medvedev, visitando d’inverno una località in Siberia, ha scherzato: «Quando vengo qui, a meno venti gradi, mi chiedo se il riscaldamento globale non sia una campagna orchestrata a scopi commerciali».

Quella di Medvedev era chiaramente una battuta, ma ora il presidente americano Trump ha ripetuto il concetto prendendolo sul serio. In occasione della recente ondata di gelo sulla costa orientale degli Stati Uniti, ha twittato: «Nell’est potrebbe essere il capodanno più freddo mai registrato. Forse potremmo usare un po’ di quel buon vecchio riscaldamento globale per contrastare il quale il nostro Paese (a differenza di altri) sta pagando trilioni di dollari».

Anche Trump aveva chiaramente un intento ironico, ma al contrario: derideva quelli che credono ai cambiamenti climatici (come gli scienziati), mentre Medvedev derideva quelli che non ci credono (come Trump).

In realtà Trump, oltre a essere ignorante in materia, ha (lui sì!) un conflitto di interessi: tende a screditare i cambiamenti climatici anche in quanto rappresentante dell’industria petrolifera (ma non quando lui rischia di pagarne le conseguenze, come ha dimostrato quando si è trattato di proteggere il suo campo da golf in Irlanda).

Comunque, Trump ha sbagliato in pieno nelle categorie kantiane di spazio, tempo e causalità. Per l’aspetto temporale, ha confuso il clima (un fenomeno che si studia sul lungo periodo) con il tempo che fa. Per l’aspetto spaziale, ha considerato solo la costa est, senza pensare che nello stesso momento in varie parti del mondo (e anche nel suo stesso Paese, come in Alaska) le temperature medie sono sensibilmente più alte rispetto alla media.

Per l’aspetto causale (e qui sta il paradosso), non sapeva che l’ondata di gelo è proprio conseguenza dei cambiamenti climatici. Il responsabile è il cosiddetto vortice polare, un circuito di venti in quota che ruotano intorno alla calotta artica. A causa del riscaldamento globale il vortice sta rallentando e l’aria fredda tende a scendere più facilmente verso sud.

Se Trump non si fida degli scienziati, poteva chiedere ai suoi amici nel mondo politico russo: gli avrebbero spiegato che l’ondata di gelo in Nordamerica è appunto una prova del riscaldamento globale in atto.

 

Carpe menses

15 novembre 2017

«Lunga vita al governo provvisorio!»
Dal film Ottobre, di Sergej Ėjzenštejn

 

Bianco che più bianco si può

20 ottobre 2017

Come definire il referendum consultivo del 22 ottobre sull’autonomia di Lombardia e Veneto?

Pericoloso? Sì, perché rischia di alimentare i risorgenti particolarismi e nazionalismi, vale a dire i peggiori mali della storia d’Europa.
Frainteso? Certo: molti pensano che sia vincolante, altri addirittura che sia in gioco la secessione.
Superfluo? Certo, le Regioni possono chiedere maggiori competenze senza bisogno di referendum.
Inutile? Probabile. È consultivo e difficilmente avrà conseguenze reali (anche per i motivi appena citati).
Dispendioso? Non c’è neanche bisogno di dirlo.
Propagandistico? Ovvio, è l’unico motivo per cui lo si tiene.

Io, a parte tutto ciò, lo definirei paradossale.
O meglio, a essere paradossale non è il referendum in sé, ma la scheda che – se l’immagine presa dal sito della regione Lombardia è veritiera – si troveranno in mano i cittadini lombardi (quelli che decideranno che vale la pena andare a votare, nonostante tutto): a fianco delle caselle “SI” (senza accento) e “NO” c’è la casella “scheda bianca” (tutto minuscolo).

Ora, se uno non sa cosa votare o non vuole votare o vuole boicottare il referendum, può benissimo restarsene a casa o fare una gita, tanto più che il referendum è solo consultivo e non ci sono clausole legate al quorum.

Ma ammettiamo che qualcuno per qualche motivo voglia andare a votare e votare scheda bianca. Cosa deve fare? Se barra la casella “scheda bianca”, la sua scheda non sarà più bianca. Evidentemente la presenza stessa di quella casella è paradossale.

L’elettore caparbiamente deciso a votare scheda bianca può però lasciare la scheda veramente bianca (anche se la presenza della terza casella fa pensare che i promotori del referendum abbiano cercato proprio di scoraggiare questa eventualità, per qualche ragione). In questo caso come sarà conteggiato il suo voto? Cioè, le schede bianche saranno sommate a quelle in cui è stata barrata la casella “scheda bianca”? Oppure ci saranno le “schede bianche” e le “schede veramente bianche”?

(Grazie a Lalo per la segnalazione)

Edit: vengo a sapere solo ora che il voto si svolgerà solo per via elettronica, e che il motivo per cui nella scheda è stata inserita la voce “scheda bianca” è che senza un clic la procedura di voto non va a buon fine. Quindi chi vuole lasciare la scheda veramente bianca non viene conteggiato, e in pratica viene assimilato agli astenuti. Questo nulla toglie all’aspetto paradossale della faccenda: per votare scheda bianca in maniera valida l’elettore deve comunque mettere una croce sulla scheda stessa

 

Continuiamo a farci del male

3 maggio 2017

La sinistra italiana è famosa per il suo masochismo, che ha contribuito a escluderla praticamente sempre dal governo e a spianare ripetutamente la strada alla destra. Ora l’economista Emiliano Brancaccio, con un ragionamento virtuosistico quanto paradossale pubblicato sull’Espresso, estende questa perversione alle elezioni francesi: se fosse in Francia, non andrebbe a votare per il ballottaggio. Il motivo è che «Macron incarna l’estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l’Unione Europea», ma «la sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli». La conseguenza, secondo Brancaccio, sarebbe controproducente: «Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».
Sintetizzando: secondo Brancaccio, per paura che la destra neofascista guadagni consensi, conviene mandarla al governo adesso.

Come si diventa jihadisti

12 aprile 2017

Palazzo Yacoubian è un romanzo dello scrittore egiziano ʿAlāʾ al-Aswānī, del 2002 (quindi ben prima dell’avvento di Daesh e della nuova fase del terrorismo islamista). Ambientato in un palazzo del Cairo, racconta le storie intrecciate dei suoi inquilini, una delle quali è molto istruttiva.

Il giovane Taha ha un grande sogno: diventare poliziotto. Un po’ per l’orgoglio di portare l’uniforme, ma soprattutto per essere utile al suo Paese.

All’esame per entrare all’accademia di polizia risponde brillantemente, ma non viene preso perché suo padre non è abbastanza importante: di lavoro fa il semplice portiere. Così a quanto pare funziona in Egitto (e sicuramente non solo lì). Per lo stesso motivo, neanche il suo ricorso ha successo.

Deluso, Taha decide di consolarsi iscrivendosi all’università. Lì, poco considerato dai colleghi dell’alta società, lega con alcuni studenti come lui – poveri e indignati.

Ansioso di fare qualcosa per rinnovare la società, inizia a frequentare la moschea e a seguire gli insegnamenti di un imam carismatico: onesto, puro e sicuro di sé – tutto il contrario dei giovani borghesi che si vedono in giro.

Taha giunge alla conclusione che solo la religione potrà risanare una società così corrotta, ed entra nella cerchia sempre più intima dell’imam.

Durante una retata viene arrestato e torturato – senza motivo – dai poliziotti: quelli che ammirava tanto, che per lui erano un modello. Quando viene rilasciato, qualcosa in lui è cambiato per sempre. Ora ha di nuovo un sogno, uno scopo nella vita, ma ben diverso da quello infantile: vendicarsi, fare una strage, morire in un attentato suicida.

L’ex aspirante poliziotto è diventato un aspirante terrorista.

Collezione di ossimori / 9

25 marzo 2017

“Unione Europea” è l’ossimoro più bello e ottimistico degli ultimi 60 anni

Europe first

25 marzo 2017

25 marzo 1957: una delle date più belle nella storia plurimillenaria della città eterna, e una di quelle di cui deve essere più orgogliosa. È cosa buona e giusta, oggi, festeggiare il compleanno della prima Europa pacifica, soprattutto adesso che molti ne sottovalutano l’importanza storica oltre che politica.

Ironia involontaria e amara nel titolo sul Messaggero:
«Trattati di Roma, città blindata il 25 marzo: sospeso Schengen, frontiere chiuse»