Archive for the ‘Politica’ Category

L’America agli americani! (Dottrina di Monroe-Trump-Geronimo)

6 dicembre 2016

In molti sperano che il presidente Trump non sia come il candidato Trump – e in effetti abbiamo tutti poco da fare oltre a sperare.
Però il suo programma ufficiale non è incoraggiante: nei suoi 10 punti non affronta altro tema che quello dell’immigrazione.
Per esempio recita (punto 2): «Sotto un’amministrazione Trump, chiunque attraversa il confine illegalmente sarà detenuto finché non sarà espulso dal Paese».
Lo ribadisce in modo più perentorio (punto 5): «Chiunque entra negli Stati Uniti illegalmente è soggetto a espulsione».
Non solo: chiede (punto 7) agli altri Paesi di «riprendersi la loro gente quando noi decidiamo di espellerla».
Il tutto in nome (punto 10) del principio di «mantenere l’immigrazione all’interno della norma storica».
Verrebbe da dire: peccato che al tempo dei Padri Pellegrini non c’era nessuno in America a pensarla così.

usa

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N.B. Trump comunque non è solo. In Australia, il primo ministro Malcolm Turnbull ha proposto di impedire per sempre l’accesso a chi è entrato senza visto almeno una volta.
Quindi fuori tutti tranne gli aborigeni.

immigranti

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Black power!

22 novembre 2016

Pochi giorni dopo le elezioni presidenziali americane, sono state già fatte tutte le analisi politiche possibili. La maggior parte sottolineano come non sia stata tanto una vittoria di Trump quanto una sconfitta di Hillary: Trump ha ottenuto meno voti sia di McCain sia di Romney, che nel 2008 e nel 2012 avevano perso contro Obama; d’altra parte, Hillary ha perso diversi milioni di elettori rispetto a Obama.

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A quanto pare, la questione di genere non ha avuto peso: lo dimostra il dato delle donne bianche, che hanno votato in maggioranza per Trump nonostante alcune sue dichiarazioni che definire maschiliste è decisamente riduttivo. Molto più rilevante è invece la questione etnica.

Alcune statistiche dimostrano che è crollata la percentuale di partecipazione al voto della popolazione afroamericana, che era a favore di Obama al 95% e al 93% nelle due elezioni, ma anche per la Clinton all’88%. In altre parole, se l’affluenza alle urne dei neri fosse stata la stessa che nel 2012, Hillary avrebbe vinto in alcuni Stati decisivi (in particolare Florida e North Carolina) e quindi sarebbe diventata presidente.

La bassa affluenza dei neri è un dato ormai storico negli Stati Uniti; diverse ricerche lo attribuiscono in buona parte a una maggiore difficoltà nell’iscrizione alle liste elettorali. Quale che sia la causa, è certo che solo Obama era riuscito a trascinare alle urne le masse degli afroamericani. Il motivo politico è che, mentre i populisti alla Trump parlano alla pancia degli elettori e i politici di mestiere alla Clinton si rivolgono solo alla testa (strategia perdente), lui era stato in grado – come in parte anche Sanders – di parlare al cuore della gente (strategia vincente, a patto di saperla fare).
L’altro motivo è – ovviamente – il colore della pelle. Questo vuol dire che, se Hillary avesse avuto la pelle nera, avrebbe avuto molte più chance di battere Trump e tornare alla Casa Bianca. Il che, se non è paradossale, è quantomeno sorprendente.

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20.000 marines e un comunista

5 agosto 2016

Jean-Bertrand Aristide, eletto presidente di Haiti nel 1990, è stato deposto dopo neanche un anno da un colpo di stato militare appoggiato dai sostenitori dell’ex dittatore Duvalier.
Nel 1994 gli Stati Uniti sono intervenuti per ripristinare la legalità e riportare al potere il presidente legittimo. I golpisti non avranno creduto ai loro occhi, vedendo l’arrivo trionfante di Aristide (che consideravano un pericoloso comunista, anche se era un ex sacerdote) scortato da 20.000 marines.

Il nuovo Patto di Varsavia

19 luglio 2016

Nei giorni scorsi si è tenuto il vertice della Nato a Varsavia. Niente di strano, la Polonia è un Paese membro come gli altri. Però dire Varsavia non è come dire Praga, Budapest o Sofia. E neanche come dire Danzica o Cracovia.
Molti in Occidente si sono dimenticati del Patto di Varsavia, che era lo schieramento militare uguale e opposto (e contrapposto) alla Nato. E anche chi se lo ricorda probabilmente non ci avrà pensato leggendo del vertice. Però a fare mente locale suona un po’ strano, un po’ come se la Lega Araba si riunisse a Tel Aviv, la Lega Nord a Tripoli e il coordinamento degli Juventus club a Firenze.

Sciopero alla romana

17 giugno 2016

Gli scioperi italiani sono una barzelletta. Mentre per esempio in Francia e in Germania i sindacati organizzano scioperi rari ma imponenti, che paralizzano il Paese, noi osserviamo uno sciame di piccoli scioperi di dubbia efficacia.
Del resto, non c’è da stupirsi: come le cose sono organizzate male in positivo, quando si tratta di fornire servizi, così sono organizzate male anche al negativo, quando si tratta di sospenderli.
Il 13 giugno a Roma il lato comico della situazione ha toccato una nuova vetta: lo sciopero dell’Atac indetto dalle 20,30 alle 0,30, cioè in concomitanza con la partita d’esordio dell’Italia agli Europei. Un modo, evidentemente, per massimizzare l’adesione allo sciopero (e consentire agli scioperanti di guardare la partita).

Italia-Belgio

L’episodio ha avuto risonanza in tutta Italia per il suo lato grottesco; di fronte alla valanga di critiche, l’Ugl, la sigla sindacale che aveva indetto lo sciopero, si è difesa così: «La mobilitazione dei dipendenti Atac aderenti al sindacato è motivata dalla richiesta di massima sicurezza nei trasporti pubblici e l’orario dello sciopero non è stato indetto per consentire ai lavoratori di guardare l’esordio degli Azzurri ma per creare disagi minimi visto che la gran parte dei cittadini sarà a casa a guardare la partita».
Qui si lascia il terreno del ridicolo e si passa a quello del paradossale: il senso vero di uno sciopero è procurare disagi alla clientela e quindi un danno all’azienda. Altrimenti a che serve lo sciopero?

L’ultima di Trump

8 giugno 2016

Qualche anno fa, sul televideo di France 2, compariva a volte un occhiello ironico: “La dernière de Berlusconi”.
Per fortuna sono tempi passati, ma a breve potremmo rischiare di trovarci un suo analogo in una posizione molto, molto più importante. E allora ci sarà poco da ridere (o molto, se uno vuole prenderla con spirito).

A Donald Trump piace giocare a golf. E fin qui niente di male: è uno sport sempre più diffuso, e a quanto pare anche benefico per la salute. A volte, invece di affittare un campo, Trump preferisce acquistarlo; anzi, già che c’è compra anche il relativo club, con tanto di terreni, alberghi a cinque stelle, eccetera. E anche qui non c’è niente di male: con i (tanti) soldi che ha può farci quello che vuole, ci mancherebbe.

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Un campo che ha comprato recentemente in Irlanda (e subito ribattezzato Trump International Golf Links & Hotel) ha un problema: si trova vicino alla costa e, secondo uno studio, rischia di essere intaccato dall’erosione del mare, a sua volta acuita dai cambiamenti climatici. Perciò – gli americani sono sempre pratici e fattivi – bisogna mettere in atto misure per proteggere i terreni della zona: il progetto di Trump sottolinea l’emergenza dei cambiamenti climatici. E anche qui tutto bene, anzi benissimo: tutelando i suoi beni, Trump (per una volta) rende anche un servizio alla comunità.

D’altra parte, Trump è solito affermare che il cambiamento climatico è una bufala (ha usato anche termini più pesanti); addirittura, ritiene che sia tutta una manovra propagandistica cinese per rendere meno competitive le industrie americane (!).
E qui non va affatto bene: Trump, a costo di sostenere teorie inverosimili, finge di ignorare le conclusioni scientifiche secondo cui il riscaldamento globale è una realtà. Nel caso in cui dovesse diventare presidente degli Stati Uniti, ha fatto capire che allenterebbe o eliminerebbe le politiche americane per la riduzione delle emissioni di gas serra – sostenute evidentemente solo da ambientalisti isterici e fiancheggiatori dei cinesi. I cambiamenti climatici non sono una minaccia per il mondo: a essere veramente a rischio è solo il suo campo da golf.

Dulce bellum inexpertis

30 maggio 2016

Joanne Liu è la presidente internazionale di Medici senza frontiere. In un discorso pronunciato a New York, il 3 maggio 2016, ha denunciato le continue violenze ai danni degli ospedali in Siria, Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Sudan, Sudan del Sud, Ucraina e Yemen: incursioni, incendi, saccheggi e bombardamenti. È ormai la normalità.

Liu

A Jasim, una località della Siria meridionale, i cittadini hanno manifestato davanti a un ospedale, per impedirne la riapertura. Sì, perché «sanno cosa succede agli ospedali in funzione».
Un paradosso così tragico che può capirlo solo chi conosce gli orrori della guerra.

L’evoluzione del creazionismo

26 febbraio 2016

Il concetto di selezione naturale, alla base dell’evoluzionismo, è stato esteso (con notevoli modifiche, ma anche con un certo successo) ad ambiti diversi dalla biologia. Per esempio il libro L’estinzione dei tecnosauri, di Nicola Nosengo, racconta la storia delle tecnologie che «non ce l’hanno fatta» (come il rullino fotografico e il disco in vinile).
In ambito ideologico, l’analisi più sottile e paradossale l’ha portata avanti Nicholas Matzke, ricercatore della Australian National University, osservando l’atteggiamento dei creazionisti negli Stati Uniti nei confronti dei programmi scolastici.
A partire dagli anni Venti del Novecento il loro scopo era vietare l’insegnamento dell’evoluzionismo: una proibizione applicata in alcuni casi, ma dichiarata illegale una volta per tutte nel 1968. Di fronte a questo fallimento, hanno ripiegato sull’obiettivo di imporre l’affiancamento nei programmi scolastici del creazionismo (o della sua variante più recente, il “disegno intelligente”) all’evoluzionismo, come se fossero due teorie scientifiche paragonabili. Nel 2005 anche questa tattica è stata affossata dalla giustizia americana. Allora è iniziata la terza fase: cercare di screditare il darwinismo senza citare il creazionismo, e quindi senza presentarsi motivati da convinzioni religiose. Sono state usate varie strategie, e sono stati tirati in ballo altri temi scientifici di grande attualità (come il riscaldamento globale) e i loro sostenitori (a partire dalle industrie petrolifere).
Matzke si è concentrato sui disegni di legge antievoluzionisti proposti (e in alcuni casi adottati) durante questa terza fase. Analizzando i testi, ha evidenziato numerose parti copiate fra l’uno e l’altro e ha studiato le differenze, cioè le parti modificate. È riuscito così a ricostruire il loro “albero evolutivo”.
In pratica, con l’uso degli strumenti concettuali propri dell’evoluzionismo, ha mostrato «l’evoluzione delle politiche antievoluzionistiche».

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Béziers

23 dicembre 2015

Robert Ménard è il sindaco di Béziers, cittadina del Sud della Francia: è stato eletto in una lista di estrema destra sostenuta dal Front National.
Il 1° dicembre ha twittato l’ennesima variazione sul solito tema delle radici nazionali: «Voglio ritrovare la nostra Francia, quella di Luigi XIV, di Napoleone e, se il Ministero dell’interno me lo concede, di Carlo Martello».
Gli hanno risposto gli utenti di twitter ricordandogli fra l’altro che le guerre napoleoniche sono costate la vita a 700.000 soldati francesi e che Luigi XIV ha dissanguato le finanze statali.
Sul riferimento a Carlo Martello poi si è scatenata in rete una gara di tiro a segno sulla Croce Rossa.
Intanto Carlo Martello non era francese. Anzi, la Francia non esisteva proprio. Esisteva la Gallia, che era stata invasa da alcuni popoli barbari fra cui proprio i Franchi di Carlo Martello (che parlava una lingua vagamente simile all’olandese – neanche la lingua francese ovviamente esisteva).

Carlo Martello

Ma soprattutto Ménard pensava a Carlo Martello come viene presentato nella tradizione: baluardo della cristianità di fronte all’avanzata islamica (a questo si riferiva probabilmente chiamando in causa il Ministero dell’interno, sempre giustamente attento a contrastare l’islamofobia).
A quanto pare Ménard ignora molte cose di Carlo Martello: per esempio che non sembrava molto consapevole del suo ruolo di defensor fidei, visto che non esitava ad appropriarsi dei beni della Chiesa per pagare le sue truppe.
Ma soprattutto non sapeva che, oltre a combattere gli Arabi, con i suoi Franchi aveva assediato, saccheggiato e distrutto città e paesi della Gallia meridionale. E in particolare aveva dato alle fiamme proprio Béziers, dopo averne raso al suolo le fortificazioni e aver preso prigionieri parte dei cittadini.

Living life in war

20 novembre 2015

Avevo attribuito il titolo di “ragionamento più assurdo di sempre” al cardinale di Milano Angelo Scola, secondo cui lo Stato laico mette a rischio la libertà religiosa.
Ma ero stato troppo precipitoso. Non potevo sapere che, poco tempo dopo, il Consiglio di Stato italiano avrebbe stabilito che al contrario la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche è un simbolo di laicità.
In seguito, Vladimir Putin ha insidiato il primato con un’affermazione sensazionale: «Se Berlusconi fosse stato omosessuale nessuno lo avrebbe toccato con un dito».
Ora, lasciando l’omofobia e tornando alla questione della laicità, ho assistito all’irrompere sulla scena di un articolo firmato da Aldo Vitale sul sito Tempi.it: il succo è che la canzone Imagine, simbolo del pacifismo tornato di grande attualità dopo gli attentati di Parigi, sarebbe in realtà nientedimeno che «un inno alla violenza».
Confesso che, leggendo l’articolo, l’avevo sinceramente creduto frutto di un’ironia geniale, ma mi hanno garantito che invece l’autore era del tutto serio.
Agli aspiranti umoristi, ma anche a chi ha voglia di farsi qualche risata, consiglio vivamente la lettura.

(Grazie a Marco Ferrari e Marco Marazza per la segnalazione)

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Due pesi, due orologi

16 ottobre 2015

Si sa che nel Parlamento italiano succedono cose surreali. Ecco uno degli esempi più recenti.
Il 14 ottobre Maurizio Lupi, del Nuovo Centro Destra, ha parlato per tre minuti oltre la scadenza del tempo che gli era stato concesso, nonostante i richiami della presidente Laura Boldrini.
La cosa è stata sottolineata da Davide Crippa e Giorgio Sorial, del Movimento 5 Stelle, secondo i quali è stato creato un precedente: sono allora intervenuti dichiarando di aspettarsi che in futuro anche i rappresentanti del loro gruppo parlamentare, nel caso in cui parlino troppo a lungo, verranno solo richiamati senza lo spegnimento del microfono.
Dopo altri interventi in proposito, ha parlato nuovamente Maurizio Lupi, che si è scusato e ha proposto, per compensare, di ridurre di tre minuti il tempo concesso al suo gruppo parlamentare per la dichiarazione di voto sullo stesso argomento.
Morale: la discussione su uno sforamento di tre minuti è durata quasi dieci minuti.

Dibattito Montecitorio

Come fai sbagli

13 ottobre 2015

In Europa la sacrosanta attenzione a contrastare gli stereotipi sessisti si sta facendo sempre più difficile. Non a causa di rigurgiti di machismo, ma di un’ipersensibilità al tema.
Nel 2012 la Direzione generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione Europea aveva lanciato uno spot per promuovere la partecipazione delle donne alla ricerca scientifica, con lo slogan “Science: it’s a girl thing!”.
Dato che la percentuale femminile nella maggior parte delle facoltà scientifiche è ancora nettamente minoritaria, il messaggio era rivolto al pubblico delle ragazze adolescenti, cioè quelle che a breve dovranno decidere il proprio percorso universitario.
Per rendere accattivante il filmato a questa fascia, le immagini di microscopi e provette si alternavano a quelle di ragazze in tacchi alti, minigonne e rossetti: un modo per affermare che la scienza non è in contrasto con la femminilità (con l’unica ingenuità che le protagoniste dello spot, alla fine, indossano occhiali che dovrebbero farle sembrare più intellettuali).
Apriti cielo! Sono piovute tante critiche che lo spot è stato ritirato (e non per gli occhiali).

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Poco fa è stata la volta della rete televisiva France 3: anche qui uno spot dalle buone intenzioni non ha avuto la sorte sperata.
Si vedono fiamme che escono dal forno, la camera in disordine, il ferro da stiro che brucia i vestiti, il cane che chiede invano il cibo (o le coccole?). Alla fine, parte la canzone “Où sont les femmes?”, e la risposta è “Elles sont sur France 3” (nel senso che lavorano in redazione – e infatti poi compare la scritta “La majorité de nos présentatuers sont des présentatrices”).
In questo caso a insorgere è stata addirittura Pascale Boistard, segretario di Stato incaricato dei diritti delle donne. Conclusione? Campagna pubblicitaria cancellata.
Insomma, gli spot contro il sessismo vengono ritirati in quanto ritenuti sessisti.

I paradossi dell’Onu

1 ottobre 2015

La notizia ha suscitato molte proteste, e non poteva essere altrimenti.
L’Arabia Saudita ha appena avuto la presidenza del Consiglio per i diritti umani dell’Onu.
Le polemiche, più che comprensibili, sono state talmente accese da indurre le Nazioni Unite a emanare un comunicato per spiegare come stanno veramente le cose.
Intanto non è l’Arabia Saudita in quanto tale ad avere la carica ma, a titolo personale, l’ambasciatore saudita alle nazioni Unite, Faisal bin Hassan Trad (nella foto sotto).
Soprattutto, non si tratta della presidenza del Consiglio per i diritti umani ma solo del ristretto Gruppo consultivo (composto da cinque membri e senza veri poteri).
Poi, i cinque membri non sono nominati dall’Onu né da un suo organismo: sono eletti dai cinque gruppi regionali. E l’ambasciatore saudita è stato eletto dal gruppo dei Paesi asiatici.
Infine, la presidenza del piccolo Gruppo spetta a rotazione a ognuno dei cinque membri: tocca ora al rappresentante saudita, dopo il lituano, il greco, il cileno e l’algerino.
In questi termini, la notizia appare molto ridimensionata. Certo però fa effetto.

Faisal

Del resto l’Onu non è nuova a designazioni paradossali. L’anno scorso il Comitato per le politiche speciali e la decolonizzazione aveva nominato alla vicepresidenza il rappresentante di Israele: uno dei pochissimi Paesi al mondo, se non l’unico, a perseguire attivamente e dichiaratamente una politica di colonizzazione.

Ofra

Secondo me la spiegazione sta nei numeri. Queste cariche sono in genere annuali, e sono affidate tendenzialmente a Paesi sempre diversi. Sarebbe molto difficile da parte dell’Onu mettere veti su determinati Paesi.
Se ci fosse un comitato per la difesa delle balene prima o poi toccherebbe al Giappone, e quello per le parole sdrucciole alla Francia.

Piccoli ossimori crescono

5 giugno 2015

Dopo il glorioso Partido Revolucionario Institucional, che ha governato il Messico per decenni, e la spudorata formazione spagnola Izquierda Unida, il 2015 ha visto la nascita di almeno altri due partiti politici ossimorici. Uno l’ha fondato Raffaele Fitto e l’ha chiamato “Conservatori e riformisti”. L’idea però a quanto pare non è affatto originale: il gruppo del Parlamento Europeo al quale ha aderito il nuovo partitino si chiama appunto European Conservatives and Reformists Group.
L’altro è una lista presentata alle elezioni regionali della Liguria: “Fratellanza donna”.
(Grazie a Paolo Dall’Aglio per la segnalazione)

Il paradosso del primo maggio

1 maggio 2015

«La dominazione globale del capitalismo oggi dipende dall’esistenza di un Partito Comunista Cinese che dà alle imprese capitaliste delocalizzate mano d’opera a basso prezzo e priva i lavoratori del diritto all’auto-organizzazione».
Jacques Rancière

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L’Italia e gli Ogm

8 aprile 2015

Fra gli esempi virtuosi della ricerca italiana, Marco Cattaneo cita, nell’ultimo editoriale su Le Scienze, il progetto Pharma-Planta, «una collaborazione internazionale realizzata tra il 2004 e il 2011 che puntava all’uso di piante come bioreattori per la produzione di molecole di interesse farmacologico».
Fin qui tutto bene.
Il problema è che queste piante sono Ogm. E in Italia le norme che vietano gli Ogm sono fra le più severe, anche in ambito di ricerca.
La conclusione è che «un patrimonio di conoscenze acquisite nei nostri laboratori si fermi lì, prima della sperimentazione clinica. Lo Stato, dunque, “finanzia progetti per migliorare le conoscenze mediche e produrre applicazioni che portano a farmaci o vaccini […] però blocca in embrione la ricerca che ha sovvenzionato, costringendo ricercatori ed enti di ricerca a brevettare le loro ricerche e vendere i brevetti all’estero, dove le scoperte fatte in Italia verranno poi trasformate in farmaci o vaccini, che saranno infine acquistati in Italia”».

Il sol dell’avvenire / 2

27 febbraio 2015

«Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretti a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo».
Jeff Sparrow

sole

Veganesimo e salsicce

17 febbraio 2015

Non so se devo vergognarmi della mia ignoranza, ma solo oggi ho scoperto che esiste in Italia un movimento chiamato “Fascismo e libertà”.
Il fatto che sia un ossimoro può far sorridere, il fatto che a quanto pare sia legale no.

Mit der Dummheit…

9 febbraio 2015

Sono molto popolari su internet i grafici che spiegano quali sono gli animali più letali per l’uomo: non lo squalo (circa 10 morti all’anno) né il leone (100 morti), ma innanzitutto la zanzara (725.000 morti) e poi l’uomo stesso (475.000). Anche se sono stime discutibili, a grandi linee il clamoroso divario fra gli ordini di grandezza è incontestabile.

BiggestKillers

Qualcuno, in America, dovrebbe fare un’operazione analoga paragonando il numero di vittime del terrorismo e quello dei morti per malattie infettive: i terroristi farebbero la figura, se non degli squali, quella degli ippopotami.
Eppure.
Sotto la minaccia del terrorismo, l’amore degli americani per i diritti individuali è sceso a compromessi in nome della sicurezza. A Guantánamo si può essere detenuti senza processo; Bradley Manning, che aveva rivelato dati sensibili su Wikileaks, è stato segregato per nove mesi e poi condannato a 136 anni di prigione in base a una legge del 1917 contro i traditori e le spie. E ha pure rischiato la pena di morte.
Invece, per quanto riguarda le malattie infettive, vero problema di salute pubblica, la libertà individuale viene prima di tutto: i genitori possono rifiutarsi di far vaccinare i propri figli e, in 48 Stati su 50, possono anche iscriverli nelle scuole pubbliche, a patto di firmare una dichiarazione “informata” di obiezione di coscienza dovuta a credenze religiose e/o personali.
Così i movimenti anti-vaccini prosperano e fanno proselitismo; se continuano così, fra qualche anno avranno molti più morti sulla coscienza di Al Qaeda e Isis sommati: le prime vittime saranno i più sfortunati fra i loro figli, e subito dopo verranno i bambini che non possono essere vaccinati per motivi di salute – e che sarebbero protetti da un cordone sanitario se tutti gli altri fossero vaccinati.
Ma l’obbligo vaccinale viene percepito come un’inammissibile intrusione dello Stato nelle loro vite private – ai limiti del bolscevismo.

vaccination

Il tutto in barba ai risultati della scienza, che hanno ripetutamente confermato la sicurezza dei vaccini normalmente in commercio e sconfessato le teorie complottiste sui loro rischi. Ma anche a questo proposito, a quanto pare, vige la libertà di informarsi come e dove si vuole. È rimasto famoso il caso di un’attivista anti-vaccini, l’attrice Jenny McCarthy, che ha dichiarato pubblicamente: «The University of Google is where I got my degree from».

Ah, la memoria…!

27 gennaio 2015

Il 27 gennaio di ogni anno, Giornata mondiale della memoria, si ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945.
Naturalmente la commemorazione più significativa si svolge proprio ad Auschwitz, alla presenza dei rappresentanti di numerosi Paesi del mondo.
Quest’anno, in occasione del settantesimo anniversario, ci sono fra gli altri il presidente tedesco Joachim Gauck, quello francese François Hollande e, per l’Italia, il presidente del Senato Pietro Grasso (nell’esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica).

Auschwitz 2015

Spicca però l’assenza di uno dei leader più importanti.
Vladimir Putin, come annunciato, non prende parte alla cerimonia: non ha ricevuto un invito ufficiale da parte delle autorità polacche (i commentatori attribuiscono entrambi i comportamenti agli screzi sulla crisi ucraina).
Al posto suo c’è il vice primo ministro Sergei Ivanov. Eppure nessuna presenza sarebbe stata più indicata della sua: ad aprire i cancelli di Auschwitz era stata l’Armata Rossa, di cui l’esercito russo è la continuazione.
Ma forse Putin – e i polacchi – se n’erano dimenticati.