La sudditanza psicologica generalizzata

Quando nel 2006 la Juventus è stata retrocessa in Serie B, molti italiani hanno esultato: giustizia era fatta. In realtà non era fatta, e anzi gli unici che avrebbero dovuto veramente esultare erano gli juventini: la pena inizialmente prevista comprendeva, fra le altre cose, la retrocessione in Serie C; in seguito è stata mitigata con motivazioni inconsistenti e anzi paradossali.

Lo spiega bene Paola Cantù nel suo saggio E qui casca l’asino sugli errori di ragionamento nel dibattito pubblico: un capitolo, intitolato “I falli della Vecchia Signora”, è dedicato appunto al processo alla Juventus. Un brano della sentenza recita: «A fronte di tali pesantissimi elementi negativi appare equo porre, con il dovuto effetto mitigativo della pena, rispetto a quella inflitta in primo grado, l’importante e prestigiosa storia sportiva, di cui ha sempre percepito i frutti anche la prima squadra nazionale, della società (elemento di cui l’ordinamento sportivo tende, sempre più spesso, a tener conto, come dimostra il favore verso la riammissione in campionati immediatamente meno elevati di quello di competenza, di società dichiarate fallite, ma portatrici di un glorioso passato atletico), nonché la rimozione, o la mancata opposizione alle dimissioni, dei dirigenti responsabili della condanna».


Qui Paola Cantù individua tre argomenti: il prestigio sportivo della squadra, l’interesse nazionale e l’adozione di provvedimenti disciplinari interni. Se il terzo può avere un senso, il secondo è un puro appello alle emozioni degli italiani, entusiasti per la recente vittoria al Mondiale. Fin qui nessun paradosso, ma solo una fallacia logica: i giocatori della Juventus potevano continuare a giocare in una serie inferiore e contemporaneamente nella nazionale (come alcuni di loro hanno fatto), oppure cambiare squadra, senza arrecare il minimo danno alla nazionale stessa.

Inconsistente anche l’analogia con le società fallite (il riferimento più ovvio è alla Fiorentina, ripescata in Serie B nel 2003 “per meriti sportivi e territoriali”): il fallimento societario e la frode sportiva sono due cose completamente diverse, e non ha senso usarne una come precedente giuridico per l’altra.

L’aspetto più scandaloso, sottolinea l’autrice, è quello del prestigio sportivo: «Proprio chi condanna il condizionamento del settore arbitrale a favore della Juventus è poi a sua volta soggetto a tale condizionamento, dato che mitiga la pena ricorrendo come attenuante al prestigio della squadra». Il sistema «basato anche (o soprattutto) sull’abuso intenzionale della sudditanza psicologica degli arbitri» si dimostra quindi capace di influenzare anche i giudici. Paola Cantù fa l’esempio (ipotetico?) di un arbitro che nel momento di fischiare un rigore si fa condizionare dal prestigio di una squadra: una condotta illecita (anche secondo la condanna inflitta alla Juventus), ma viceversa in linea con le motivazioni addotte per concedere l’attenuante. Forse, suggerisce l’autrice, in casi come questi sarebbe il caso di chiedere ai giudici per quale squadra tifano.

Nel suo saggio però non evidenzia un altro paradosso, ancora più a monte: il “prestigio sportivo” si era affermato anche grazie alle azioni illecite come quelle appena scoperte e condannate. Quindi dovrebbe essere non un’attenuante, ma semmai un’aggravante. A qualcuno verrebbe in mente di considerare un’attenuante la ricchezza accumulata da Al Capone con i suoi traffici?

 

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