L’Iran e l’ira dell’Ira

Negli anni Ottanta l’Iran ribattezzò la via di Teheran dove sorge l’ambasciata britannica “Bobby Sands Street”: un modo per celebrare il leader indipendentista irlandese, morto in prigione nel 1981 per uno sciopero della fame e diventato un martire del movimento repubblicano; ma chiaramente un dispetto nei confronti del Regno Unito, i cui diplomatici si sono visti costretti a scrivere “Bobby Sands Street” in tutti i documenti ufficiali dell’ambasciata e nella corrispondenza (*).
Negli ultimi tempi però l’ironia della sorte si è rovesciata. In quella stessa via è sorto un fast-food che i fondatori hanno chiamato (con poca fantasia, ma non è questo il problema) “Bobby Sands Burgers”; non hanno pensato però che poteva essere incongruo accostare agli hamburger il nome di uno che è rimasto famoso per essere morto per uno sciopero della fame. Di più: nel fast-food domina l’arancione, che a Teheran sarà anche un colore come un altro, ma a Belfast è il colore degli unionisti, quelli contro cui lottava Bobby Sands.

(*) È una prassi politica abbastanza diffusa, in effetti: solo per citare un paio di esempi recentissimi, Parigi ha intitolato la via dove sorge l’ambasciata eritrea a Dawit Isaak, scrittore e giornalista svedese-eritreo detenuto nel Paese africano, e Washington ha dedicato la piazza dell’ambasciata russa a Boris Nemtsov, oppositore di Putin ucciso a Mosca nel 2015.

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