Quote rosa, arcobaleno e oltre

Il cosiddetto Bechdel test è un criterio per giudicare la presenza femminile nei film: il test è superato se fra gli attori principali ci sono almeno due donne che parlano fra loro su argomenti che non riguardino solo gli uomini.
Insomma, una versione elaborata delle quote rosa applicata al cast di un film (per cui tutto il discorso che segue vale anche per la politica).
Il test, che prende il nome dalla sua creatrice, la fumettista americana Alison Bechdel, è stato adottato recentemente da alcuni cinema in Svezia, che segnalano al pubblico l’aderenza dei film che proiettano ai criteri del test.

Un primo livello paradossale è oggettivo: un film come Gravity, dove la protagonista assoluta è una donna (nonostante la presenza di George Clooney), non passerebbe il test perché non c’è un’altra donna (l’unico altro personaggio è interpretato appunto da George Clooney).

sandra-bullock-gravity

Secondo livello di paradossalità: il test è pensato per le pari opportunità, ma trascura i generi “non biologici” (gay, lesbiche, transessuali). Per questo in America è stata proposta una versione generalizzata, chiamata “Russo test” (dal nome dell’attivista gay Vito Russo): richiede che nel film ci sia almeno un personaggio omosessuale o transessuale, che non sia caratterizzato principalmente dal suo orientamento sessuale e che abbia un ruolo insostituibile nell’economia del film. In pratica, le quote arcobaleno.

E poi, perché limitarsi alla discriminazione di genere e non a quella etnica? In un film rispettoso delle pari opportunità ci vorrebbero (se il film è americano) almeno un afroamericano, un ispanico, un nativo americano (valgono anche gli eschimesi dell’Alaska), un asiatico, eccetera.
E tutti devono parlare fra loro di argomenti non legati alla propria etnia.
Naturalmente la rappresentatività varia con il tempo: fino agli anni Settanta l’ispanico non sarebbe stato necessario, fra vent’anni magari sarà indispensabile un polinesiano.
E in Italia? Be’, ogni film dovrebbe avere un milanese, un napoletano, un siciliano, eccetera.
Qualcuno potrebbe obiettare che, per esempio, i molisani sono meno dei piemontesi: giusto, è il caso di imporre una rappresentanza proporzionale alla popolazione regionale. Quindi anche in un film ambientato in Calabria dovrebbero esserci più romani che calabresi.
E che dire del tema spinosissimo della religione? In quasi tutti i film italiani sono discriminati numericamente i non cattolici. Il “Don Gallo test” prevede allora la presenza di almeno un esponente di tutte le principali religioni, eventualmente in rapporto alla loro consistenza numerica in Italia (*). Questo vuol dire che per ogni sikh ci vogliono centinaia di cattolici, e ognuno di loro durante il film deve parlare con tutti gli altri di argomenti non religiosi.
E ancora: se per qualcuno l’identità personale è definita dalla religione o dall’orientamento sessuale, per qualcun altro può essere un’attività o una vocazione. Nel cast di ogni film ci vorrebbe una quota per i matematici, una per gli scultori, una per i ciclisti, eccetera. E guai se l’unico tennista è anche l’unico mormone, o se l’entomologa non parla di cucina con il transessuale!

(*) Resta aperta la delicata questione se possono essere accorpate le varie confessioni protestanti.

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3 Risposte to “Quote rosa, arcobaleno e oltre”

  1. Francesco U. Says:

    Propongo il test U.: in ogni film deve esserci, con un ruolo insostituibile per l’economia dello stesso, ognuno dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Poi dura un anno e mezzo, ma pazienza…

  2. Elisa Says:

    Insensato, le donne sono la metà dell’umanità, non una minoranza. La metà! Non c’entra nulla il politicamente corretto (con il quale comunque non ho nessun problema).
    Però questa benedetta metà dell’umanità è sottorappresentata ovunque (e quasi sempre, quando le donne ci sono, sono funzionali all’uomo), il Bechdel Test serve solo per rendere più visibile questo principio.
    Prevengo una possibile obiezione: la maggior parte dell’umanità ha la pelle scura ed è povera, e anche neri e poveri sono sottorappresentati, ma è differente. Se ambientiamo la narrazione in una città del ricco occidente, o nel mondo dell’alta finanza (in fondo l’ambiente che gira i film si autorappresenta), sarà abbastanza normale vedere pochi neri e pochi poveri. Le donne però sono trasversali, sono la metà della popolazione ovunque (a meno che non si giri un film negli spogliatoi di una squadra sportiva maschile).

    Infine…. da quando in qua gli omosessuali appartengono a un “genere non biologico”? Una lesbica non è forse una donna? E un gay non è un un uomo? Informati sulla differenza tra orientamento sessuale e identità di genere, ti anticipo che non sono né vicini concettualmente né minimamente correlati. Saluti!

  3. Paologico Says:

    Grazie per il commento.
    È evidente che un gay è un uomo e una lesbica è una donna: sono persone biologiche. Invece con l’espressione “generi non biologici” ho indicato in maniera convenzionale, anche se non rigorosa (e per questo tra virgolette), tutte le categorie – ovviamente con pari dignità e diritti – che non rientrano nei due generi intesi in senso tradizionale e chiamati appunto “biologici”.
    (Le differenze fra identità di genere e orientamento sessuale credo siano ben note a vaste fasce della popolazione, anche senza “anticipi”).
    Venendo al punto principale: no, l’obiezione non è sulla gente povera o di pelle scura. È, se leggi bene il post, su tante categorie sottorappresentate in Italia al cinema e in politica: che so, i veneti, o i pugliesi, o gli zingari, o gli operai, o i matematici, eccetera.
    Il tutto per dire che secondo me è proprio il concetto di sottorappresentanza che è fuorviante: a me non interessa se un Parlamento è formato di soli uomini, sole donne, soli gay, soli siciliani, soli piemontesi o soli postini. Mi interessa che sia composto di persone oneste e competenti.

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